59 violenza #04E mai più di quattro. Gli Aztechi sapevano essere spietati con il pulque. Noi conosciamo la bevanda con una gradazione alcolica bassa, 6-7%, poco più di una birra. Non si può sapere con certezza cosa fosse il fermentato della linfa di agave presso i suoi più antichi consumatori, ma di certo nessuno sarebbe mai potuto andare oltre il quarto bicchiere. Il pulque lo potevano consumare in pochi, e chi ne abusava andando oltre il quarto bicchiere veniva derubato di ogni bene, umiliato socialmente e ridotto in povertà. Entro il limite di quattro coppe potevano servirsene le persone anziane, quando per l’età il sangue si raffredda e il pulque aiuta a dormire. Potevano somministrare il pulque i sacerdoti, servendolo alla vittima sacrificale sull’altare divino per obnubilargli la mente prima di strappargli il cuore. Al quinto pulque, i racconti e le leggende legate alla bevanda finiscono sempre male. violenza #05Il pulque ha dunque una genesi di linfa capace di distaccare la mente dai sensi e dalle regole cognitive solite. Così nasce un simbolo dell’eccesso, uno strumento di cui non abusare. Le antiche regole che normavano il suo consumo prevedevano anche la lapidazione, e in modo ferreo disciplinavano chi potesse soddisfarsi da quella fonte. Stessa fermezza era posta nel definire le finestre temporali in cui invece sì, il banchetto era possibile per tutti. violenza #06Pur per pochi, e in disciplina degli intermediari di Dio in terra durante i riti e le cerimonie delle popolazioni del Centro America, il pulque non è mai stata una bevanda d’élite. Quella era la cioccolata. Il pulque non avrebbe mai potuto fare strada nella nobiltà perché tutti i poveri si aggrappavano a lui per sopravvivere. Difficile da realizzare a dovere ma facile da trovare, economico e idratante in un territorio che, se non è deserto, è altrimenti inospitale, il pulque è nutrimento per chi non può permettersi acqua e alimenti. Il pulque finisce bene – Il Messico dà l’idea di raccontarti sempre una storia molto tosta, cui segue un finale con emozioni che non si prevedevano. Lo si intuisce già da come trattano la morte, da come suonano la chitarra e dall’intensità dei suoi sapori. L’agave, maguey in lingua, dopo aver versato tutta la linfa verso la sua fioritura, inizia a morire e a riprodursi. Per via delle sue radici, la pianta fa germinare intorno a sé nuovi esemplari, le mecuate. Un nuovo capitolo di un ininterrotto ciclo alimentare, come una saga sudamericana di violenza, soprusi e conclusivo lieto fine, tra gli uomini e la loro terra.
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