Ossigeno #8

58 Sono gli anni dell’ascesa del fascismo. Sono gli anni, incerti, del consenso di Adriano al regime, traghettato dall’incontro con gli architetti che firmeranno l’ampliamento della fabbrica Olivetti, Luigi Figini e Gino Pollini, corrispondenti italiani di Le Corbusier e punta più avanzata di quel razionalismo in architettura sostenuto anche da Mussolini. Una breve parentesi di tesseramento al PNF per Adriano – per proteggere la sua azienda e per presentare personalmente a Mussolini un progetto urbanistico studiato con Figini e Pollini per la provincia di Aosta, cui Ivrea apparteneva – non basterà. Ancora, di nuovo, la guerra. Ma stavolta con l’aggravante della razza sbagliata, che marchia a fuoco gli Olivetti. La dispersione della sua famiglia, perseguitata dall’entrata in vigore delle leggi razziali. La morte del padre, da solo, nel 1943. Nel mezzo, due mesi a Regina Coeli per Adriano perché inviso al regime, e un biennio in esilio in Svizzera, dove completerà la stesura del suo manifesto L’ordine politico delle Comunità, dato alle stampe nel 1945. E infine, la fine della guerra. Il ritorno a Ivrea, il rientro in azienda. Ed eccola, la sovversione. Dal 1946 fino al 1960, anno della sua prematura morte a cinquantanove anni, la crescita della Olivetti è a dir poco da manuale. Sono gli anni che abbracciano il lancio sul mercato internazionale della Divisumma (1948), prima calcolatrice elettromeccanica con saldo negativo, in grado di fare divisioni in modo automatico; della Lexikon 80 (1949), e soprattutto della Lettera 22 (1950), Compasso d’Oro nel 1954, il più bell’oggetto del secolo secondo l’Istituto Tecnologico dell’Illinois. Duecentomila vendite all’anno per un oggetto di culto entrato nella storia e, come la Divisumma e la Lexikon, nella collezione d’arte del MoMA di New York, ottemperando in pieno ai dettami del Capitalismo Artista. Ma c’è dell’altro, qui introdotto dalle parole di un altro, gigantesco, sovversivo: «Ci sono due parole che ritornano frequentemente nei nostri discorsi: anzi sono le parole chiave dei nostri discorsi. �ueste due parole sono sviluppo e progresso. […] A volere lo sviluppo è chi produce; sono cioè gli industriali. […] I consumatori di beni superflui sono da parte loro irrazionalmente e inconsapevolmente d’accordo nel volere lo sviluppo. Per essi significa promozione sociale e liberazione, con conseguente abiura dei valori culturali che avevano loro fornito i modelli di “poveri”, di “lavoratori”, di “risparmiatori”, di “soldati”, di “credenti”. La “massa” è dunque per lo sviluppo: ma vive questa sua ideologia soltanto esistenzialmente, ed esistenzialmente è portatrice dei nuovi valori del consumo. Chi vuole, invece, il progresso? Lo vogliono coloro che hanno interessi da soddisfare, appunto, attraverso il progresso: lo vogliono gli operai, i contadini, gli intellettuali. Lo vuole chi lavora e dunque è sfruttato. �uando dico “lo vuole” lo dico in senso autentico e totale (ci può essere anche qualche produttore che vuole, oltre tutto, e magari sinceramente, il progresso: ma il suo caso non fa testo). Il progresso è dunque una nozione ideale (sociale e politica): là dove lo sviluppo è un fatto pragmatico ed economico. Ora questa dissociazione richiede una sincronia tra sviluppo e progresso, visto che non è concepibile un vero progresso se non si creano le premesse economiche necessarie ad attuarlo» Pier Paolo Pasolini, Scritti corsari, 1975 Pensava di certo ad Adriano, Pier Paolo, scrivendo di qualche sparuto e luminoso caso imprenditoriale che purtroppo non fa testo. Adriano che, fuori da testo e contesto, seppe rendere sincronici sviluppo e progresso, l’aritmetica e l’etica. Che seppe essere sovversivo. Parliamo allora di sviluppo: dal 1946 al 1960, posto un indice iniziale pari a 100, l'esportazione della Olivetti sale a 1.787, il fatturato interno a 600, l'occupazione a 258, i salari reali medi a 386 punti. L'azienda diventa una multinazionale: in quattordici anni, le consociate estere salgono da quattro a diciannove. Cinque gli stabilimenti in Italia, altrettanti quelli all'estero. Da cinquecento, gli impiegati diventano ventiquattromila. Le vendite aumentano del 1300%, la produttività del 580%; nel solo 1960, anno della sua morte, la Olivetti aveva distribuito dieci punti ai suoi azionisti, aumentato del 47% le vendite in Europa e del 42% quelle in America. E ora, parliamo di progresso: alla crescita esponenziale delle entrate della Olivetti corrisponde il costante miglioramento delle condizioni di lavoro dei suoi operai, conscio com’era Adriano che nulla è più motivante di una buona vita. Nel 1957 un suo dipendente guadagna sessantamila lire al mese, contro le quarantamila dei contratti nazionali, cui vanno aggiunti i numerosi benefits in termini di assistenza e di servizi da lui pensati e fortemente voluti. La qualità di vita di un dipendente Olivetti risultò essere dell’80% migliore, rispetto a quella di impiegati di altre industrie comparabili. Non parliamo solo di un servizio di assistenza per aiutare i dipendenti con la burocrazia sanitaria e

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