Ossigeno #8

69 dalla pianta a croce, cuore del comprensorio e sviluppata su due piani; il gruppo di abitazioni lungo la Domiziana; gli edifici per i servizi ricreativi, l’assistenza sociale, la mensa-ristorante e le cucine; il volume contenente la centrale termica. Di fronte, ben visibile dalle vetrate, il Golfo di Pozzuoli. Sulla stele in marmo all’ingresso del comprensorio, nell’oasi verde disegnata da Porcinai, le parole indelebili pronunciate da Adriano Olivetti all’inaugurazione della fabbrica: «Può l’industria darsi dei fini? Si trovano questi semplicemente nell’indice dei profitti? Non vi è, al di là del ritmo apparente, qualche cosa di più affascinante, una destinazione, una vocazione, anche nella vita della fabbrica? Di fronte al golfo più singolare del mondo questa fabbrica si è elevata, nell’idea dell’architetto, in rispetto della bellezza dei luoghi e affinché la bellezza fosse di conforto nel lavoro di ogni giorno. La fabbrica fu quindi concepita alla misura dell’uomo, perché questi trovasse nel suo posto di lavoro uno strumento di riscatto, e non un congegno di sofferenza» Adriano Olivetti, Ai lavoratori di Pozzuoli, 1955 A chi, nel 1953, gli faceva notare che era folle investire nel Mezzogiorno, in controtendenza rispetto ai flussi migratori, costruendo una fabbrica dal progetto così raffinato e in una posizione tanto incantevole, Olivetti rispondeva sorridendo che, in caso di perdita, non avrebbe fatto fatica a rivenderla come centro benessere per persone anziane; nei fatti, il comprensorio Olivetti di Pozzuoli, oasi nel deserto, registrò profitti ancora più alti di Ivrea. Riemerge costante la cura dei paesaggi nei quali il lavoratore è cresciuto, che restano l’asse direzionale per la crescita della persona, e, a Pozzuoli come a Ivrea, è la trasparenza il carattere distintivo della fabbrica, affinché il lavoratore vi si riconosca, ne possa sentire l’appartenenza e, garantito da servizi appaganti e da salari più alti rispetto alla media, sia fortemente motivato. Non è più la narrazione industriale imperante e alienante di Metropolis (Fritz Lang, 1927), di Tempi Moderni (Charlie Chaplin, 1936), o de La classe operaia va in Paradiso (Elio Petri, 1971); la fabbrica di Adriano Olivetti è riscatto, non sofferenza. Il secondo avamposto del metodo Olivetti, dopo la fabbrica e sua appendice viva, sono i negozi, momento fondamentale di incontro con l’audience di consumatori che nutre il Capitalismo Artista. La risposta alla necessità di bellezza che dà la Olivetti di Adriano sta nel presentare i prodotti come oggetti d’arte, degni di spazi concepiti come gallerie: ampie vetrine, espositori che valorizzano il singolo oggetto, allestimenti firmati da stelle come Gae Aulenti per lo store di Parigi, veri dipinti, sculture e bassorilievi commissionati a grandi artisti (ancora a Parigi, ad esempio, Paul Klee, Marc Chagall, Giorgio Morandi, o a Roma, per il primo negozio Olivetti del 1945, Renato Guttuso4) per sottolineare, subliminalmente, la comune matrice delle opere d’arte con i prodotti in vendita. Gli odierni Apple Store, oggetti con schermi senza tasti, si ispirano ai negozi Olivetti, oggetti con tasti senza schermi, per stessa ammissione di Steve Jobs che, durante una conferenza dedicata al design italiano ad Aspen nel 1981, si disse innamorato della Olivetti e cercò il contatto con i suoi designers, Ettore Sottsass e Mario Bellini in primis, nella fase di immaginazione della mela più famosa del contemporaneo. Anche qui, due emblemi. Il primo, inaugurato nel 1954 e definito dal Time il negozio più bello della �uinta Strada, è l’Olivetti Store di New York progettato da BBPR. Una vetrina rientrante con al centro un piedistallo di marmo verde, proveniente dalla cava di Runaz in Val d’Aosta, sulla cui sommità poggiava trionfale una Lettera 22, da ammirare o anche da utilizzare per provare il prodotto o lasciare un messaggio, non erano che il biglietto da visita di quello che si sarebbe presentato una volta varcata l’enorme porta in noce, alta quasi cinque metri. Il verde del pavimento in marmo ammantava tutto l’ambiente, plasmando in alcuni punti sinuose stalagmiti sulle quali erano ancorati raffinati supporti in acciaio che sorreggevano i prodotti. Lampade policrome a sospensione in vetro di Murano, disegnate da Venini, illuminavano in modo puntuale la sala, mentre poco più in là un grande ingranaggio roteante trasportava ininterrottamente, dal magazzino sottostante, altri modelli di macchine da scrivere. Il resto dello spazio, totalmente vuoto come in un’esposizione museale, focalizzava l’attenzione sul bassorilievo di venti metri in sabbia, gesso e cemento ad opera dello scultore Costantino Nivola, già direttore dell’Ufficio Sviluppo e Pubblicità della Olivetti. Per anni a Manhattan, nelle atmosfere di Mad Men, non si fece che parlare di quello che oggi si chiamerebbe ‘flagship store’, il migliore spot del Made in Italy possibile, lasciando nei visitatori la sensazione, esatta, che con un anticipo di mezzo secolo stessero visitando il futuro. Il secondo è poesia, ed è il negozio Olivetti progettato da Carlo Scarpa a Venezia, inaugurato nel 1958 e recuperato dal FAI nel 2011 grazie all’opera di restauro da parte delle Assicurazioni Generali, ente proprietario. Vorrei da lei un biglietto da visita della Olivetti nella più bella piazza del mondo, scrisse Olivetti a Scarpa nel 1957. E lui, da un corridoio di ventuno metri di profondità per cinque di larghezza, chiuso nell’ombra del portico che lo contiene, ne ricavò una scatola luminosa e sospesa 4 Per la realizzazione di BoogieWoogie, dipinto murale di otto metri, Guttuso scelse di essere pagato a ore in base al tariffario degli operai Olivetti (in: Renzo Zorzi, Gli artisti di Olivetti. Il dovere della bellezza, Edizioni di Comunità, 2018).

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