Ossigeno #7

76 Nel 1952 John Cage scrisse 4’33”, composizione in tre movimenti per qualunque strumento musicale; lo spartito dava istruzione all'esecutore di non suonare per tutta la durata del brano, di 4 minuti e 33 secondi. Nell’apparente silenzio circostante, l’importanza conferita al suono traslava dai musicisti agli spettatori, ai loro respiri, alla naturale musicalità prodotta da ogni ambiente di cui prendiamo possesso, mentre la durata della composizione richiama lo zero assoluto: 4’33’’ corrispondono a 273 secondi, e lo zero assoluto è posizionato a -273,15°C, temperatura fisicamente irraggiungibile. Come irraggiungibile è il silenzio assoluto. Nel 1958 Yves Klein eliminò totalmente l’arredamento dalla galleria parigina Iris Clert, pitturandone le pareti di bianco per la sua esposizione, intitolata Le vide (trad. Il vuoto). Mentre attraversavano Il Vuoto, a ognuno dei presenti venne servito un drink della stessa tonalità di Blu Klein per la quale l’artista è universalmente noto. L’indomani, tutti gli ospiti che avevano sperimentato quella che sembrava essere la totale assenza di colore propria del vuoto urinarono blu. Nel 1969, nella storica galleria romana L’Attico, Gino De Dominicis non fece altro che tracciare con un gesso bianco il perimetro di un quadrato e intitolarlo Cubo Invisibile: nessuno dei presenti alla mostra osò addentrarsi all’interno di quel perimetro, e quando l’opera venne venduta (perché, sì, venne anche venduta), De Dominicis consigliò al collezionista, che eseguì senza battere ciglio, di affittare un camion per il trasporto di quello che materialmente non era altro che un foglietto con l’autentica di un’opera inesistente. Tra il 1984 e il 1989, Il Grande Cretto di Alberto Burri è una delle più vaste opere di land-art esistenti al mondo, realizzata site-specific nel luogo in cui sorgeva la città vecchia di Gibellina, rasa totalmente al suolo nel 1968 dal terremoto del Belice. «Mi veniva quasi da piangere, e subito mi venne l'idea: ecco, io qui sento che potrei fare qualcosa. Compattiamo le macerie, le armiamo, e con il cemento facciamo un immenso cretto bianco, così che resti perenne ricordo di questo avvenimento» ebbe a dire Burri al proposito, nella monografia a lui dedicata da Stefano Zorzi. Su una superficie di 80.000 metri quadri Burri cementificò, rendendola eterna ed eternamente visibile, la memoria storica di un paese devastato, dedicando al libero accesso per la fruizione dell’opera le stesse vie d’accesso presenti a Gibellina prima della sua distruzione. Il Grande Cretto, sudario steso sullo sfregio della Valle del Belice, fu fortemente voluto dall’indimenticato Patron della Fondazione Orestiadi, Ludovico Corrao, che seppe riconoscere nel silenzio frastornante l’arte come forma di riscatto. Paradosso dell’arte: rendere visibile l’invisibile, tenerne memoria innalzandolo ad opera, come per le sopracitate azioni artistiche, scelte tra mille per essere a pieno titolo passate alla storia. Anche le immagini raccolte in questo diario non sono che un ristrettissimo florilegio di incarnazioni iconografiche, e iconoclash, delle parole trascritte nell’elenco di ieri, libere e invisibili, perché niente più dell’arte contemporanea – neanche il sociale, troppo spesso neanche il morale – si è preso carico dell’invisibilità come terrain vague da riscattare per poter tornare, finalmente, umani. Immagini ibridate da un hashtag che ne dichiara la forma di invisibilità, come se quella parola che le contrassegna fosse lo specifico potere del supereroe cui fa riferimento; del resto, l’invisibilità è il più classico dei superpoteri, e un’icona il più classico dei supereroi. Immagini che non sono altro che appunti incompleti di una storia, quella della cultura contemporanea, accoratamente e costantemente impegnata nel dare espressione all’invisibilità, nel mostrarla, per permetterle di dire tutto ciò che può e che deve dire; una ricchezza di senso così toccante che la si può sentire sulla pelle, come brivido, al solo pensiero del suo passaggio. Anche ognuna di queste immagini è politica prima che artistica, perché è politico tutto ciò che è capace di proiettare un universo di valori. In un’era di identità sintetiche e di super-ego che urlano, trovo l’arte del riscatto la più alta forma d’arte, e trovo il riscatto dell’invisibile la più alta forma di umanità. giorno 5 Rendere visibile l’invisibile, una casistica: invisibilità dell’oggetto

RkJQdWJsaXNoZXIy NDUzNDc=