81 di junk-food iconografico cui siamo costantemente invitati, volenti o nolenti bulimici scopici, e trovo sia un atto profondamente morale quello di volersi bene in questo senso – come quando ti proponi di mangiare bene per migliorare la qualità della tua vita. Se l’immagine è il nostro pane quotidiano, se quella all’interno della quale siamo immersi non è più tanto una biosfera quanto un’iconosfera, facciamoci il favore: sappiamo riconoscere la qualità delle immagini, l’arte vera dalla wanna-be, la cultura vera dalla potrei-ma-non-voglio. Alleniamolo, questo benedetto sguardo che è la nostra linea Maginot, perché la prassi etica nell’iconosfera risiede nel saper guardare, e la corretta digestione delle immagini comporta la corretta gestione della vita. È tutto una questione di sguardi. Ad esempio, appurato che “estetica” implica “esperienza”, questa recente perversione delle mostre d’arte immersive, dove vedi un gran dispiego di effetti speciali ma di arte vera neanche l’ombra, è uno dei motivi per cui mi viene da dire, assieme al recente saggio di Paolo D’Angelo La tirannia delle emozioni (che prende le mosse da un’installazione immersiva di Alejandro González Iñárritu), che dobbiamo fare molta attenzione alla confusione tra emulazione e catarsi della nostra sfera emotiva, profondamente chiamata in causa nell’arte e nell’etica: fare leva su emozioni spicce – come fanno la c.d. tv del dolore e alcune linee editoriali imbarazzanti, certi reportage dalla lacrima facile, l’indignazione da social che si accompagna vergognosamente all’hate speech, la sclerotizzazione del politically correct che sfocia nel francamente insostenibile totalitarismo al contrario della cancel culture, definita da Nick Cave come l’opposto della pietà – non portano ad altro che a retoriche populiste, che non fanno bene né alla morale né all’etica né all’arte. Lo scarto che passa tra l’emulazione e la catarsi delle emozioni è lo stesso che percorre lo sguardo nell’elevare l’immagine a immaginario: l’emotività, come lo sguardo, deve saper compiere un tragitto, essere metabolizzata e poi trasformata, e solo allora sarà fertile. Solo allora sarà arte, e sarà etica. track #07 a che ora è la rivoluzione, signora? Eichmann I-chmann You-chmann He-chmann She-chmann It-chmann We-chmann You-chmann They-chmann, ripeteva ossessivamente il dispositivo sonoro installato da Mirosław Bałka, nel 2018, alla Dvir Gallery di Bruxelles. Eichmann I-chmann You-chmann He-chmann She-chmann It-chmann We-chmann You-chmann They-chmann, perché la banalità del male che Hannah Arendt individuò incarnata nel criminale nazista Adolf Eichmann potrebbe ancora trovarsi in me te lui lei esso/a noi voi essi/e, ogniqualvolta viene perpetrato il crimine dell’assenza di pietas. Eichmann I-chmann Youchmann He-chmann She-chmann It-chmann We-chmann You-chmann They-chmann: attraverso la lingua dell’arte, Mirosław Bałka ricorda che di fronte alla vita – a ogni vita, nessuno escluso – siamo sempre e comunque responsabili, anche quando ci illudiamo di non esserlo. E ricordare può essere doloroso, e sentirsi responsabili può essere faticoso, ma quanto più alta è la visione tanto più impegnativo è il viaggio, e tanto più pieno sarà il senso all’arrivo. Sapete qual è il problema? Che abbiamo smesso di pensare in grande, di sognare in grande, di ambire a grandi cose e ci siamo inchinati alla mediocrità del conformismo, sollievo immediato. Il contrattino, il lavoretto, la casetta, il compitino da svolgere, freno a mano tirato, micro-ambizioni confortanti, da offrire sull’altare del like. Abbiamo barattato la bellezza con il consenso, il senso di responsabilità con la likeability che Bret Easton Ellis, già autore di American Psycho (1991) e Le regole dell’attrazione (1987), descrive in Bianco (2019): quell’atteggiamento prono all’approvazione di massa, alla pioggia di pollicioni e cuoricini, per cui fai scrivi o dici una cosa solo dopo averla filtrata attraverso il supposto altrui benestare. È autocensura volontaria che fa l’occhiolino all’ipocrisia, zero responsabilità, zero identità, l’etica e l’estetica decise per alzata di mano – anzi, per alzata di pollice – e il non-conforme, l’altro da sé, il diverso, il disturbante scartati senza appello. Ma, scrive Ellis rivendicando il suo diritto all’unicità e il diritto dell’arte alla libertà, «io volevo essere sconvolto e perfino ferito dall’arte». Piacere e compiacere, decorare, confermare il gusto medio = anestetizzare, elettroencefalogramma piatto Turbare e disturbare, ferire e interferire, destabilizzare = toccare il profondo, chiamare alla responsabilità Tu da che parte stai? Il prezzo da pagare, pur di agevolare la dittatura della likeability, non è solo quello del dilagare di una bellezza di massa omologata e insipida, di una repressione estetica guidata da quella che Ellis chiama la sindrome di TripAdvisor, ma anche quello gravissimo dello scivolamento nella mancanza
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