Ossigeno #8

63 del PIL orienta le azioni solo verso settori in immediato rapporto con la crescita economica – pena il feroce taglio delle materie artistiche e umanistiche nelle politiche scolastiche – ci ritroviamo immersi nel paradigma conflittuale delle due culture, quella tecnico-scientifica e quella artisticoumanistica, come lo ha definito lo scienziato Charles P. Snow. Eppure, come Adriano aveva capito, l’educazione umanistica fortifica quella capacità di immaginazione e di pensiero indipendente, garante di successo nel campo dell’innovazione, che risulta fondamentale nell’obiettivo della crescita economica di una società veloce e leggera, perciò inevitabilmente mutevole. Pensando ad Adriano Olivetti, della cui corte fece anch’egli parte, Umberto Eco ricordò come Olivetti «aveva capito che gli ingegneri sono indispensabili per concepire l’hardware, ma che per inventare nuovi software occorreva una mente educata sulle avventure della creatività, esercitatasi su letteratura e filosofia» (Umberto Eco, «Chiudiamo il liceo classico?», L’Espresso, 28/11/2014). Oltretutto, per comprendere la complessità che ci circonda e per difenderci da addomesticamenti propagandistico/ fake/negazionisti vari ed eventuali, è necessaria come l’aria una maturità critica che solo l’esercizio del pensiero e dell’introspezione, cardini del bagaglio umanistico, possono allevare. Fu accarezzando questa consapevolezza che Adriano Olivetti svolse un ruolo fondamentale per l’editoria italiana del dopoguerra, sostenendo testate cui non si permise mai di suggerire pensiero né gusto, tra cui I �uaderni di Sociologia e Casabella, e firmando editoriali che non scendevano a patti con il potere (al punto che il periodico antifascista Tempi Nuovi, fondato da suo padre, subì il bavaglio e la chiusura nel 1925), e successivamente saggi improntati sulla sua visione sociologica del lavoro e dello Stato che hanno fatto la storia delle idee. Ma soprattutto, Adriano Olivetti suggellò l’importanza che affidava all’interdisciplinarietà del dialogo inaugurando, nel 1946, Edizioni di Comunità, che vedeva affiancate pietre miliari del pensiero internazionale –Søren Kierkegaard, Max Weber, Simone Weil – accanto alla pubblicazione di riviste che marcarono il passo di un’epoca per qualità dei contenuti, autorevolezza dei contributi, sofisticatissima linea grafica. Titoli storici come Comunità, Rivista di Filosofia, Sapere, SeleArte, Metron-Architettura, Zodiac, Tecnica e organizzazione e L'Espresso, settimanale fondato nel 1955 da Eugenio Scalfari e Arrigo Benedetti proprio grazie alla partecipazione di maggioranza di Adriano e della società Olivetti. Una partecipazione che, nel 1957, Adriano dovette cedere – e decise di farlo a titolo gratuito, per trasformare un atto sofferto in simbolo, irriducibile a qualsiasi prezzo – perché messo sotto pressione dagli azionisti e dai suoi stessi familiari, in seguito al muro del boicottaggio innalzatogli da Confindustria, che invitava tutti i consociati a non comprare i prodotti dell’azienda per la critica al capitalismo imperante che il giornale muoveva attraverso le sue inchieste, e che Adriano suffragava attraverso la sua stessa condotta, umana e umanista, prima che imprenditoriale. L’ingegnere chimico che passava serate a consultare l’I Ching; il laico che nei momenti di dubbio apriva la Bibbia su versetti a caso, cercando in essi l’ispirazione; il capitano di industria che riteneva fondamentale fare compiere una prova calligrafica ai candidati³, per poterne meglio comprendere il carattere prima di un’eventuale assunzione, era troppo umano, nel suo senso più originario e nobile, per dover rispondere alle sole logiche dello sviluppo, rendendosi colpevole di cancellare quelle del progresso. La bellezza, prima di tutto. Risiedette in questo, la grandezza del suo metodo. il metodo olivetti Jeffrey Schnapp, classe 1955, è docente di Design Industriale alla Facoltà di Architettura di Harvard, dove ricopre anche la carica di direttore del MetaLAB – prestigioso centro di ricerca internazionale in cui si integrano cultura umanistica e digitale attraverso la dimensione del design più innovativo. Il corso è basato sullo studio approfondito di quindici oggetti del design italiano che hanno contribuito a internazionalizzare l’eccellenza del Made in Italy – dalle calzature autarchiche con materiali non di importazione, come il sughero, brevettate da Salvatore Ferragamo nel 1937, alla bottiglia del Campari Soda disegnata nel 1932 da Fortunato Depero e tuttora in commercio, alla Vespa V98 Farobasso del 1946 firmata da Corrado d’Ascanio. Di questi quindici oggetti, ben due – la Valentine di Ettore Sottsass e la Divisumma di Mario Bellini – provengono dalla Olivetti. ³ Emblematico l’episodio in cui scartò un concorrente dopo l’analisi grafologica, concludendo: «Non voglio avere al mio fianco un pessimista», o quando analizzò la sua stessa firma, come testimonia il suo direttore commerciale Ugo Galassi, scorgendovi «qualche segno di debolezza; interpretava quello svolazzo che, dalla V, avvolge il cognome come un elemento volontaristico, uno slancio rivolto verso il futuro. In definitiva, si riteneva persona portata all'immaginazione, all'arte, che guarda avanti» (in: Valerio Ochetto, Adriano Olivetti. La biografia, Edizioni di Comunità, 2015).

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