Ossigeno #8

75 da risultare diverso a ogni ciclo: a una premessa del tutto programmabile corrisponde dunque un esito imponderabile, soprattutto grazie all’interazione dell’uomo. L’ascesa e la caduta della limatura di ferro nelle Superfici magnetiche di Boriani, la variabilità cangiante a ogni spostamento dell’occhio dei Rilievi ottico-dinamici di Alberto Biasi, l’evidenziazione sottile della forza di gravità nell’Oggetto a composizione autocondotta di Mari sono opere ipnotiche, perché la premessa è semplice, ma il risultato è potenzialmente infinito. «Profezia – poi verificata – di una nuova società, arte per tutti, arte industriale, diffusione di massa e internazionale, aggiramento ed esclusione del mercato tradizionale, mutamento del ruolo dell’artista, sconfinamenti linguistici preordinati, dibattiti teorici pluridisciplinari: ce n’è abbastanza per collocare l’Arte Programmata tra i movimenti di punta della modernità» Marco Meneguzzo, L’importanza di chiamarsi programmati, in: E. Morteo, M. Meneguzzo, A. Saibene, Programmare l’arte: Olivetti e le neoavanguardie cinetiche, 2012 Visione e progettualità artistica, combinata a sapienza tecnica e forza economica della Olivetti, convivevano per dare vita all’ultima avanguardia italiana: la Olivetti non solo ospitò la mostra e la fece circuitare per il mondo (Düsseldorf, Londra e Nord America, affidandone la documentazione fotografica a Mario Dondero), ma intervenne attivamente nella produzione dei singoli oggetti6. Il coinvolgimento inusuale da parte dell’arte non riguardò, tuttavia, solo l’industria, ma anche lo spettatore: lo slogan coniato da Enzo Mari per la mostra fu infatti il nostro scopo è fare di te un partner. Non più consumatore passivo ma fruitore attivo, nell’idea di un’opera aperta (come la definì Umberto Eco) che lascia libero lo spettatore di interagire con essa, di un’arte democratica che con la sua serialità industriale, e con la sua riproducibilità, poteva essere acquistata anche da un pubblico più vasto. Nasce in seno all’Arte Programmata, e grazie alla Olivetti, il concetto di multiplo, opera d’arte pensata per una vasta diffusione, per andare incontro alla richiesta di un pubblico sempre più ampio, secondo uno dei principi fondativi del Capitalismo Artista. La Olivetti aveva così innestato i germogli per il fiorire di un’arte popolare – che, tradotto in inglese, si dice Pop Art. Di profeta in profeta, il successivo racconto sul passo a due tra arte e fabbrica lo scrisse Andy Warhol, che seppe fare della sua leggendaria Factory l’icona argentata del concetto di produzione artistica seriale e di arte come pubblicità. All’interno della sua Factory, Warhol moltiplicava le icone – Marilyn, la zuppa Campbell o la sedia elettrica – tramutandole in litografie ad uso e consumo della nuova società di massa, affamata di bellezza. Come per Adriano, la sua Factory fu luogo di comunità, frequentata regolarmente da intellettuali e artisti come David Bowie, Truman Capote, i Velvet Underground, Bob Dylan, William Burroughs, Jean-Michel Basquiat. Come per Adriano, la storia della sua Factory incise sulla dimensione del progresso e non solo su quella dello sviluppo, ribaltando paradigmi consolidati e facendo di lui un altro meraviglioso sovversivo. epilogo Nel 1962 – a un anno dalla morte di Adriano, e grazie alla caparbietà di suo figlio Roberto e alla sapienza dell’ingegner Perotto – la osteggiata Divisione Elettronica della Olivetti aveva prodotto il P101, primo personal computer della storia dell’umanità, acquistato anche dalla NASA per facilitare i calcoli di traiettoria per l’atterraggio lunare. Di fatto, dunque, il prodotto che contribuì a mandare l’uomo sulla Luna. Nel 1985, quando la Divisione Elettronica della Olivetti era già stata svenduta all’americana General Electric, Andy Warhol ricevette il suo primo computer domestico Amiga 1000 da Commodore International. Per il lancio del prodotto, Andy salì sul palco del Lincoln Center con l’icona dei Blondie Debbie Harry e, di fronte a un pubblico elettrizzato, usò il software ProPaint per crearne un ritratto. Era la prima volta che si utilizzava un personal computer per fare arte. Da lì in poi, tutto sarebbe cambiato. «Beh, ecco, se mi posso permettere, il termine utopia è la maniera più comoda per liquidare quello che non si ha voglia, capacità o coraggio di fare. Un sogno sembra un sogno fino a quando non si comincia a lavorarci. Allora, può diventare qualcosa di infinitamente più grande7». Adriano Olivetti 7 in: Furio Colombo, L’Olivetti dei sogni perduti, Il Fatto �uotidiano, 27/11/2011 6 In una lettera non datata al Gruppo N, Munari scrisse: «La Olivetti desidera che gli oggetti siano ben finiti e, se hanno un meccanismo, che questo non si guasti durante la mostra. Essa dispone di bravissimi esecutori, abili in qualunque materiale, che potrebbero costruire l’oggetto».

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