Come per i deserti naturali, per arrestare l’espansione di quelli economico-geografici l’argine migliore che si possa costruire è un muro verde. Tra chi ha preso la costruzione di questi argini come una missione c’è la Community Foodscapes, una social venture che opera in città con lo scopo di emancipare le comunità locali e insegnare a produrre frutta e verdura lì dove esse vivono, lavorano e giocano, grazie a progetti di Edible Landscaping. �uest’ultimo concetto è, come molti aspetti della rivoluzione verde contemporanea, un ritorno alle origini, con la sostituzione delle comuni piante ornamentali da giardino con piante commestibili, innestando così il concetto di autosussistenza su quello di estetica. �uesta agricoltura urbana richiede una buona dose di creatività, riciclaggio dei materiali altrimenti destinati a finire in discarica, e l’obiettivo di concentrarsi sulla densità. Ecco così, quindi, che nascono gli agrihoods, quartieri disseminati di fonti alimentari perenni e di orti condivisi. Esemplare è il caso del Chosewood Park, nato nel 2014 dall’idea di un imprenditore edile che fornì un’area in sviluppo urbano di alberi da frutta, che nel 2018 divennero protagonisti di un’invasione pacifica dell’intero quartiere. L’idea di ricorrere a piante perenni come gli alberi da frutto origina dalla consapevolezza che la bassa manutenzione e l’indipendenza di queste piante da cure assidue potesse costituire un pilastro della produzione locale. I prodotti della piccola foresta alimentare vengono distribuiti tra gli abitanti, gli eccessi venduti o – se troppo maturi – lavorati per essere conservati a lungo. Non solo frutteti pubblici e diffusi, la comunità rinasce anche dagli orti comuni. Lotti deserti tra gruppi di case che diventano veri e propri ponti invisibili sulle lacune della società moderna, perché lavorare insieme a un progetto comune sviluppa legami solidi tra gli abitanti della comunità, rafforza lo spirito collettivo, promuove la solidarietà e la fiducia nell’altro. Come catalizzatori, gli orti di quartiere hanno dimostrato non solo di essere una soluzione ai deserti alimentari, ma anche dei motori di rinascita di quartieri in declino. Una rinascita che porta tuttavia, a volte, a un inaspettato effetto collaterale: la gentrificazione. Si è osservato, infatti, che i giovani bianchi che spostano la loro residenza negli agrihoods a prevalenza afroamericana, mossi da una genuina voglia di partecipare a questi progetti e di condividere il quartiere con afroamericani, provocano l’aumentare dei prezzi delle case e delle tasse, con la conseguenza che i residenti a basso reddito sono costretti a spostarsi non potendo sostenere l’aumento del carovita. Un effetto-boomerang che però può essere bloccato sul nascere, ripensando il concetto di agrihood all’interno di un progetto di risanamento del tessuto economico del quartiere. Se la creazione di orti comuni si sta dimostrando una fonte di attrazione e rigenerazione, quella di coltivare il proprio orto domestico in giardino ha rivelato un aspetto della società americana sul quale non si era mai riflettuto abbastanza: il front yard americano come status-symbol o carta d’identità del posizionamento economico della famiglia. Tentativi di spingere i singoli a creare orti nel loro front yard hanno ottenuto, nella maggior parte dei casi, un netto rifiuto. Una reazione basata sul classismo, sul timore di essere percepiti come così poveri da non potersi permettere di comprare il cibo, alla quale s’accompagna quella di attirare persone che hanno bisogno di cibo gratis. E l’idea è che chi ne ha bisogno non dovrebbe averlo. L’ennesima battaglia che si sta combattendo ad Atlanta ha questa volta il pieno e incondizionato appoggio della politica. È grazie alla Urban Agriculture Ordinance del 2014, infatti, che Atlanta mira a divenire leader nazionale nell’agricoltura urbana e ad assicurare cibo salutare entro cinque miglia al 75 per cento dei residenti entro il 2020. L’AgLanta Grows-A-Lot program, guidato dal Groundwork Atlanta e dal Mayor’s Office of Resilience, mette a disposizione lotti di proprietà della città e dello stato della Georgia a urban farmers e community gardeners per cinque anni, con possibilità di rinnovo per ulteriori tre anni. Un totale di venticinque acri sono, e saranno letteralmente, messi a frutto nei prossimi anni. quattro laboratori per il futuro È dall’AgLanta Grows-A-Lot program che hanno visto la luce alcuni dei progetti più riusciti. La Bush Mountain è un pezzo storia dell’America nera. Nella fitta selva dove prima del XIII Emendamento – quello dell’abolizione – andavano a rifugiarsi i neri in fuga dagli schiavisti, sorge oggi un quartiere a lungo trascurato durante lo sviluppo urbano della città. Nel Novecento il quartiere sarebbe diventato una zona a prevalenza afroamericana, diviso solo dalla Oakland Avenue, confine fisico ma soprattutto politico, dalla limitrofa Oakland city (cittadina annessa ad Atlanta nel 1910), zona residenziale di colletti bianchi caratterizzata dalla presenza del Ku Klux Klan. Oggi la comunità di Bush Mountain si riappropria di quella selva e trasforma i rovi in frutti, e al contempo commemora la propria storia. 150
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