Ossigeno #9

nascita e rinascite Indipendentemente dalla sua natura, ogni incendio richiede la presenza di tre elementi: innesco, combustibile e ossigeno; senza uno di essi, semplicemente, non può esistere. E come qualsiasi altro fuoco, quelli che hanno arso in città ad Atlanta, che siano reali o metaforici, non fanno eccezione. Nel 1864 l’innesco fu la Guerra Civile, il combustibile la città stessa. A coloro i quali, in quel mite giorno di novembre, si azzardarono per primi a tornare sul lembo di terra che si estende su una cresta a sud del fiume Chattahochee, il paesaggio si rivelò molto diverso da quella che avevano chiamato “casa”. Una vasta distesa di soffice e grigia cenere, costellata dagli scheletri anneriti degli edifici andati in fumo poche ore prima, e poco altro si era lasciato dietro l’esercito unionista del generale William T. Sherman, vittorioso in una delle epiche battaglie della Guerra Civile americana. Non era la prima tabula rasa della storia di Atlanta, sorta al termine della Western & Atlantic Railroad of the State of Georgia su quella che fu nazione delle tribù dei nativi americani Creek e Cherokee, esiliati dagli invasori europei. E non sarà l’ultima. Dopo l’incendio e le devastazioni della Guerra Civile, un altro fuoco si diffuse: quello della crescita economica e delle lotte per i diritti civili. Resi liberi dall’abolizione della schiavitù, dalle piantagioni gli afroamericani migrarono in massa in città, fondando il nucleo di quella che è oggi una delle comunità più grandi del paese, culla dei diritti civili e delle lotte di classe sin dagli anni Quaranta del ventesimo secolo. L’inarrestabile crescita demografica prese per mano quella economica, e insieme trasformarono quello che alla fondazione era solo uno sparuto gruppo di case nella nona più grande area metropolitana degli Stati Uniti, diciottesima nel mondo per prodotto interno lordo. Incarnando lo spirito americano, ad Atlanta ogni cosa è più grande: dall’aeroporto più trafficato del mondo, l’Hartsfield-Jackson Atlanta International Airport, alle sedi dei giganti del capitalismo come Coca Cola (che lì nasceva nel 1886), Delta Airlines e UPS. Ma il greenback del dollaro non è l’unico verde in città. Nota anche come the city in the forest, a ragione della superficie coperta da alberi che supera il 36 per cento, e degli oltre trecento parchi e riserve naturali nell’area urbana, la metropoli sfuma verso le altre tonalità delle periferie agricole e dello stato della Georgia, che producono annualmente ricchezza per 73 miliardi di dollari. Sin qui il fuoco ardente dell’economia, ma Atlanta è anche la fiamma della lotta dei diritti civili, città Natale di Martin Luther King, scintilla nata al numero 501 della Auburn Avenue che, dal pulpito della Ebenezer Baptist Church dove era pastore, infiammava gli animi con il verbo della resistenza non violenta. Degno figlio, il reverendo King, di quella città che a ragione viene chiamata Culla del Movimento per i Diritti Civili. the candidate: la noce pecan E ci sono poi battaglie diverse, che non appartengono alla sfera dei diritti civili, ma a quella alimentare e di identità locale. Dall’ossessione tutta americana di individuare nei regni dei viventi e dei non viventi i simboli del proprio patrimonio culturale e i tesori nazionali, prende le mosse lo stilare elenchi ufficiali in ogni stato. E così sappiamo che il frutto ufficiale della Georgia è la pesca, la gemma il quarzo, il fossile la glossopetra, mentre tra i fiori vince l’azalea, e non è difficile immaginare quanto lunga e dettagliata sia questa lista che chiunque sarebbe ansioso di conoscere nel dettaglio, quanto altrettanto sconcertato nell’apprendere che il grande stato della Georgia non ha ancora una noce ufficiale. A tentare di colmare questa lacuna e porre fine all’attesa è stato recentemente il Parlamento della Georgia, che con un disegno di legge tuttora in discussione ha visto la noce pecan come favorita. Un insediamento che vedremo presto, quindi? No, perché la carriera politica della noce pecan è in fase di stallo ormai dall’estate del 2020 a causa di uno scandalo annunciato, un malinteso lessicale difficile da superare, se non con quel rito collettivo della sospensione della credulità che consentirebbe di ignorare la natura ambigua della candidata. A un passo dalla vittoria, pare infatti che il senatore repubblicano Larry Walker, suo sponsor, abbia diffuso documenti compromettenti che rivelerebbero che ella non sarebbe una noce nel senso stretto del termine, ma – botanicamente parlando, e quindi di fatto – una drupa. Sottigliezze, dicono alcuni; prove sostanziali di un’incompatibilità con l’ufficio ambito, affermano altri. Sta di fatto che ciò che viene proposto all’elettorato è la parte interna legnosa di un frutto carnoso. E dire che la pecan avrebbe tutte le carte in regola per assicurarsi una vittoria assoluta, un trionfo alle urne: frutto della Carya illinoinensis, è oriunda americana, membro illustre della famiglia delle 147

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