Ossigeno #8

13 dell’impossibilità di chiedere il pizzo a Netflix o Amazon, che hanno ormai preso il posto dei negozi di prossimità. È proprio così, e queste storie vengono da Palermo, dove l’arrivo dei migranti ha indebolito la mafia (insieme, ovviamente, alla repressione poliziesca). Ci parlano di furti in appartamento che non sono “sanzionati” dalla mafia, e che palesano quindi un’incapacità di governare il territorio. Nelle intercettazioni scopriamo poi che, per esempio, alcuni appartenenti alle cosche mafiose non hanno neppure i soldi per pagare le rate della macchina al concessionario, e sono obbligati a restituirla. �uesto dimostra che sono deboli – non sempre, non in tutti gli aspetti, ma se noi come studiosi non ne sottolineiamo anche le debolezze, e quando sono deboli il motivo per cui lo sono, sferriamo un grave danno alla ricerca. Tornando ai migranti, vorrei chiederle cosa ne pensa sul tema della manodopera a basso costo – e non soltanto nel Meridione, e non soltanto in Italia, se i rapporti dell’ONU ci raccontano di condizioni di sfruttamento nella coltivazione di alcuni tipi di frutti in Vietnam, in cui si calpestano i diritti civili. �uesto tipo di sfruttamento può considerarsi criminalità organizzata? Certo, perché le mafie sono coinvolte nel caporalato. �ual è il termine inglese? In Inghilterra si chiama labor racketeering, e contraddistingue un sistema in cui imprenditori che usano mezzi non del tutto legali incontrano una manodopera disposta ad accettare condizioni di illegalità, con la mafia mediatrice tra questi interessi. Non dobbiamo mai dimenticare la responsabilità degli imprenditori, che è gravissima. In questo caso imprenditori agricoli, ma anche nell’edilizia esistono le medesime logiche di sfruttamento. Io ho studiato il caso di Bardonecchia, in Piemonte, primo comune fuori dalla geografia tradizionale la cui giunta è stata sciolta per infiltrazione mafiosa: il mafioso locale – Lo Presti, della ‘ndrangheta – faceva proprio quel lavoro lì, nell’edilizia in quel caso, esercitando il suo controllo sulla manodopera di immigrati meridionali. La mafia opera dunque sicuramente su questi mercati, e quello che dobbiamo capire è che produce un servizio per entrambe queste due entità, per entrambi questi due interessi. L’imprenditore ha manodopera a basso costo, minacciata e controllata dalla mafia, e l’immigrato disoccupato viene senza dubbio sfruttato, ma preferisce lavorare, piuttosto che non farlo del tutto. Ecco la trappola. Ma sappiamo anche che, a volte, i lavoratori si ribellano. �uando stavo per completare il mio libro Mafie in movimento, sono stato a Rosarno immediatamente dopo la rivolta che ci fu nel 2010-11. La mafia è in grado di sfruttare gli immigrati solo se questi non si organizzano e non si proteggono – come, ad esempio, fanno alcuni gruppi di immigrati del Bangladesh a Palermo. Di per sé, l’immigrato non sempre è in grado di rifiutare lo sfruttamento mafioso, ma ciò dipende soprattutto dalla sua capacità di organizzarsi in gruppo. E dal punto di vista dell’impresa? L’impresa è, secondo me, l’altra faccia del problema. Le imprese che cercano la mafia beneficiano della sua presenza. Il problema della mafia è che è un fenomeno che esiste da prima dell’Unità d’Italia, represso nella storia anche piuttosto pesantemente – da Falcone, da Borsellino, con il maxi-processo di Palermo. Eppure è ancora lì, no? In questo senso mi viene in mente la frase di Giovanni Falcone: «La mafia è un fenomeno umano, e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine». Lei è d’accordo? Io sono d’accordissimo, però la fine non si è ancora vista in Italia. E c’è di peggio, perché quello a cui abbiamo assistito è l’espansione al Nord delle mafie tradizionali – in Piemonte, in Veneto, in Lombardia e anche in Emilia, come sappiamo dalle indagini di Reggio Emilia e di Brescello. �uindi la situazione è grave e persiste. Le mafie si espandono. La ragione per cui esiste da più di cento anni è perché soggetti al di fuori della mafia beneficiano della sua presenza. Nel mio studio su Bardonecchia, concludo che in quel caso la funzione della ‘ndrangheta, nel periodo del boom di richiesta di seconde case in montagna, fu quella di ridurre la competizione a beneficio di alcuni imprenditori, escludendone altri. E procurandosi manodopera a basso prezzo. A guadagnarci furono dunque imprenditori inclusi nel cartello economico protetto dalla mafia. Gli altri furono espulsi, minacciati, alcuni addirittura assassinati. Soltanto un sindaco eroico all’epoca, Mario Corino (primo cittadino di Bardonecchia dal ’73 al ’78, N.d.A.), ne denunciò la presenza. Un eroe dell’antimafia italiana di cui, però, nessuno si ricorda. Tuttavia, a mio avviso, la soluzione non può venire solo dagli imprenditori. Deve arrivare dallo Stato, che deve proteggere i mercati, assicurarsi che l’accesso ad essi sia libero e non chiuso – che è quello che fanno le mafie: chiudono i mercati – e quindi rendere il mercato funzionante in maniera

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