Ossigeno #8

59 di un’infermeria, ma di un centro di psicologia del lavoro diretto dal pioniere della psicanalisi italiana Cesare Musatti. Di navette per andare e tornare dalla fabbrica, di colonie marine e montane per permettere ai propri operai di andare in ferie a costi irrisori. Di una cooperativa che finanzia la metà del mutuo ai dipendenti che desiderano acquistare casa. Di splendidi asili-nido per i figli degli operai e dei dirigenti, l’uno di fianco all’altro nell’educazione fondamentale alla bellezza. Di sabati liberi e di riduzione del monte ore di lavoro settimanali da quarantotto a quarantacinque, di nove mesi di maternità retribuita di contro ai due previsti dal contratto nazionale. L’Olivetti, nelle parole del tesoriere Mario Caglieris, è «una fabbrica fondata su un preciso codice morale, per il quale il profitto viene destinato prima di tutto agli investimenti, poi alle retribuzioni e ai servizi sociali, in ultimo agli azionisti, con il vincolo di non creare mai disoccupazione». Parliamo anche di una scuola aziendale interna, istituita da Adriano e affidata a docenti di prestigio, nella quale non venivano tramandate solo competenze tecniche specifiche, ma cultura generale e civile, storia delle relazioni industriali, storia dell’economia e dell’arte. Una scuola all’interno della quale il 90% degli apprendisti operai, entrati a quattordici anni, venivano inseriti nei quadri della Olivetti, e in cui gli studenti più meritevoli venivano sovvenzionati dalla azienda con una borsa di studio per il Politecnico di Torino. E parliamo di una biblioteca curata da un responsabile dei servizi culturali (e suo braccio destro fino alla morte) del calibro di Geno Pampaloni, attorno alla quale sorse il Centro Culturale Olivetti, con un settore interno per le iniziative riservate a dipendenti e loro familiari e uno esterno, aperto a tutti, dalla qualità dei contenuti visionaria, avanguardistica, altissima. Tra il 1950 e il 1964 il Salone dei Duemila vede susseguirsi conferenze, dibattiti e concerti, mostre d’arte antica e mostre d’arte contemporanea, prime visioni cinematografiche internazionali, underground, sotto sequestro per la censura vigente, pièces teatrali, presentazioni letterarie, talvolta durante le due ore previste per la pausa pranzo, talvolta il mercoledì sera – dove, silenzioso e negli ultimi banchi, sedeva spesso lo stesso Adriano. Sul palco si avvicendano Pier Paolo Pasolini e Michelangelo Antonioni, Carmelo Bene e Vittorio Gassman, Andy Warhol e Renato Guttuso, Edoardo de Filippo e Umberto Eco: un firmamento del pensiero libero. Nella biografia dedicata da Valerio Ochetto ad Adriano Olivetti (2013) sono presenti episodi raccontati dalla viva voce dei protagonisti che danno luce alla statura di un uomo che fu un immenso sovversivo. �uando Geno Pampaloni, appena entrato in Olivetti, come prima azione rimosse le griglie di protezione dagli scaffali della biblioteca, il giorno dopo vennero sottratti dieci volumi. Lo riferì ad Adriano, che rispose Bene! Allora li leggono! �uando scoprì che un dipendente falsificava i conti per suo personale interesse, assunse un investigatore privato che gli riferì che quell’uomo non beveva né giocava le somme sottratte, ma che aveva una famiglia numerosa cui fare fronte. Adriano calcolò la media mensile dei soldi mancanti, lo convocò e gli comunicò l’aumento del suo stipendio per lo stesso ammontare. La suddetta produttività più che quintuplicata della Olivetti aveva causato, nel 1958, la saturazione del mercato italiano, ragion per cui due analisti gli suggerirono di licenziare cinquecento dipendenti. Lui ringraziò garbatamente per il consiglio e raddoppiò la forza vendita, assumendo settecento commerciali in più e inaugurando il CISV - Centro Istruzione Specializzazione Vendite, per formare i venditori sulla base del primo modello di marketing creato in Italia e legato all’identità di una azienda. Un’identità da costruire, comunicare e tramandare attraverso una potentissima arma, la bellezza, che Adriano Olivetti padroneggiò rendendosi uno dei protagonisti del Capitalismo Artista del dopoguerra, introducendo primo fra tutti in Italia il design industriale e contribuendo al prestigio del marchio Made in Italy nel mondo. Così, di pari passo alla cura dello sviluppo e del progresso, nel 1938 Adriano Olivetti scavalcò il recinto dell’impresa ed istituì a Milano, distaccato da Ivrea, l’Ufficio Sviluppo e Pubblicità, introducendo nell’azienda le competenze artistiche e umanistiche di fianco a quelle scientifiche e tecniche più canoniche, coinvolgendo famosi e talentuosi grafici e architetti, poeti e intellettuali per elaborare strategie di immagine, disegnare i prodotti, comunicare poeticamente i valori. Eleganza ed estetica del contemporaneo diventano parole d’ordine non solo nel prodotto, ma anche nella strategia aziendale. A Ivrea si sviluppano nuove tecnologie, si studiano macchine sempre più versatili e funzionali, si diversifica dalla scrittura al calcolo, ma sarà solo attraverso il dialogo con l’inconsueto avamposto milanese che quelle idee prenderanno forma di prodotto e troveranno un’identità commerciale fatta di linguaggi pubblicitari, oggetti d’arte, showroom raffinatissimi.

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