11 non mi metti like alle foto su Facebook?”. E lui non riesce a capire qual è il problema. Allora io gli ho detto: guarda, se tu non metti il like, lei pensa che non lo fai per non farti sgamare da qualche altra ragazza. E lui mi dice: “Ma io la chiamo, le dico Vedi che mi piaci!”». Un’ultima domanda, Oscar: ma tu riesci a restare sul mercato? �uanto guadagni? «Beh, è facile. Ho vinto un concorso. E ho uno stipendio. L’estate scorsa sono diventato un navigator e ho pensato “Ok, ci provo!”». E il futuro come lo vedi? «Io lo vedo come un allenamento. Perché lo sviluppo di questo pub sarà un ristorante. E anche il negozio nascerà in uno spazio di proprietà di un altro imprenditore di economia carceraria, che produce germogli. Germogli coltivati nel Carcere di Viterbo che, consumati entro un certo tempo dalla germinazione, danno un apporto proteico in 100 grammi pari a quello di mezzo chilo di carne. E sono proteine più pregiate». Tra le grate e le sbarre della vecchia scenografia pensata dai precedenti proprietari, guardo i quadri fatti da un ragazzo, detenuto di Rebibbia, che ha sostituito al tratto delle pennellate la sua impronta digitale. «Dipinge senza l’aiuto di fotografie, soltanto con l’immaginazione» precisa Oscar, salutandomi. Banda Biscotti, Dolci Libertà, Dolci Evasioni, Sprigioniamo Sapori, Cotti in Fragranza, Vale la Pena, le etichette commercializzate da Economia Carceraria; e, nel menu del pub, Le galeotte, La soffiata, Focac-cella, Free-arielli, Provola a prendermi, Tagliere la corda, Fuorigregge, i nomi degli eccellenti piatti, sono voli pindarici e giochi di parole di cui potrebbe andar fiero Stefano Bartezzaghi. Se da un lato capisco che servono a dissacrare il tema della detenzione immaginando una fuga ideale dal carcere, dall’altro realizzo pure che siano un modo concreto per emanciparsene. Chi compra i grissini al cioccolato di Farina nel Sacco del Carcere di Torino, o spalma la crema di pistacchio di Sprigioniamo Sapori, o degusta i fondenti iubi – che in rumeno significa ‘amori’ – al peperoncino, o al sale marino, o all'arancia messi a punto da Cotti in Fragranza nel Carcere Minorile di Palermo, in fin dei conti sa di non stare comprando un marchio come un altro. Come chi sorseggia il caffè delle Lazzarelle – in napoletano, il corrispettivo femminile del termine scugnizzi. Pozzuoli - Alle 10 di un mattino soleggiato arrivo in moto, puntuale, all’appuntamento con il mio primo giorno in carcere. «Ciao, vado in galera! Io dico così a casa ogni mattina», mi racconta Paola, la collega di Imma, che mi riceve nella Casa Circondariale di Pozzuoli. Il panorama del golfo di Napoli, il porto, i gabbiani, con lo scorcio che da Capo Miseno fotografa Bagnoli è incantevole. Scatto una foto. L’ultima, perché da qui in avanti il mio telefono sarà chiuso in un armadietto con tutti i miei effetti personali – tranne una penna, che per l’umidità fa i capricci, e un taccuino. Il secondino, un ragazzo giovane, alto come un lampione, controlla che in un mazzo di fogli intestati ‘Ministero della Giustizia’ ci sia anche il mio permesso a entrare, mentre Paola mi aiuta con l’armadietto. «Ti hanno dato uno di quelli da questo lato, dove la chiave fa sempre i capricci». Li conosci tutti a memoria? «Eh beh, è da anni che lavoro qui». Paola è una piuma di ragazza, bionda e molto magra, ma per forza di volontà e convinzione svela ai miei occhi lo spessore di un Buddha. Mi spiega che la Casa Circondariale di Pozzuoli un tempo era un convento, e per questo ha una posizione invidiabile. All’interno, oltre le mura del perimetro, presenta alcuni spazi verdi, che in parte fungono da orticello. «È il più grande carcere, e unico femminile, della Campania. Il secondo d’Italia, dopo Rebibbia», mi racconta. Paola mi indica anche le grate dietro le quali ci sono le camerate delle detenute. «Al primo piano sono miste, al secondo quelle in attesa di giudizio, e al terzo le giudicate». Superando l’entrata, ci lasciamo le celle alla nostra destra, e quindi alle spalle, percorrendo fino in fondo un vialetto dove si fa largo uno spazio verde e un piccolo edificio che dà sul giardino, in cui sono al lavoro Claudia e Teresa. È la torrefazione della cooperativa premiata, per restare agli encomi più recenti, nel 2017 dalle imprese sociali Gesco, nel 2019 con il Vesuvio d’Oro e da pochi mesi con il titolo di Ambasciatrici dell’Economia Civile a Firenze. «E ci sosteniamo da sole, senza finanziamenti pubblici» sottolinea Paola. Intanto, dietro un bancone immacolato di alluminio, continua a manovrare una bilancia Teresa, vesuviana come me. È di Torre del Greco, e sta pesando il caffè macinato per i mattoni da 250 grammi che Claudia, casertana di Teano, pressa artigianalmente in uno stampo di legno e inserisce nella macchina del sottovuoto. �uello che più mi colpisce dal quadro d’insieme di questo stanzone è l’ordine, direi tipicamente femminile, con cui ogni angolo della torrefazione risponde al ciclo di lavorazione dei diversi prodotti firmati Lazzarelle. Prima di ogni illustrazione, come ospitalità napoletana insegna, c’è il sacro momento del caffè. «Facciamo una pausa, ragazze – annuncia Paola – così vi presento Sandro e poi, se vi va, potete parlare con lui e rispondere alle sue domande». In pochi, esperti movimenti Claudia prepara quattro tazzine di caffè miscela classica, 50% robusta e 50% arabica. Decido di procedere al mio primo assaggio senza aggiunta di zucchero. Paola lo nota subito: «Lo prendi amaro?». «Sto seguendo gli insegnamenti della mia prima maestra, Imma» ribatto. «Aaah, quindi sei già stato cazziato!» nota, ridendo. «Maledetto, testualmente». Anche Claudia, altissima, con capelli rossi lisci che spuntano dalla cuffietta obbligatoria in laboratorio, e Teresa, tipica bellezza mora, mediterranea, accennano un sorriso e firmano la liberatoria che mi permetterà di parlare con loro. Il caffè ha un gusto che nonostante l’assenza di zucchero vira al dolce, è ristretto in modo da riempire poco più della metà della tazzina in ceramica di Vietri, dipinta mirabilmente da un maestro ceramista, che la cooperativa fornisce a bar e clienti per grossi ordini. La crema dorata in superficie non si estingue al primo sorso, né si attacca alle pareti della tazzina, e mi regala una piccola grande gioia – oltre che una iniezione di energia che mi sarà quasi letale poco dopo. Claudia infatti, riposte le tazzine, comincia a spiegarmi tutte le fasi della lavorazione. «Nell’angolo, come vedi, abbiamo i sacchi con i chicchi di caffè, sia arabica che robusta, provenienti da Centro America, Sud America e Africa». Sopra ogni sacco sono scritte anche le proporzioni della ricetta, che ogni torrefazione custodisce segretamente. �uanto pesano, più o meno? «I sacchi pesano ognuno 60 chili» risponde Claudia, mostrandomi i bancali con altri quattro sacchi. Inebriato dalla miscela classica, chiedo a Paola:
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