Ossigeno #7

validi a prescindere, anzi, in alcuni casi, a maggior ragione, ora che viviamo al tempo del contagio e della Fase 2, qualunque cosa questa espressione significhi davvero. Però non posso fingere che niente sia successo, e in queste settimane Leonardo ha scritto sul tema del virus un articolo che poi è diventato un vero e proprio pamphlet: Dopo il Covid-19 – Punti per una discussione. Riporto qualche passo: «Oggi l’umanità, fragile come non mai – scrive Caffo – può entrare in una nuova fase evolutiva»; «La novità del Covid-19 è che è la prima vera rivoluzione internazionale e planetaria della storia»; «Il fatto di non essere superiori alla natura e di essere fragili, di non avere per nulla un posto centrale nelle cose del mondo, sono tutti elementi che sono stati per così dire acquisiti nel corso di un’emergenza fattuale. La scommessa adesso è capire se, almeno durante la fase costruttiva, vogliamo provare ad agire in modo cosciente ‘generando’ una potenziale specie a noi successiva, il postumano contemporaneo, derivante da una altrettanto potenziale speciazione». Come si vede, il campo di gioco resta lo stesso e forse, come lo stesso Caffo mi ha detto durante una diretta Instagram proprio nei giorni dell’emergenza, possiamo riassumere il tutto nella formula «Il virus in fondo siamo noi umani», nei confronti del pianeta. Fatte queste precisazioni, possiamo tornare a metà febbraio, e riprendere da dove ci eravamo interrotti. Idee, contingenza, metaforico: la conversazione avanza lungo sentieri rassicuranti, codificati, sento il ben noto calore della cultura che si diffonde intorno a noi, come succede con i funghi elettrici (e scrivere queste due parole mi dà un brivido alla Philip K. Dick) che irraggiano i tavolini dei caffè all’aperto nei mesi invernali. Poi però mi ricordo che siamo a metà febbraio, in una città del Nord Italia, che è pomeriggio inoltrato e che siamo seduti amabilmente all’aperto, che il clima è straordinariamente mite e che tutto ciò, per quanto molto piacevole, è anche sintomo di un problema che riesco solo a definire “colossale”. E, per aggiungere contraddizione a contraddizione, di fronte a un iperoggetto come il cambiamento climatico, la strada che Leonardo Caffo propone (ovviamente non solo per questo tema, ma questo, peraltro è il tema) è quella di un ritorno all’animalità come forma di presenza a se stessi: «Tutto il grande apparato della filosofia orientale, che noi non possiamo maneggiare con la disinvoltura con cui normalmente lo maneggiamo, cioè la meditazione prêt-à-porter con l'incensino di sottofondo, è tutto costruito intorno alla possibilità che l'uomo possa vivere nel qui-e-ora, come l'animale, ossia che possa non essere ingoiato dall'angoscia del passato o dall'ansia del futuro. Noi abbiamo questo grande limite e risorsa: che non siamo mai nel luogo in cui siamo, siamo sempre nel prima o nel dopo; nella mia proposta filosofica, l'animalità è una virtualizzazione di istanze che nella filosofia orientale non possiamo capire, mentre nella nostra realtà possiamo cercare di comprendere». «�uesto non essere in grado di spazializzare l'attimo, che è una qualità che abbiamo perso – ha aggiunto Caffo – in realtà è un'aberrante condizione di esistenza di Homo Sapiens. �uesto rinviare, questo dire: ‘Lo farò dopo, parlerò con mio padre dopo’, poi magari tuo padre muore e tu non gli hai detto le cose che gli volevi dire, perché hai sempre rimandato… Il qui-e-ora è il non rimandare e nella mia filosofia, semplificando, ciò ha molto a che fare con le grandi crisi che abbiamo davanti: l'ecologia, l'ambientalismo, la morte della diversità. Noi in continuazione rimandiamo le soluzioni, lo abbiamo sempre fatto. Non rimandare significa stare nella presenza, nel qui-e-ora. Non è la solita storia del 'fallo per i tuoi figli', 'fallo per le generazioni future'; no, fallo ora, per te! È una stupidaggine, quella del rimandare». E, per essere molto chiari, la situazione oggi per il nostro filosofo è la seguente: «Siamo sostanzialmente nella merda, ma sono pochissimi gli intellettuali che lo hanno capito». Collegato strettamente a questo ragionamento anche il discorso di Leonardo Caffo sul postumano, che lui ha affrontato nel saggio Fragile umanità, libro importante e denso, che ruota intorno all’inevitabile superamento dell’antropocentrismo e che sostiene una critica forte all’idea di umanesimo. «La mia è una grande battaglia contro l'umanesimo, più o meno come quella di Adorno e Horkheimer contro l'illuminismo. L'illuminismo ti ha dato gli strumenti per criticarlo, altrimenti non ci sarebbe stata partita. Idem l'umanesimo: ci ha dato la possibilità della meraviglia di ciò che è l'occidente. Oggi siamo in un momento di stupida critica dell'occidente, diciamo che dovremmo imparare, ma da cosa? Se uno gira un po' il mondo capisce che l'occidente è i diritti umani, la tecnica… L'occidente è il femminismo, l'occidente è l'ambientalismo, ma è anche la condizione di possibilità di tantissime sofferenze. L'umanesimo è una centralità di Homo Sapiens; oggi noi dobbiamo essere umanisti mettendo al centro la vita, non la vita dell'uomo o di un tipo di uomo, ma la vita in generale». Per questo, nella proposta filosofica (come ama dire e ripetere lui) di Caffo la vita prende la forma – come accade in modi diversi, ma altrettanto forti, in Morton o Donna Haraway – di un ragionamento sulle altre specie, sull’ibridazione e sulla mutazione a cui il postumano, che qui non ha nessuna delle caratteristiche bio-tecnologiche del transumanesimo, deve andare incontro. «Io parlo di una condizione ineluttabile, ossia di come vivere dopo una catastrofe che avverrà; è inutile fare gli ottimisti del sabato sera, se uno analizza i dati, analizza le curve e come ci stiamo comportando, le cose non possono che finire male. Vuoi per un collasso ambientale, vuoi per un collasso di guerra, per un collasso di pandemia: noi abbiamo davanti uno spauracchio enorme, che porterà l'umanità a una trasformazione epocale, in cui probabilmente il nostro futuro assomiglierà molto di più alla vita dell’uomo di Neanderthal che agli scenari asimoviani di macchine volanti e via dicendo. La mia è una critica radicale perché siamo stati bravissimi a costruire il progresso, ma non siamo stati capaci di fermarci. Che è esattamente la differenza tra il limite come risorsa e il limite come qualcosa di negativo». Come si diceva prima, il pensiero di Leonardo si muove e si alimenta anche delle sue contraddizioni, che nel caso del discorso sull’occidente diventano seminali quando se la prende con la critica tout-court dell'occidente. «�uesta cosa che noi occidentali siamo pessimi mi sembra il pensiero di qualcuno che non è mai uscito fuori per vedere come sono trattate le diversità in moltissimi Paesi». Eppure l’occidente è la culla di quell’umanesimo che oggi il filosofo ritiene debba essere necessariamente superato, in un’ottica di ripensamento globale e di vero e proprio cambiamento della nostra specie. «La mia è un'ibridazione fattuale. Io parlo di una nuova specie biologica, non culturale. Se crollerà la nostra nicchia ecologica, se crollerà il nostro habitat, se crollerà la nostra alimentazione, o soccomberemo oppure specieremo, cioè andremo direttamente da un'altra parte, non saremo né Homo 112

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