62 Arte come colta componente di un progetto-pioniere di corporate identity. Arte come dispositivo sperimentale per un’indagine dei linguaggi della modernità. Arte come strumento sovversivo, assieme alla cultura che porta consapevolezza, al senso di giustizia che porta comunanza, alla capacità visionaria che porta nel futuro. Contro la tradizione, nella direzione dello sviluppo e dell’innovazione che, in quegli anni, si chiamava elettronica, nella quale lui solo credette. Contro un establishment tutto teso a mantenere i propri feudali privilegi, che lo avversò ben oltre la sua morte. Contro concorrenti e parenti ostili, timorosi di un calo dei dividendi per il suo impegno politico² e umanitario. Perché, quando le cose non funzionano, scardinare uno status quo malato è un atto dovuto. Sovvertire è necessario. Farlo attraverso la bellezza è stata la più grande lezione che abbiamo potuto imparare da Olivetti Adriano, di Camillo. Classifica: sovversivo. umano, troppo umano C’è una scena, in La notte di Michelangelo Antonioni, in cui l’affermato scrittore Giovanni Pontano, interpretato da Marcello Mastroianni, si trova a colloquio con l’altrettanto affermato industriale sig. Gherardini, che gli propone di diventare dirigente della sua azienda perché intende costruire un ponte tra imprenditori e operai attraverso la cultura umanistica. Alle perplessità di Pontano, il sig. Gherardini replica: «Ma scusi, lei non ha mai desiderato di rendersi indipendente?». Nel 1961, quando il capolavoro del regista ferrarese esce nelle sale cinematografiche, Adriano Olivetti è appena morto, ma il celebre giornalista, scrittore e politico Furio Colombo, che ha lavorato al suo fianco, ricorda che proprio in Olivetti ha sperimentato l’indipendenza di cui il sig. Gherardini parla: «Ho lavorato in fabbrica, presse e catene di montaggio, perché così Adriano mi ha chiesto di fare, prima di assumere l’incarico di selezione del personale per cui mi voleva a Ivrea. “Come fa a occuparsi delle persone che vengono a lavorare, se non sa cos’è il nero del lunedì nella vita di un operaio?”, mi aveva detto. Gli operai sapevano benissimo che non ero un operaio, ma ci tenevano a essere precisi nell’insegnare, e festeggiavano i piccoli successi (tenere il tempo, finire il pezzo). In cambio, io raccontavo a puntate dei romanzi» Furio Colombo, La comunità civile di Adriano Olivetti, Il Fatto �uotidiano, 21/01/2013 L’umano, troppo umano impegno di Adriano Olivetti, ingegnere chimico, fu sempre volto ad arricchire i suoi dipendenti di umanesimo e di umanità, attento com’era ad assumere figure che sapessero pensare in maniera indipendente e obliqua, in uno scambio fecondo: per fare ciò, Olivetti assumeva a terne di laureati – un economista, un tecnico e un umanista – per tenere sempre viva in fabbrica la ricchezza del dialogo interdisciplinare. Un nuovo Rinascimento, Adriano come Lorenzo, in una nuova corte, quella dell’azienda, capace di unire l’arte alla tecnica, l’architettura all’ingegneria, l’estetica al capitale, secondo i dettami del Capitalismo Artista e contribuendo attivamente all’affermarsi nel mondo del Made in Italy, bello e ben fatto, mantenendo centrale il valore alla persona, a qualsiasi persona, lo rendesse possibile, per un ventennio che fu realmente neo-rinascimentale. Alla corte di Adriano, strutture progettate da Figini e Pollini, Luigi Cosenza, Carlo Scarpa, Gino Valle, Gabetti e Isola, Ignazio Gardella, BBPR, Ludovico �uaroni, Marco Zanuso, e ce ne sarebbe stata un'altra, se non fosse andato via troppo presto – la Usine Verte a Rho – già progettata da Le Corbusier. Showroom allestiti da Gae Aulenti, Franco Albini e Franca Helg, Gian Antonio Bernasconi. Prodotti disegnati da Ettore Sottsass, Bruno Munari, Marcello Nizzoli, Mario Bellini, Giovanni Pintori e quello stesso Enzo Mari, recentemente scomparso e vicinissimo ad Adriano, che scrisse il Manifesto di Barcellona (1999) dichiarando che l’etica è l’obiettivo di ogni progetto. Opere commissionate a Costantino Nivola e Renato Guttuso, documentazioni fotografiche storiche firmate da Henri Cartier-Bresson, Gianni Berengo Gardin, Ugo Mulas, Gabriele Basilico, Mimmo Jodice, Mario Dondero, Fulvio Roiter, Francesc Catala-Roca; per Comunità, rivista pubblicata dalla sua casa editrice, scrissero penne del calibro di Carl Gustav Jung, Giulio Carlo Argan, Thomas Mann, Alberto Moravia, Fernanda Pivano, Eugenio Montale, Goffredo Parise, Ignazio Silone, Thomas Stern Eliot, Oscar Niemeyer, Cesare Pavese, Enrico Fermi, Norberto Bobbio. In un’era, la nostra, morbosa e postumana, in cui la sensibilità di governi retti dall’indice sovrano ² Adriano Olivetti ha fatto la Resistenza, ha salvato persone nascondendole nel bagagliaio della sua macchina fino in Svizzera, rischiando la sua stessa pelle. È stato promotore del Partito d’Azione, ha creato il movimento di Comunità, è stato senatore e sindaco di Ivrea. Tutto il pensiero politico di Adriano sarebbe diventato parola nei tre libri editi in poco più di quindici anni: L’ordine politico delle Comunità (1946), Società, Stato, Comunità (1952) e Città dell’Uomo (1960).
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