71 s t a g e Nel percorrere il cammino che la portava alla sua camera, non poté fare a meno di prestare orecchio alle conversazioni nelle quali inciampava, delle quali la colpì la totale assenza di nervo nello scambiarsi le informazioni più banali tanto quanto quelle più imbarazzanti, apatiche, robotiche nel pronunciare parole svuotate, esauste come loro. Seduta al bancone del bar, una splendida coppia di distinti professionisti - probabilmente medici - rompeva il ghiaccio con il loro ospite informandolo dell’avvenuto menarca della figlia. Ai tavolini, una giovane donna chiedeva a sua madre cosa significasse ‘fica’, e quella imperturbabile le rispondeva che era una grande lampada. In giardino scorgeva un uomo incredibilmente simile al dottore al bar che conversava familiarmente con un border collie. Di ritorno dal percorso benessere, due delle tre mistress incontrate alla reception programmavano la serata: avrebbero fatto correre aragoste per poi mangiarle. In composta fila per l’ascensore, una ragazza aggraziata e tumefatta si accertava ripetutamente che il compagno non avesse fame. In corridoio, un uomo chiedeva a due bimbi se fossero in grado di riconoscere chi, tra lui e una donna che gli stava accanto, fosse loro padre; poco più in là, un signore di un’apatia disperata ordinava a una ragazza in tenuta da tennista di mangiarsi le unghie. Per quanta fatica facesse a sforzarsi di sembrare indifferente, si rese conto che tutto ciò avveniva sotto gli occhi avvezzi e vagamente annoiati del personale dell’hotel, e fu per lei come quando l’aereo attraversa una turbolenza, e tu guardi le espressioni invase di angelica grazia delle hostess di fronte a te per trovare la forza di non urlare. In fondo, pensò tranquillizzandosi, il linguaggio non è che l’ennesima forma di controllo, imposta da un alto lontano e impersonale, a monadi senza un dio qualsiasi che potesse rassicurarle sull’eterno divenire, che interagivano con la stessa anaffettiva cortesia con cui si interagisce con il tizio che ha il numerino prima del tuo alle poste. Non per lei, Ifigenia il tasso, che per lavoro guardava film e per passione guardava film, convinta com’era che avrebbe imparato a vedere davvero solo chiudendo gli occhi, entrando nel mondo di granito nero dei ciechi, e lasciandosi andare all’immaginazione; per fare ciò chiedeva aiuto all’immaginazione altrui, e si affidava a scrittori e registi illuminati come fossero bravi insegnanti. Cellulosa e celluloide. Girò la chiave ottonata nella serratura e si trovò nella Stanza Uno-Zero-Uno, all’interno della quale - nonostante la lunga serie di stranezze appena trascorse, e certamente a venire, in quel bizzarro albergo - si sentì perfettamente a suo agio, ora che si stava abituando a vedere come i ciechi, mentre i sobri dépliant riposti sulla scrivania recitavano: Benvenuti al Grand Hotel Lanthimos. «I limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo» Ludwig Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus, I ed. 1921 «Hey! Are you talking to me? Or are you just practicing for one of those performances of yours? Language it’s a virus» Laurie Anderson, Language is a virus [from outer space], 1986 «Le parole nuove del giorno sono: mare - autostrada - escursione - carabina. Un mare è una poltrona di cuoio con braccioli di legno, come quella che c’è in soggiorno. Esempio: non rimanere in piedi, siediti nel mare e chiacchieriamo. Autostrada è un vento forte. L’escursione è un materiale molto duro usato per fare pavimenti. Esempio: il candeliere è caduto e si è schiantato sul pavimento, ma il pavimento non si è danneggiato perché è fatto al 100% di escursione. Carabina: una carabina è un bellissimo uccello bianco» Kynodontas, regia di Yorgos Lanthimos, 2009 stage name
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