Ossigeno #7

49 I suoi antenati hanno nutrito l’umanità con il loro contenuto sin dalla preistoria, quando gli uomini erano ancora nomadi raccoglitori e cibo per le fiere, e i primi timidi dei camminavano ancora sulla terra. Agli albori della civiltà, i geni alati assiri brandivano pigne durante i riti sacri di purificazione, finché gli dei greci e romani non le ereditarono da loro. �uando era ancora giovane e sacra per la storia dell’umanità, la pigna partecipava da protagonista al culto dei misteri dionisiaci: intrisa nel miele, veniva portata in cima a un’asta di ferula nel tirso, bastone rituale di Dioniso e della sua corte di satiri e menadi. Giorni migliori, giorni di gloria e rispetto quando, a dire di Euripide, «alta squassando Bacco la rutila vampa sprizza dalla sua ferula» (Le Baccanti, 407-406 a.C.), ovvero quando dalla sua punta colava il miele che il dio e i suoi seguaci spargevano sulla vegetazione, sulle creature animali e gli uomini, in un rito di fecondazione dalla simbologia sessuale tutt’altro che sottintesa. Era quindi diventata portatrice della fecondità e con essa i suoi semi, equiparata nella forma al sesso maschile e nel contenuto alla potenza della fecondazione e della forza virile e vitale dell’atto carnale: la preghiera del fedele veniva rivolta con disinvoltura ora al simulacro nel sacello del tempio, ora nel talamo nuziale o sui letti intrisi di sudore dei lupanari. Ai tempi d’oro le venivano appuntate al petto medaglie con su scritto “�ui sta l’immortalità”, “A te chiediamo abbondanza”, “Simbolo di Sapienza”, “Ecco il terzo occhio”, “Tempio dell’anima”. Per i morti se ne scolpivano le forme sulle stele, sulle pareti delle sepolture, sulle urne cinerarie; per i vivi se ne usavano i frutti come afrodisiaco per risvegliare un organo assopito. Alcuni illustri esempi di chi ne cantò le gesta e trasmise le glorie dello strobilo (altro nome della pigna) e dei pinoli: nella Naturalis Historia, Plinio scriveva: «I pinoli spengono la sete, calmano i bruciori dello stomaco e vincono la debolezza delle parti virili». Nell’Ars amatoria, Ovidio lo considerava uno dei cibi sicuramente capace di favorire l'amore. Il greco Galeno, padre di tutti i medici, raccomandava di assumere una mistura di pinoli, miele e mandorle per tre notti consecutive. Poi cadde l’Impero, e con esso il suo Pantheon. Le iconografie antiche sparirono o si cambiarono d’abito per sopravvivere all’età di mezzo. Ma non tutte. �uando venne disseppellito da quel misto di terra e frammenti di miti pagani che era il suolo di Roma, in epoca medievale, il monumentale strobilo in bronzo detto Pignone, aveva dormito per secoli. Era nato nel secondo secolo dopo Cristo dalle mani di un certo Publio Cincio Savio, era stato ornamento di una fontana del Tempio di Iside al Campo Marzio di Roma e si decise che, dopo il suo risveglio, avrebbe ornato il quadriportico della oggi scomparsa antica Basilica di San Pietro in Vaticano. Il Pignone passò quindi dal far parte di un luogo sacro pagano al cuore stesso della cristianità, e con esso lo seguiva la fama sua e dei suoi semi. Lì dove gli eroti avevano dovuto tramutarsi in scialbe creature cristiane e i sileni erano stati ricacciati coi forconi nel fitto dei boschi al grido di dimonio!, esso aveva vinto: era ancora simbolo dell’eternità e il suo contenuto era ancora considerato afrodisiaco, quasi farmacologico. Per la medicina araba del Medioevo era consigliato ai paralitici, come ricostituente dei convalescenti e di nuovo salvezza degli impotenti. Per gli europei era un rimedio per la cura della cataratta e della gotta. Ancora nel �uattrocento, il cuoco Bartolomeo Sacchi scriveva: «Si dice che i pinoli, mangiati piuttosto spesso insieme con uva passa, stimolino l'attività sessuale. Il medesimo effetto fanno conditi con lo zucchero. Con i pinoli avvolti nello zucchero sciolto in un cucchiaio si fanno delle pastiglie alle quali si applicano sottili lacrime d'oro battuto» (De honesta voluptate et valetudine, 1474). Cosa rimane oggi della reputazione di un seme che veniva consumato con l’oro e di cui si adornavano le case terrene degli dei? Quale posto abbiamo riservato ai pinoli e allo strobilo nella nostra contemporaneità? Troppo poco considerando la sua aura magnificente, se non l’enumerazione delle sue proprietà nutritive e il dileggio di un elenco che suona Calcio 16 mg / Magnesio 251 mg / Potassio 600 mg / Sodio 2 mg, oltre che lodi come “ricco in proteine” o “zero colesterolo”. Un’aura mescolata con il contemporaneo affronto di essere ridotto in salse verdi, l’onta dell’essere mischiato ai più banali tra i semi per finire su dolci di produzione industriale o, nel migliore dei casi, di diventare decorazioni natalizie. L’animo è fiaccato dalla disgrazia, e a un occhio pessimistico il futuro del mito non promette nulla di buono. Si stima che il surriscaldamento globale abbia già decimato direttamente e indirettamente migliaia di ettari occupati dalle pinete del Nord America. Proliferano gli eserciti di coleotteri xilofagi che distruggono e divorano. Da un emisfero all’altro del pianeta mutano gli ecosistemi, spariscono le pinete per farne legname per produrre mobili usa e getta, l’erosione compromette i terreni, ogni estate vanno in fumo foreste nel Mediterraneo. Posta la storia degna di un’eroina letteraria, si delineano forse le lettere della parola estinzione sullo stendardo dello strobilo e dei suoi semi o, come in passato, la disgrazia è solo temporanea? Il finale, ad oggi, non è noto.

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