10 dell’economia carceraria. Oscar ha 32 anni, è alto e robusto, capelli rossi lunghi e occhialoni, e mi spiega che non si occupa soltanto del pub. Dirige da due anni un vero e proprio Festival dell’Economia Carceraria e un sito internet². Oscar conosce a menadito tutte le cooperative e imprese presenti, passate e persino future che, dal carcere, portano sul mercato alimentare prodotti di eccellenza. Biscotti, creme di pistacchi e mandorle, dolci, caffè, birre, pasta. Mi mostra, in un angolo del locale, gli scaffali con tutti i prodotti che vende e rielabora nell’offerta del pub, e noto che all’interno dell’angolo espositivo due ripiani sono occupati da una piccola biblioteca arricchita nel tempo con volumi scritti in carcere, al cui centro spicca la sua tesi, discussa alla LUISS, dal titolo La rieducazione del detenuto attraverso il lavoro in carcere, di fianco a uno dei due libri sulla detenzione scritti da Totò Cuffaro. Al di là del tema serio, Oscar è un ragazzone gioviale che mi spiega il suo lavoro. «Io sono un neofita. Ho cominciato facendo prima il volontario nei laboratori fuori Rebibbia, dentro una scuola agraria, del birrificio Vale la Pena». �uindi c’erano ragazzi e carcerati insieme? «Sì, tanto che in questo confronto si faceva scuola, e il progetto era stato persino premiato a Bruxelles». Ma la materia prima, il luppolo? «Malto, luppoli e lieviti venivano comprati sul mercato libero da Mister Malt. Noi compravamo, mischiavamo tutto, si bolliva, si metteva in fermentazione… per una serie di passaggi che durano quasi un mese e mezzo». E il know-how, chi ce lo metteva? «Abbiamo avuto la fortuna che tutti i grandi birrai italiani sono venuti a trovarci, appassionati da questo progetto, e ci hanno scritto delle ricette. �uindi, le prime ricette che abbiamo avuto sono state le loro. Dopodiché abbiamo avuto un tecnico birraio, poi un ragazzo che aveva studiato e aveva avuto un piccolo incidente penale, e infine un ragazzetto di 20 anni che aveva già fatto un tirocinio, con cui abbiamo creato una società per fare la bira Vale la Pena». «Oscar, tu “birra” con due R proprio no?» gli chiedo, ridendo. «No, al massimo devo cambia’ nome e dire una cerveza» mi risponde, liberando in pieno l’accento romanesco. Tornando alla birra Vale la Pena, prodotta in carcere, Oscar precisa: «A maggio 2019 hanno chiuso il birrificio. Cioè: la scuola dove era ospitato, finito il contratto di comodato d’uso, ha deciso di non rinnovarlo». �uindi dove si produce la birra Vale la Pena, oggi? «Ci siamo appoggiati a Pomezia, ci stiamo appoggiando a Giugliano di Napoli, ma la verità è che al momento siamo in un limbo in cui non impieghiamo detenuti, anche se vorremmo rifarlo già da domani. Lavoriamo per portare il birrificio in due carceri, ma ovviamente sono cose che non si fanno in pochi giorni, perché ci vogliono richieste di autorizzazioni che possono restare su qualche scrivania mesi, se non anni». E nel frattempo c’è il pub… «Ecco, sì. Il pub risponde a un’altra concezione. È stato aperto a ottobre 2018 da una società, e uno dei suoi soci era Paolo Strano, presidente della onlus che ha dato il la al progetto Vale la Pena. L’idea di Paolo era stata quella di aumentare i posti di lavoro, oltre alle due unità impiegate nel birrificio, inaugurando il pub». Però poi il pub chiude. «Sì, i soci di Paolo tirano giù la serranda a giugno 2019 finché non arrivo io, che avevo fatto il volontario al birrificio, e dopo la tesi sull’importanza del lavoro per i detenuti decido di affiancarlo, prima come direttore commerciale di Vale la Pena, e poi con l’idea di mettere insieme tutte le cooperative che producono in carcere e fare un festival: il Festival nazionale dell’Economia Carceraria». E come viene accolto un evento del genere? «Un successo. Di giornali, televisioni e pubblico. Per cui, Paolo e io abbiamo deciso di creare una società di distribuzione di prodotti di economia carceraria, e ovviamente aprire il locale dove li riuniamo tutti, anche perché se vendo anche solo un pacco di pasta in più, io so che a tutte queste cooperative sto dando una mano». E il menu è interamente basato su questi prodotti… «Sì. La differenza è che mentre prima il locale era principalmente commerciale, insieme alla birra Vale la Pena, ora il locale rimane commerciale, ma si basa principalmente sui prodotti dell’economia carceraria, e non solo sulla nostra birra. Il mio lavoro è semplice: io compro il tuo prodotto, dimmi il prezzo di listino, così ci faccio il mio ricarico e lo vendo. Stop». E alla fine li riunisci tutti. «Sì, anche perché se creiamo un piccolo corner nel locale, o nella bottega solidale, persino nel supermercato, non andiamo più in concorrenza col mercato libero, dove ti perderesti nei trucchi del marketing e nei colori del packaging dei grandi gruppi, ma riusciamo a offrire un prodotto alto per motivi etici, ma anche di eccellenza, che altrimenti venderebbe poco e niente tra i prodotti di un locale o di un supermercato normale». �uindi, così facendo, lavori su diversi canali paralleli? «Sì. Pub, eventi, distribuzione nei negozi, commercio online legato a un negozio che stiamo per aprire nel quartiere San Lorenzo. E sono spesso da solo. �uindi, se mi vuoi dare una mano…». Scoppio in una risata e poi vedo che non è solo, c’è anche chi lavora al pub. «Sì, qui abbiamo scelto di impiegare due detenuti e poi tenerli perché bravi. Non volevamo creare l’effetto-zoo, dove la gente potesse pensare di venire a vedere dei detenuti che lavorano, come se fosse uno spettacolo». E a quanti avete dato lavoro finora? «Con la birra Vale la Pena, ma anche col festival, siamo riusciti a impiegare circa 18 persone. È difficile per loro, dal momento che vengono dal carcere e il datore di lavoro deve versare direttamente lì lo stipendio, ragion per cui tutti sanno chi sono, da dove vengono, e c’è un pregiudizio. Noi ne abbiamo impiegati così tanti, anche grazie agli eventi, perché diamo loro la prima opportunità e alla fine, distinguendosi all’interno di circuiti specializzati, vengono contattati e impiegati subito, perché sono bravi. Infatti uno è diventato birraio, per dire. Insomma, non si presentano più da soli nel mondo del lavoro. Inoltre, negli eventi noi invitiamo anche detenuti scrittori, animali da palco, con un carisma. E farsi conoscere così è tutta un’altra storia». E tu, quanto spesso vai in carcere? «Beh, ora c’è un progetto, ma un po’ di angoscia mi viene sempre». Eh, ma forse ti dimentichi che nel tuo pub ci sono sbarre, grate… «Sì, è vero, ma entrare in carcere ti dà sempre angoscia. Apri una porta e te la chiudono alle spalle. E questo è anche il problema di chi esce. Un ragazzo impiegato qui mi ha raccontato che, appena uscito, ha chiesto di andare al centro commerciale. “Non l’avessi mai fatto” mi ha detto. “Rumori, urla, voci”. Pensa cosa deve essere per chi sta chiuso anni in una cella. O ancora, Facebook. Lo stesso ragazzo è uscito da un anno, e mi racconta che la sua ragazza lo rimprovera: “Perché ² www.economiacarceraria.it
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