48 (bellissimo) quale fu Ulay: l’estetica senza etica è cosmetica, volatile e artificiale, come una cipria. I frammenti schizzati di bellezza che saturano il presente rispondono allora alla stessa frammentazione sociale che atomizza l’umanità, intrappolata in una sottomarca estetica di plastica. In Storia della bellezza (2004), Umberto Eco sottolinea come ogni epoca abbia voluto confezionare per sé una bellezza su misura, allontanandosi dall’idea platonica per mero calcolo, servendosi della bellezza per vestire una zona anfibia tra le sue necessità e i suoi desideri. Una ricostruzione filosofica, quella di Eco, che trova fondamento nella scienza: nel 1999, il neurologo Semir Zeki coniò il termine neuroestetica, elaborando la teoria dei concetti sintetici acquisiti nell’osservazione dell’attività di alcune cellule cerebrali, presenti nella corteccia orbito-frontale e particolarmente abili nell’agire per astrazione, che operano sulla percezione di ciò che riteniamo bello, assecondando ciò a cui siamo maggiormente esposti, a dimostrazione del fatto che nel nostro cervello esiste un concetto astratto e “acquisito” di bellezza che proviene dal modello culturale di appartenenza. Una specie di riconoscimento tra simili, per attivare i neuroni specchio. È il meccanismo psicologico su cui si basano le strategie di moda veloce e tendenze, l’audience, i pollici alti su Facebook e i cuoricini su Instagram, il bombardamento mediatico a opera del marketing. Non solo è bello ciò che piace, ma piace ciò che è bello, ciò che è stato propagandato verticalmente esserlo. Frammenti di bellezza socialmente diffusi dal sistema. Traslando nella contemporaneità, il nostro attuale sistema di riferimento nasce durante la Seconda Rivoluzione Industriale, ma si sviluppa pienamente in concomitanza con il boom economico del secondo dopoguerra, in sincronica ascesa con lo sviluppo su scala mondiale del marchio di eccellenza ‘Made in Italy’ e con l’attenzione fondamentale alla bellezza da parte dell’industria, tradotta in attenzione all’estetica dei prodotti, che non necessariamente significa solo forma – perché dietro ogni busta colorata, come le definisce Yves Michaud in incipit, c’è ricerca, c’è lavoro, c’è immaginazione. È in ragione di ciò che il suo nome è emblematico: il sistema di riferimento contemporaneo si chiama Capitalismo Artista. il capitalismo artista C’era un tempo in cui gli dei venivano a patti con gli uomini. In quel tempo, dalle parti di Ankara, Re Mida chiese a Dioniso di regalargli la facoltà di trasformare in oro tutto ciò che toccava. Il Capitalismo Artista, modello sistemico teorizzato dal filosofo e sociologo francese Gilles Lipovetsky, ricorda il regno di Re Mida, tutto d’oro: nel Capitalismo Artista, tutto è bellezza. Tuttavia – come imparò presto a sue spese Re Mida, nel non potere consumare un pasto che si trasformava in oro al suo solo contatto – anche la bellezza va maneggiata con cura. E soprattutto, quando tutto pretende di essere bello, la bellezza va riconosciuta. C’era un tempo in cui gli uomini accarezzavano il sogno di poter volare. In quel tempo, dalle parti di Creta, Dedalo costruì ali di piume, incollandole con la cera al suo corpo e a quello di suo figlio, Icaro. Fu così che spiccarono il volo, aprendo nuovi orizzonti alle aspirazioni di potenza dell’umanità: in totale opposizione all’idea della solidità assimilata al cemento e della potenza associata all’arsenale, che marcavano il primo capitalismo, nel Capitalismo Artista, come in volo, vogliamo leggerezza, desideriamo velocità: «Il mondo è cambiato, in particolare grazie allo sviluppo delle tecnologie leggere, fino all’attuale virtualizzazione digitale e alla rivoluzione in corso delle nanotecnologie: ovvero, un mondo di oggetti quasi ai limiti della materialità. Con cento grammi di tecnologia in tasca, si può entrare in contatto quasi con l’intera umanità. Il nostro mondo materiale si piega sempre più alla strana legge imperiosa della leggerezza» Gilles Lipovetsky, De la légèreté, 2015 Tuttavia – come imparò presto a sue spese Icaro, che annegò cadendo in mare, non curandosi del monito del padre di non volare troppo vicino al sole – «leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore» (Italo Calvino, Lezioni americane, 1988). E soprattutto, soprattutto i nostri tempi, insegnano che non possiamo illuderci di riuscire a dominare la natura. Entrambi i miti, quello di Re Mida e quello di Dedalo e Icaro, sono presenti nelle Metamorfosi (8 d.C.) di Ovidio. La teorizzazione più completa del modello del Capitalismo Artista, invece, si trova in un saggio, L’estetizzazione del mondo (2017), scritto a quattro mani da Lipovetsky assieme a Jean Serroy, suo collega docente all’Università di Grenoble. Sviluppando le intuizioni di Walter Benjamin (L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, 1936), i due autori collocano la nascita del Capitalismo
RkJQdWJsaXNoZXIy NDUzNDc=