68 «In merito alla capacità di sviluppare nuove forme di realtà partendo da nuove forme di pensiero, ricordo sempre l’architettura e il design del Bauhaus in Germania, l’avanguardia americana nella danza, nella musica e nell’architettura concepita al Black Mountain College in North Carolina e la controcultura e la cybercultura che in California hanno fatto da humus alla Silicon Valley. A questi tre riferimenti, io penso che vada aggiunto Adriano Olivetti, con la sua miscela di efficienza industriale e azione sociale, frontiera tecnologica e senso della bellezza. Adriano Olivetti è stato una anomalia. Ma non è stato un errore della storia. Adriano Olivetti è stata la vostra storia, in grado di integrare cultura umanistica e visione tecnologica, libri e disegno industriale, pensiero sociale e mondo della fabbrica. Esiste davvero uno specifico italiano, che è insieme nella storia e al di fuori della storia» Jeffrey Schnapp, in: Paolo Bricco, «L’Italia ripartirà con modelli sociali generati da innovazioni culturali», Il Sole 24 Ore, 25/03/2019 Il metodo Olivetti, nella storia e al di fuori della storia come un unicum da cui poter solo imparare, insegna quanto tutto sia legato, fluido e imprescindibile dalla bellezza, instancabile ricerca che ha senso solo se orientata alla condivisione di una vita migliore. Non potrà esserci avanzamento estetico, un prodotto non potrà dirsi bello, se il prezzo da pagare è il sacrificio della qualità di vita anche di una sola persona. Il metodo Olivetti è un corpo unico in cui il lavoro pulsa come pulsa il battito di un cuore, perché il ciclo della bellezza di Olivetti prende vita in seno a un’organizzazione progettuale, etica ed estetica del lavoro. Il metodo Olivetti, bellezza in circolo come circola vivifico il sangue, nasce con la progettazione delle più belle fabbriche del mondo. Si sviluppa tanto nel territorio, attraverso la costruzione di avanguardistici centri abitativi e attenti servizi alla persona, quanto nel mercato, con prodotti concepiti dai migliori designers esposti in negozi progettati come gallerie d’arte, come fossero opere d’arte, di fianco a opere d’arte. Il metodo Olivetti parla la lingua di una pubblicità studiata per riflettere, come uno specchio, la bellezza che lo alimenta, e si irrobustisce attraverso la potente arma della cultura, coinvolgendo i più grandi intellettuali dell’epoca per fondere, a partire dall’industria, il sapere tecnico alla cultura umanistica. Perché la società possa divenire umanità, lo sviluppo diventare progresso. «Abbiamo portato in tutti i villaggi le nostre armi segrete: i libri, i corsi, le opere dell’ingegno e dell’arte. Noi crediamo nella virtù rivoluzionaria della cultura che dona all’uomo il suo vero potere» Adriano Olivetti, Il cammino della Comunità, 1956 Dal padre, ebreo socialista, l’idea di giustizia comunitaria. Dalla madre, protestante valdese, il radicamento al territorio e l’idea del lavoro come pratica etica. Dall’approfondimento di classici come Aristotele, l’idea del giusto mezzo per comunità di opportuna grandezza, e come Sant’Agostino, la volontà di interlocuzione con la modernità. È su queste granitiche fondamenta, e su un’estetica razionalista e brutalista cara a Le Corbusier, che edifica la visione urbanistica di Adriano Olivetti, fondatore e presidente dell’Istituto Nazionale di Urbanistica e creatore dei primi piani urbanistici in assoluto nella storia di Italia – per Matera nel 1951, per Ivrea nel 1952. La fabbrica del modello comunitario olivettiano disobbedisce alla precedente, alienante idea di architettura industriale, obbedendo invece alla logica della bellezza come armonia che governa tutto, mente e terra, a partire dalla pelle. Un’idea di architettura feconda e, ancora oggi, istruttiva: il progetto curatoriale di Luca Zevi per il Padiglione Italia alla tredicesima Biennale Architettura di Venezia, nel 2012, si intitolava Architetture del Made in Italy: da Adriano Olivetti alla Green Economy, utile a capire che l’architettura olivettiana fu paradigma di un modello di sviluppo in cui politica industriale, politiche sociali e promozione culturale possono tuttora offrire una via innovativa, nella progettazione delle trasformazioni del territorio. Un paradigma di cui due, in particolare, sono gli emblemi. A Ivrea, comunità contadina, l’ampliamento della fabbrica di mattoni rossi è una imponente vetrata circondata dal verde, per favorirne trasparenza, luminosità e continuità col paesaggio; quartieri residenziali, viali alberati, abitazioni sulle colline, spazi comuni e biblioteche, centri culturali, centri studi e l’asilo nido sono tutti firmati dai più grandi architetti del tempo, a partire dal nucleo iniziale progettato da Figini e Pollini, su quella via Jervis che Le Corbusier definì, nel 1958, la via più bella del mondo – e che sessanta anni dopo, nel 2018, è stata eletta dall’UNESCO Patrimonio dell’Umanità. A Pozzuoli, comunità di marinai, il comprensorio industriale progettato da Luigi Cosenza – i cui spazi verdi vennero affidati al disegno dell’architetto paesaggista Pietro Porcinai e le colorazioni a Marcello Nizzoli, che scelse il rosso pompeiano, il giallo caldo di Napoli e l’azzurro del mare, per accentuare l’autonomia dei vari corpi di fabbrica – è una composizione articolata in quattro volumi. L’officina
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