Ossigeno #7

Sapiens né un altro animale. E dovremo obbligarci a pensare fuori da tutte le categorie». E qui, con voce sempre pacata, ma anche con una crescente urgenza, Leonardo Caffo ci parla di uno dei cambiamenti più probabili per la crisi climatica, ossia l’innalzamento dei mari che porterà a perdere molte coste e molte città costiere. «Cambieranno elemento ma il pianeta non avrà problemi, ci saranno nuove specie che saranno acquatiche e non aeree. Venezia, che oggi è la nostra casa, un giorno sarà la nostra Atlantide, e gli affreschi meravigliosi che andiamo a visitare saranno la tana per qualche pesce che andrà a muschiarci intorno. Se noi questa cosa la guardiamo dalla prospettiva non culturale dell'essere umano, ma da quella della complessità della biosfera, tutto si rimette in circolo» (in realtà, qui Caffo dice tutto si riciccia, ma il mio perbenismo giornalistico da due lire mi ha portato a fare una perifrasi più educata, e ovviamente meno brillante, NdR). Ecco, se per caso ci stessimo ancora chiedendo che cosa vuol dire “pensiero radicale”, credo che si sia avuta una buona risposta. Lo choc dell’immagine di Venezia e la (apparentemente contraddittoria, di nuovo) pacatezza con cui siamo invitati a riconsiderarla, mi appare, in questo pomeriggio milanese, l’esatta misura di ciò di cui si sta parlando. «Le filosofie che hanno fatto i conti con la crisi dell'antropocentrismo – ha aggiunto poi Caffo, giusto per chiarire ancora meglio i concetti – non hanno potuto fare altro che constatare la totale irrilevanza di Homo Sapiens, e cercare di fargli abitare questa irrilevanza». Nei libri di Leonardo Caffo sono passati molti temi, dalla relazione con gli animali alla proliferazione di diete vegane. E, anche qui, i suoi commenti sono abbastanza interessanti: «Non amo i vegani; per me il veganesimo è un tassello di un sistema filosofico di pensiero della contingenza. Di fronte a un mondo che crolla, ovviamente, non posso che cercare di minimizzare il mio impatto sulla diversità e il dolore altrui. Ma se io fossi nato in una microcomunità africana e arrivasse un vegano, me lo mangerei. Io ho scritto che è più vegano un pescatore che si procura e mangia un pesce nella sua isola piuttosto che il ricco occidentale che, nel resort della stessa isola tropicale, chiede assolutamente il tofu, altrimenti si rifiuta di mangiare. �uesta cosa non ha niente a che fare con il contenuto del cibo, ha a che fare con l'atteggiamento con cui tu ti offri alla realtà. Il veganesimo decontestualizzato, fatto solo per mostrare agli altri quanto sei bravo, è l'ennesima puttanata borghese». Occidentale e anti-occidentale, vegano e in costante polemica con i vegani, critico dell’umanesimo attraverso però gli strumenti che questo gli offre; Leonardo Caffo, mentre l’intervista volge al termine, somiglia sempre di più a una dimostrazione vivente della dialettica applicata in primo luogo a se stessi, un tentativo di lucidità assoluta, ma, se mi passate il termine, antiretorica, e quindi - per usare due aggettivi che gli accidenti del mondo della comunicazione hanno ammantato di cattiva fama, in realtà del tutto immeritata - “debole” e “minore”. E non è solo colpa dei tempi modesti che ci troviamo ad abitare, se oggi questi due aggettivi finiscono con il rappresentare probabilmente le migliori condizioni che potremmo sperare di raggiungere: una consapevolezza debole del nostro nuovo modo di essere (e quindi lontanissima da ogni velleità di neo-superomismo) e una dimensione minore del nostro stare nel mondo (da qui l’idea di Caffo delle micro-comunità e delle riduzioni di prospettiva che garantiscono il mantenimento di possibilità della prospettiva stessa). (Apro un’altra parentesi: mentre rivedo queste frasi mi viene in mente anche il pensiero dell’architetto, pure lui radicale, Eyal Weizman sul tema cruciale del male minore. Consideratelo, se vi capita). «La grande domanda della filosofia – ha aggiunto a mo’ di chiusa Leonardo – è sempre: come faccio ad avere una postura conseguente a ciò che so, a ciò che leggo, a ciò che esperisco in un mondo completamente diverso, che mi traina del tutto dall'altro lato, come faccio a starci? Ed è qui che torna il tema delle micro-comunità: non sono soltanto questo scenario postmortem di Homo Sapiens, ma è una cosa immediata. In questi contesti possiamo fare l'unica cosa che ha senso: possiamo piantare un piccolo seme della nostra energia, per non scivolare nel disincanto». Un disincanto, e nell’intervista abbiamo parlato anche di loro, che ha portato menti straordinarie come quelle di Mark Fisher o David Foster Wallace a soccombere e a suicidarsi; abbiamo parlato del genio di Roberto Bolaño e della sua solitudine, di Kafka, che in fondo ci ha sempre riassunto alla perfezione, ma queste, come si dice, sono altre storie, e le racconteremo un’altra volta. «Il punto – ha però aggiunto Caffo, con quello che a me è parso una specie di colpo di coda morale (ma di una morale, anche qui, nuova) – non è non lottare; il punto è lottare per capire che aveva senso non farlo. È come se noi esseri umani dovessimo fare un giro molto più largo per capire che siamo animali, e poi non siamo nient'altro che quello». È chiaro che, anche a livello simbolico, il cerchio si è chiuso, l’intervista è finita e io dovrei solo spegnere il registratore. Però non posso non pensare, da padre, che Leonardo lo è appena diventato, e che sua figlia dovrà vivere in questo mondo, di cui insieme e con apparente leggerezza abbiamo però appena tracciato un ritratto quantomeno di enorme complessità. Glielo dico e ci guardiamo per un attimo più forte, o almeno così pare a me. Poi mi risponde con un’immagine che ha a che fare con il suo desiderio, me lo ha confessato poco prima, di pianificare una exit strategy fatta di una vita completamente diversa, lontano dalle città. «Una volta avrei voluto che questa ragazza che è appena nata e diventerà grande frequentasse le scuole americane, imparasse 15 lingue e andasse ad Harvard. Ora però mi chiedo perché non dovrebbe essere più importante vivere nella natura e fare una scuola in paese per camminare in mezzo alla strada senza paura, per esempio, delle polveri sottili. Non posso essere io stesso vittima del modello che mi viene imposto, con tutto quello che ho scritto». Ancora una cosa: «Wittgenstein scriveva che l'università gli faceva schifo, ma poi è andato davvero a fare il giardiniere: benché gli offrissero la cattedra, ha sperimentato sul suo corpo cosa fosse il cambiamento. Oggi nessuno, compresi io e te, ha veramente voglia di farsi piombare addosso il peso del cambiamento. È così comodo, in fondo, sapere che tra due o tre ore torneremo a casa e ci sarà un divano, la cena… La mia è anche la filosofia di un fallimento personale, è una denuncia del fatto che so che è tutto sbagliato, ma che qui dentro ci nuoto». 113

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