133 avrebbe prodotto comunque una notevole massa di “rifiuti umani”. Certo, non ci si può aspettare in un emirato una particolare sensibilità sociale, fa tuttavia pensare che il perseguimento di obiettivi di sostenibilità ambientale, legati cioè a una prospettiva di vita, possa tradursi nel suo contrario, e cioè nell’ossificazione di una condizione. Di fatto, gran parte delle strategie sostenibili sembra puntare in una direzione conservatrice. Riduci-riusa-ricicla, isolamento, economia circolare, kilometro zero, permacultura, emissioni zero, parlano di un tempo sospeso nella ciclicità del presente, di una ripetizione continua e inevitabile di procedure validate nella loro neutralità, di un controllo esteso dalla dimensione produttiva a quella sociale del consumo, di anatema contro il carattere dissipativo dell’edonismo, ma anche della ricerca e di ogni processo trasformativo: vale a dire di ogni progetto. Una prospettiva comunque agghiacciante per le senili e grasse società affluenti, che dovrebbero barattare molte delle loro libertà per un futuro (auspicabilmente?) sempre più uguale al loro agiato presente, e ancora meno appetibile per le moltitudini di disperati che provano a fuggire da condizioni di vita già particolarmente aspre. Può l’architettura intervenire significativamente su questioni così vaste e complesse? Da un lato, come operatori di un comparto – l’edilizia – che vale circa un terzo del totale delle emissioni di anidride carbonica, sentiamo una forte responsabilità. Dall’altro dovremmo sapere che, come architetti, il nostro impatto sulla realtà è quantitativamente limitato e il nostro ruolo, di conseguenza, più di tipo esemplare e rappresentativo e, insieme, sperimentale e mutageno. Al nostro meglio, facciamo in modo che un tempo e una società, le paure e i desideri che esprimono, si rispecchino nelle nostre opere, aprendo allo stesso tempo finestre su possibilità sorprendenti, capaci di alimentare nuove ambizioni e comportamenti. Per questo, all’interno delle retoriche sostenibili, sembrano più coerenti con l’attitudine trasformativa del progetto quelle narrazioni e strategie progettuali che si basano sull’apertura proliferativa dello scambio, piuttosto che sull’isolamento e sul controllo. La Turbulence House di Steven Holl, realizzata nel deserto del Nuovo Messico nel 2005, presenta un’apertura al centro conformata in modo da convogliare e accelerare il vento, e ottenere un’apprezzabile differenza di temperatura in quel clima rovente. La copertura temporanea presso l’Hangar Bicocca, realizzata a Milano da Studio Albori nel 2016, si inserisce in un metabolismo di oggetti recuperati di varia provenienza e di materiali nuovi disponibili a utilizzi successivi. Il progetto per un nuovo museo d’arte contemporanea a Bangkok di R&Sie(n), 2002, doveva essere drappeggiato da una specie di sudario in rete metallica capace di attirare le polveri in sospensione nell’aria, rendendola più pulita e, insieme, riciclando come “materiale da costruzione” l’inquinamento così caratteristico delle città asiatiche nel momento del loro recente sviluppo, decisivo nel definirne la luce particolare. �uesti e altri progetti agiscono nella direzione di una secolarizzazione del discorso sulla sostenibilità in architettura. Non promettono soluzioni definitive, né suggeriscono comportamenti predeterminati. Affrontano condizioni locali estraendone strategie contingenti e specifiche, che alimentano l’idea progettuale senza prenderne il posto. Sono buone architetture, non solo architetture “buone”. per Ossigeno #O7, Padova, 20 02 2020 Giovanni Corbellini (1959) è architetto, dottore di ricerca, critico dell’architettura contemporanea. Ha insegnato a Venezia, Ferrara, Milano, Trieste ed è attualmente professore ordinario di progettazione architettonica al Politecnico di Torino. Tra i suoi libri ricordiamo Ex libris. 16 parole chiave dell’architettura contemporanea (2007, 2015), Le pillole del dott. Corbellini. Consigli agli studenti di architettura (2010), Housing is back in town (2012), Lo spazio dicibile. Architettura e narrativa (2016), ViceVersa - Black Conversations (2019).
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