prende, per questo, delle gran cantonate. Il cervello ragiona così: la maggior parte delle volte, quando qualcuno si scusa è perché ha fatto qualcosa di male. �uindi, sarà così anche questa volta. �uesto non è necessariamente vero, ma è terribilmente reale: le euristiche, del resto, governano praticamente qualsiasi nostra azione quotidiana (è più buono un vino che costa 10€ a bottiglia o un vino che ne costa 40, di euro? Senza averlo assaggiato, già conoscete la risposta: ancora una volta, economia cognitiva ed euristiche). Il premio Nobel Daniel Kahneman ha condotto una nutrita serie di ricerche in tal senso e ha identificato quelli che lui chiama Sistema 1 (la parte inconscia del cervello, quella che prende decisioni di pancia) e Sistema 2 (la parte che crede di prendere decisioni ragionevoli): le scorciatoie, insomma, sono inevitabili. Pertanto, anche se razionalmente noi comprendiamo che chi si scusa lo fa per gentilezza, meno razionalmente andiamo a pescare altri scenari nel nostro inconscio. Ed è lì che la frittata è fatta4. - Anche la seconda parola, ‘disturbo’, contiene implicazioni poco utili all’interazione: all’idea disturbo colleghiamo solitamente concetti poco piacevoli, quali che siano. La questione è che il nostro cervello rettiliano si attiva molto velocemente per fuggire da qualsiasi pericolo, problema o potenziale fonte di fastidio: siamo biologicamente progettati per evitare pericoli, ne va della nostra sopravvivenza come specie. Ed ecco quindi che una forma di gentilezza e un modo di dire evidentemente figurato si trasformano in un segnale di allerta che mette in fuga chi ci ascolta. C’è di più: quelle parole dicono molto anche di noi stessi, del modo in cui ci vediamo. Forse crediamo davvero che la nostra presenza o la nostra chiamata sia un disturbo? Forse ci sentiamo in colpa, così da doverci scusare? Insomma: sebbene a livello inconscio, presentarci in quel modo ci farà apparire probabilmente gentili, ma di certo poco credibili. Essere linguisticamente intelligenti significa avere la libertà di scegliere altre parole per esprimere lo stesso concetto e soddisfare la medesima intenzione. Nell’esempio di cui sopra, è possibile iniziare la telefonata con un «Ciao, sei libero adesso?». Una frase del genere ci farà apparire in modo molto diverso e, attenzione, contribuirà a farci sentire meglio. Secondo la cosiddetta Ipotesi Sapir-Whorf (Sapir-Whorf Hypothesis, SWH), o Ipotesi della Relatività Linguistica, il nostro sviluppo cognitivo è influenzato dalla lingua che parliamo. Un’estensione di tale ipotesi è quella che riguarda la dissonanza cognitiva: parlando in un modo specifico, noi possiamo condizionare noi stessi a vivere le sensazioni corrispondenti, e a vedere porzioni di realtà che sono collegate con il linguaggio medesimo. Cambiare le parole con le quali comunichiamo e ci parliamo, insomma, ci cambia il cervello e letteralmente ci trasforma. Vale la pena sceglierle con cura. 146
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