Juglandaceae, ricca di per sé (un patrimonio di grassi insaturi stimato al 60 per cento e un asset di tutto rispetto che conta magnesio, fosforo, zinco, rame, manganese, vitamina E), coltivata dal 1846, un anno prima che la modesta cittadina di Marthasville mutasse nome in Atlanta e cominciasse a espandersi e crescere, come la coltivazione della noce pecan. La difficile scalata al potere della noce pecan in Georgia suona quasi come un paradosso, se si considera la sua carriera politica degli ultimi cento anni o poco più. Nel 1919, la trentaseiesima legislatura in Texas elesse l’albero di pecan albero dello stato, e nel 2001 la sua noce come health nut ufficiale. Già noce ufficiale di altri importanti stati dell’Unione, quali l’Alabama dal 1982 e l’Arkansas dal 2009, da un soggetto con una carriera così brillante, che sembra proiettarla tra le file del Senato Americano, ci si sarebbe aspettati un consenso bipartisan nell’assemblea dello Stato della Georgia, e si è invece sfiorata una caporetto. Son quindi tutti quegli incarichi ricoperti con integerrimità invalidabili da una questione squisitamente lessicale o – a dire di alcuni – di lana caprina? E quali ombre getta sulla vicenda l’endorsement della coltivazione ufficiale dello stato, l’arachide, nota essa stessa come frutta a guscio, ma all’anagrafe botanica un legume? «Nessuno è così forte da non rimanere turbato da una circostanza imprevista», sembra abbia esclamato la candidata citando il Cesare del De Bello Gallico, all’ombra della cupola dorata del Georgia State Capitol in Atlanta. Il favore del Senato è stato comunque ottenuto dopo mesi di discussioni e il progetto di legge, in attesa del vaglio della Camera, è stato temporaneamente messo da parte per ovvie ragioni di priorità sanitaria sopravvenuta nell’anno corrente. Se il disegno di legge passasse, si spera, darebbe un incoraggiamento al settore che da un paio di anni soffre le conseguenze dell’Uragano Michael e della concorrenza dei cugini messicani. Durante questa sorta di ritiro spirituale prima del ritorno tra i seggi della Camera, colei che i simpatizzanti chiamano the candidate that puts “nut” In “nutritious” ripercorre la propria storia e mette ordine nel proprio medagliere. Una storia che comincia, per quanto ci riguarda, dall’antropizzazione del continente nordamericano, quando la noce pecan, chiamata dai nativi americani pecanes, costituiva – soprattutto durante i periodi invernali – un elemento base dell’alimentazione di questi popoli, che si limitavano a coglierne i frutti delle piante cresciute spontaneamente. Da questi preparavano poi una bevanda fermentata chiamata powcohicora. Dalla raccolta in natura alla coltivazione sistematica si passò durante la convivenza tra nativi ed europei, che ne fecero presto un elemento della propria tradizione, soprattutto culinaria. Promesse elettorali ne fanno tutti, ma la noce pecan ha dimostrato, tramite quattro studi separati, che consumata regolarmente riduce significativamente il rischio di sviluppare patologie cardiache; inoltre uno studio su vasta scala, che ha coinvolto 76.464 volontari di sesso femminile e 42.498 di sesso maschile, ha dimostrato che i consumatori di noci pecan pesano meno di chi non ne consuma, sfatando così il mito che questo alimento faccia ingrassare e confermando indirettamente la sua guadagnata medaglia di superfood. desertificazione e speranza Parrebbe un ossimoro, ma anche nella città nella foresta si espande silenziosamente il deserto. I cosiddetti food deserts sono aree caratterizzate da una condizione di assenza cronica di accesso a frutta e vegetali freschi, e in generale a cibo salutare, così come dalla mancanza di mezzi di trasporto che consentano di raggiungere fonti di approvvigionamento per tali prodotti. I nuovi nomadi dei food deserts, spesso privi di un mezzo di trasporto personale, sono costretti a ripiegare sul servizio di trasporto pubblico ed è così che impiegano, a volte, un intero giorno, a causa dei frequenti cambi, per poter acquistare cibo fresco. Si stima esistano più di trentacinque food deserts all’interno del perimetro dell’area metropolitana di Atlanta, mentre nelle stesse aree non mancano le tentazioni dei ristoranti fast food e dei negozi di liquori, con la conseguenza che la popolazione locale tende ad avere una dieta decisamente poco salutare. Come effetto di questo fenomeno, rispetto a residenti di altre aree, tali soggetti hanno mediamente un’aspettativa di vita inferiore di dieci anni e sono più esposti a malattie cardiovascolari, diabete, infarto. Una realtà poco edificante, ma che una spinta dal basso sta cercando di sovvertire; una forza che sembra nutrire costantemente la voglia di equità dei cittadini di Atlanta, spingendoli a essere protagonisti della propria storia piuttosto che passive comparse in un copione scritto da altri. 149
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