12 Un altro aspetto fondamentale delle mafie – condiviso dai russi, ad esempio, da cui sono cominciate le mie ricerche di giovane dottorando – è che loro non si reputano semplicemente dei criminali. �uesta sarebbe l’offesa peggiore che tu potresti rivolgere loro, che si considerano invece persone che risolvono le situazioni, sistemano le cose, rendono tutto più omogeneo. Dei fratelli di legge, insomma – che è poi la traduzione letterale di vory-v-zakone, espressione della mafia russa. Sì, esatto. Delle brave persone. �uesto diceva anche Joe Bonanno nella sua autobiografia (A man of honor, N.d.A.). I mafiosi hanno questa sorta di ideologia che li spinge ad andare avanti. Perché, comunque, fare la mafia puramente motivati dal vantaggio economico è molto difficile. E questo perché la mafia è un impegno talmente totalizzante che per entrare in queste organizzazioni ci devi credere. Cioè, si deve credere in qualcosa che vada al di là del puro profitto… anche se il profitto è chiaramente un altro fattore. A proposito di questa fede cieca: studiandola, o anche leggendola dai libri, persino dai suoi, pensa che la criminalità organizzata possa esercitare una sorta di fascinazione presso le persone cosiddette normali? Sicuramente le mafie vorrebbero fartelo credere. Tutte le mafie che cito nei miei libri hanno creato mitologie delle loro origini. Tutte rigorosamente false. Nascono tutte per combattere l’ingiustizia: i Beati Paoli, in Sicilia, che combattono contro i francesi, in Giappone lo stesso, le Triadi pure. Anche la mafia russa ha il suo mito di origine: nel suo caso, è combattere contro i “cattivi comunisti”. E lei pensa che dai suoi libri qualcuno possa rimanere affascinato dalle organizzazioni mafiose? Beh, credo di no… Allora cambio la domanda: secondo lei, tra i suoi lettori ci sono dei mafiosi? A dire il vero, il mio ultimo libro è stato tradotto in spagnolo ed è stato molto letto in America Latina, quindi forse lì qualcuno che lavora per i cartelli della droga c’è stato… Una delle regole che mi sono dato io è stata quella di non far tradurre i miei libri in russo. Per evitare una vicinanza eccessiva. �ueste mie domande nascono anche dalle critiche negative ai libri sulla mafia, accusati di mitizzarla. Vita di mafia è in parte una risposta a questa critica, e secondo me fa esattamente l’opposto. Cioè, invece di mitizzarla, mostra la sua vigliaccheria e le loro insicurezze. Mostra che non tutto riesce loro. Anzi. Ad esempio? L’esempio più lampante è tratto da un libro, secondo me, tra i più belli mai scritti sulla mafia. È il libro di Felicia Impastato, la madre di Peppino Impastato. Il titolo è La mafia in casa mia, in cui lei descrive il funerale del figlio. La scena è questa: come tu sai, la famiglia Impastato è una famiglia di mafia. Sia Felicia che il marito avevano quelle origini, e Peppino vi si ribellava. Nel salotto della casa ci sono i familiari che aspettano l’arrivo del feretro di Peppino e uno di loro, mafioso, dice a Felicia Impastato: «Vedrai che non ci sarà nessuno, tuo figlio era un comunista, a nessuno fregherà nulla». A un certo punto la nipote, però, apre la finestra e vede che dietro la bara di Impastato ci sono migliaia di persone. Che urlano contro la mafia. Che lanciano slogan contro la mafia. E questo mafioso improvvisamente si impaurisce, diventa bianco in viso, si siede su una sedia e dice: «Adesso mi spaccano la testa». È una grande lezione. Ci insegna che, se ci si mobilita, questi non si rivelano altro che una piccola minoranza. Un’altra cosa che cerco di dimostrare nel libro è che non tutte le ciambelle riescono col buco. Neanche le loro. Bisogna stare attenti perché la mafia è pericolosissima, però dare l’impressione che sia onnipotente, infallibile, in realtà è prima di tutto esattamente ciò che loro vogliono, e in seconda istanza non è vero. Perché esistono invece casi in cui i mafiosi sono stati sconfitti o raggirati. �uindi, secondo me, l’idea che emerge da alcuni racconti, anche televisivi, della mafia è, per prima cosa, non corretta. E poi è un’idea, un’immagine, che fa molto comodo alla mafia stessa, perché quello di cui ha bisogno è una reputazione. La mafia vuole che noi la temiamo, così, quando ci viene a chiedere qualcosa, noi facciamo immediatamente ciò che ci viene chiesto. Al riguardo, ci sono alcuni passaggi del suo ultimo libro che mi hanno colpito, e sono quelli in cui lei racconta come alcune famiglie di Cosa Nostra si scoprano impotenti davanti a furti o assalti alle saracinesche dei negozi in quartieri che sono convinti di “controllare”. Per non parlare dell’indifferenza di migranti e commercianti cinesi alle richieste di racket e, in ultimo,
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