59 ouverture Allestivamo una grande mostra personale, nel 2016. Più di duecento opere suddivise con rigore per cicli di produzione dell’artista, inchiodate chirurgicamente ai muri, seminate a terra secondo un magistrale senso di composizione, emerse da specchi d’acqua nera petrolio o candida, tappeti sonori rimbombanti tra electro e operistica, in un ex cantiere navale fatto sacro di arte. Alla vigilia dell’inaugurazione, nel silenzio rarefatto e clinico che marca ogni prova generale e che precede ogni occasione alla quale tieni, ci siamo accorti di alcune sporcature: un’opera graffiata, un’altra non appartenente alla serie nella quale era stata inserita, un audio fuori sincro rispetto al suo video. Lieve panico, meno male che ne abbiamo portate di più, pronti alle sostituzioni. «Va bene così», ci ha detto l’artista, che evidentemente aveva previsto tutto, mentre accentuava il graffio dell’opera. Pre-visto. Porto ancora in testa le sue parole: «Bisogna sempre inserire dei cortocircuiti. Deve sempre rimanerti un dubbio». A distanza di tempo ho capito che l’etica, nell’arte, sta in quel disturbo. L’etica, nell’arte, è nell’innesco di quel dubbio. track #01 esteticanestetica Buonasera a chi legge le parole. Buonasera a chi guarda le immagini. Buonasera a chi legge le immagini, questo scritto parla per loro. Per chi vuole sentirle, le immagini. Non nel cuore, troppo facile, altamente inflazionato e pure parecchio retorico; intendo nello stomaco, nei muscoli, in quella mandorla nel cervello che si chiama amigdala, impresse nella retina, sulla schiena, come memoria. È da lì che sono capaci di innescare un dubbio. È da lì, che può deflagrare il pensiero. L’uomo all’uomo – voglio dire, l’essere umano all’essere umano. E l’immagine all’arte, per essere umana. (NdR: non parliamo qui delle millemila immagini che scrolliamo bulimici su Instagram, dacci oggi i nostri pixels quotidiani, e neanche dell’arte ammassata alle fiere come fosse carne da macello – ché si sa, non è periodo di assembramenti, tantomeno per l’arte, dove l’assembramento è tossico da sempre). Parlo di arte come esperienza, come ha scritto nel 1934 John Dewey, che ha marcato una distinzione netta tra esperienza estetica ed esperienza anestetica: la prima, capace di fare avanzare di un gradino evolutivo colui che la compie; la seconda anestetica, appunto, cloroformio, appagamento vacuo di una altrettanto vacua simil-bellezza. Il pieno, di senso e di sensi, di contro al vuoto, perché l’arte è per Dewey l’energia motrice nella ricerca di un senso delle cose. Come la cultura, ma con una freccia dorata in più nella propria faretra: quella dell’estetica – che attenzione, va ben oltre un ghirigoro. Una società che si esprime secondo una piena esperienza estetica è lo stato di grazia dell’umanità, perché quella società si sta certamente esprimendo, anche e soprattutto, secondo etica. Mi sento fortunato, ammicca Google sotto la barra di ricerca: se vi è capitato, come a me è talvolta capitato, che di fronte a un’opera d’arte vi cortocircuitassero sensi e pensieri, allora avete avuto una piena esperienza est/etica. Avete vissuto l’arte come esperienza. (Per la cronaca: l’ultima volta che mi è successo è stato a Milano, in Fondazione Prada, di fronte a un’installazione di Louise Bourgeois che mi ha colpito dritta dritta allo stomaco. Ci penso ancora). Sotto un fuoco incrociato continuo di immaginette cui ognuno di noi è costantemente sottoposto – esperienze anestetiche che degradano la bellezza a un coacervo di clichés, da guardare un attimo e dimenticare ancora prima – io con l’arte mi sento fortunata. Come spesso accade, basta semplicemente interrogarsi sull’origine delle cose: a metà del Settecento, Alexander Baumgarten ha dato origine alla parola “estetica” in filosofia, abbracciandone il significato originario di aísthesis, percezione, inaugurando un metodo vivo e sensibile per prestare ascolto all’immagine. Per sentire cosa dice, al di là di ciò che mostra. Per esperirla. Piuttosto che sterile contemplazione, estetica significa azione; ciò le permette di non essere relegata alla sola armonia delle forme, ma di poter andare finalmente oltre, ad abbracciare anche il disturbante, il perturbante, l’altro da sé. Allora, per sua stessa natura, l’arte come esperienza estetica si apre alla vita come esperienza etica: avere la volontà di mettersi in ascolto, sapere sentire, e non solo vedere. Nelle sinapsi, nei muscoli, nei nervi, non solo in occhi annoiati. Il resto è anestetico – o anche, come diceva Ulay, «L’estetica senza etica è cosmetica».
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