80 di corporeo lo assale, messo a nudo davanti ad altri uomini, messi a nudo a loro volta da quell’Uomo. Nella Salomé, Giovanni Battista è un fiero purosangue. In The Minister’s black veil, il pastore di una comunità puritana decide di velare di nero il suo volto, permanentemente, gettando i parrocchiani nell’angoscia e svelando quanto proprio il volto sia il primo luogo politico, nella non-innocenza dello sguardo che si fa ammissione di colpa. «C’erano dei concerti in Piazza Grande, a Bologna. Io avevo sedici anni, ed è stato uno shock estetico. Ho capito che tutta la violenza di cui cercavo di nutrirmi era là, era compressa, era disciplinata, era ordinata, era una violenza progettata. A me interessava molto, in quel momento, un rapporto di conflitto con la realtà e col mondo, e ho trovato in quel concerto una risposta. Di fronte a questa virulenza, a questa violenza che ti penetrava, che ti invadeva con grande rigore formale, ho capito che la forma poteva essere un’arma straordinaria per modificare la propria vita – e anche quella degli altri, possibilmente. Era la Sagra della Primavera. �uando mi hanno proposto di fare la Sagra della Primavera non ho avuto un dubbio, anche se io non sono un coreografo, perché non è possibile avere un corpo di ballo con quella musica, perché la spazza via. Non esiste, non c’è possibilità. �uindi solo delle macchine, e della polvere, per me potevano cercare di raggiungere il livello di pathos che la musica esprime». Era il 2014. Le Sacre du Printemps di Stravinskij, storia di un sacrificio umano offerto al dio della fertilità, risuona potente in un’ex acciaieria della Ruhr, per la regia teatrale di Castellucci. Niente corpo di ballo, ma sei tonnellate di polvere che danzano, disseminate da macchinari simili a proiettori appesi al soffitto. La polvere, equivalente nel peso alla mole di settantacinque bovini, è un particolare fosfato di calcio impiegato in agricoltura come fertilizzante. Si chiama cenere ossea. Il simbolo. Il perturbante. L’arte. L’etica. C’è infinita bellezza in quello che a pelle può turbarci, se lo sappiamo interpretare; nel passo a due tra estetica ed etica, tutto passa attraverso l’impegno dello sguardo. track #06 questione di sguardi Dice che siamo nell’era delle immagini, a proposito fammi cambiare immagine profilo su Instagram, me l’ha photoshoppata il mio amico che fa il tirocinio non pagato nello studio grafico famoso. Sto proprio bene photoshoppata, proprio bella questa immagine. xxx ha cominciato a seguirti, controllo il profilo - è del Sagittario - ok, refollow, screenshot e mando alla mia amica su WhatsApp, guarda questo sis. Il coprifuoco, neanche il tempo dell’apericena, esprimo la mia indignazione su Facebook. 45 like, meno male, pensavo che questa non fosse l’ora giusta né per postare né per l’indignazione, che nel frattempo mi è passata perché i like del mio post indignato sono saliti a 57, tra un link per l’acquisto dei pancake proteici e l’ennesimo RIP dell’ennesima personalità culturale che fino a ieri nessuno sapeva neanche dell’esistenza. Non vorrei passare per ignorante, aspetta che cerco su Wikiquote una sua frase a effetto e la posto su Twitter, lì sono tutti più sensibili. 76 like, devo dire che la morte è sempre #trendtopic. Instagram, voglio provare l’ultimo filtro arcobaleno che se arriccio la bocca sprizzano stelline. Scrollo scrollo scrollo. Il nuovo video di Mace, swipe up, link di pre-order, fatto. L’intervista a Chiara Ferragni, swipe up, ah ma è scritta, troppo lunga, doppio tap cuoricino di cortesia. Immagine amico 1 - doppio tap cuoricino, immagine amico 2 - doppio tap cuoricino, immagine gattino - doppio tap cuoricino a prescindere (peccato che sono allergica ai gatti, sai quanti like che mi perdo). Immagine immagine immagine e altrettanti cuoricini, love profusion, immagine amico 36, doppio tap cuoricino. Senza neanche leggere le dida, a che serve capire a cosa stanno pensando, troppo sbatti, tanto sono tutti followers e quindi siamo tutti amici, no? Viva l’amicizia al megabyte. L’esperienza che facciamo del mondo in cui viviamo passa prima di tutto attraverso l’impressione, sulla nostra retina oculare, di esso come immagine. Già nel 1938 Martin Heidegger, dimostrando di saperla lunga, definì la modernità l’epoca dell’immagine del mondo, senza peraltro sapere che oggi il genere umano produce più di un trilione di immagini all’anno. Un trilione, un miliardo di miliardi, 1.000.000.000.000.000.000. È stato calcolato che un uomo medievale entrava in contatto nell’arco della sua intera vita con circa quaranta immagini artificialmente prodotte, di contro a quello contemporaneo per il quale il numero schizza a dodici miliardi. In definitiva viviamo nella civiltà delle immagini; ma perché possa dirsi etica occorre trasformarla nella civiltà dell’immaginario, rendere viva l’immagine, mettersi in suo ascolto e sentire cosa ha da dire – come nel genere letterario classico dell’epigramma iconico, in cui il poeta dialogava attivamente con le opere d’arte. �uell’impressione sulla retina deve farsi esperienza nella mente. Attraverso l’immagine il pensiero assume una forma, diventando pensiero figurativo; fare esperienza dell’immagine significa dunque educare lo sguardo a diventare pensante. Non più cogito ergo sum, ma imago ergo sum, come rilevò Jean-Luc Nancy. Il passaggio da immagine a immaginario implica chiaramente una selezione, nella grande abbuffata
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