70 eucaristia laica di cui non spegnere il ricordo, comunione. (sacrosanto: rimetti l’uomo alla società) Ecco perché, in un atto più freddo come da sua natura, ha del sacro anche l’elevazione ad arte del quotidiano – quella che Arthur C. Danto definì la trasfigurazione del banale – che Andy Warhol mise in atto recuperando dalle linee di produzione fordista zuppe in lattina (Campbell’s Soup Cans, 1962) e scatole di pagliette per i piatti (Brillo Box, 1964) elevandole a dipinti e a sculture, redimendole dal loro destino di spazzatura, in un’idea di salvezza a gettoni che ha luogo a partire dalla produzione e riproduzione industriale, seriale, che coinvolge tutto e tutti, incenerendo l’elitarismo. (sacrosanto: rimetti l’uomo al pianeta) Ecco perché ha del sacro 7000 Eichen (1982), la monumentale installazione che Joseph Beuys, lo sciamano dell’arte il cui motto fu «La rivoluzione siamo noi», concepì per Documenta 7 a Kassel: settemila pietre di basalto davanti al Museo Federiciano, ognuna delle quali acquistabile, il cui ricavo servisse per piantare altrettante querce. Terminata la fase di acquisto nel 1987, occorreranno circa trecento anni prima che le settemila querce diventino il grande bosco immaginato da Beuys. Immaginato. Un atto artistico la cui sacralità sta nel grande rito collettivo, nel fare condiviso, teso a curare il rapporto morboso tra uomo e natura. «Di’ tutta la verità ma dilla obliqua / Il successo sta nel circuito», scrisse, nel Poem 1129, Emily Dickinson. O meglio, nel cortocircuito. Posto che l’arte non ha bisogno di aggettivarsi per avvalorarsi, e che quando lo fa retrocede a propaganda o a notizia di cronaca, l’opera d’arte non può essere la sua didascalia, e la verità obliqua sta nella potenza immaginifica del simbolo. In quello che Benjamin, analizzando il dramma barocco tedesco, rintracciò in materia di arte contemporanea nella sostituzione del bello con l’allegorico, nuovo principale valore dell’arte e fondamentale modo per accogliere, nell’arte, l’etica. interludio symbolum ‘71 C’è una cappella, a Houston, che è più sacra del sacro, per il suo valore simbolico e per il suo segno artistico. Ci entrano il cristiano, il buddhista, il musulmano, l’ateo, ognuno al fianco dell’altro, ognuno nel rispetto dell’altro, ognuno per raccogliersi nella sua personale preghiera. Inaugurata nel 1971 per volontà dei coniugi, collezionisti d’arte e attivisti dei diritti umani John e Dominique de Menil con una cerimonia laica che vide la partecipazione di esponenti di tutte le confessioni, ha appena compiuto cinquanta anni la Rothko Chapel, cappella aconfessionale nota per custodire alle sue pareti quattordici opere commissionate a Mark Rothko (1903-1970). �uattordici monocromi grandi e lividi, «colori da urlo primale» come li definì Alberto Arbasino, astratti e religiosamente rarefatti, lontani da ogni decorazione e propaganda, vicini a ogni uomo e a ogni credo. Nel loro raccoglimento monocromo, aniconico e intensissimo, richiamano nella potente umanità l’ultimo lungometraggio di Derek Jarman, Blue (1993): ottanta minuti in cui un solo colore invade lo schermo, il blu Klein, tono della libertà e insieme della cecità dovuta al distacco della retina del regista, giunto all’ultimo stadio dell’AIDS. Nella distesa blu di celluloide fluiscono riflessioni sulla malattia, sulla discriminazione, sulla paura, sulla memoria, suoni raffinati e squarci visionari di quattro voci fuori campo, tra cui quella di Tilda Swinton – sua amica e sua musa – e quella di Jarman stesso, resa viva per sempre: «Il monocromo è un’alchimia, un’efficace liberazione dalla personalità. Articola il silenzio. È un frammento di un’opera immensa senza limiti. Il blu: paesaggio della libertà». Un testamento inestimabile, come per la Rothko Chapel, perché non necessariamente serve l’immagine per dare un messaggio. Vuoto che è pieno. All’esterno della Rothko Chapel, il Broken Obelisk di Barnett Newman è dedicato a Martin Luther King. �uella cappella, sacra e sconsacrata, è simbolo dell’arte. �uella cappella, sacra e sconsacrata, è simbolo dell’etica. track #04 adorno mon amour Estetica è una di quelle parole di cui in ambiente accademico ognuno si riempie la bocca, un po’ come si parla con agio di resilienza in questo sfregiato momento storico. Ma la qualità, amici miei, la qualità è la sola capace di fare la differenza, ché la quantità sovrabbondante può solo creare inflazione. Posto che non basta dire che la bellezza salverà il mondo per fare di una frase a effetto, per quanto (eleva il pensiero) (nessuno escluso)
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