86 track #08 via fuori sotto contro Nel dare battesimo all’Arte Povera, nel 1967, Germano Celant (1940-2020) scrisse un articolomanifesto sulla dichiarazione di posizionamento e di assunzione di responsabilità che il nascente movimento artistico da lui allevato avrebbe occupato: «Un nuovo atteggiamento per possedere un reale dominio del nostro esserci, che conduce l'artista a continui spostamenti dal suo luogo deputato, dal cliché che la società gli ha stampato sul polso. L'artista da sfruttato diventa guerrigliero, vuole scegliere il luogo del combattimento, possedere i vantaggi della mobilità, sorprendere e colpire, non l'opposto. Un vivere asistematico, in un mondo in cui il sistema è tutto. Nelle arti visuali, la libertà è un germe che contamina ogni produzione» (Germano Celant, Arte Povera: Appunti per una guerriglia – in Flash Art n.5, 1967). L’arte è la possibilità, profondamente libera e profondamente etica, di esprimersi in alternativa, di indagare altri modi e altri mondi, probabilmente migliori, da percorrere attraverso le visioni altissime cui è chiamata. Davanti all’arte contemporanea non può esserci catechismo, né accademismo, né procedure standard, né interpretazioni univoche; ma soprattutto, in un momento storico in cui dire “sistema dell’arte” equivale solo a dire “mercato dell’arte”, davanti all’arte non può più esserci sistema. Hanno manomesso anche il momento della cura – che ora che si chiama curatela implica solo mettere la didascalia quanto più politically correct possibile, cercare la giustificazione a qualcosa che per natura non dovrebbe mai e poi mai giustificarsi, lubrificare l’osanna massmediatico. La cura non è questo, la cura è attenzione all’altro. Michel Foucault ha indicato nella cura di sé come opera d’arte l’estetica dell’esistenza. Allora, l’arte è la cura. La cura è etica, l’arte è etica, il sistema è cosmetica. Una visione sistemica così (mal) concepita dell’arte, invece, la recinta e le recide le ali all’interno di contesti istituzionali che, per la maggior parte, puzzano di naftalina, spazi concentrazionari, opere come tappezzeria. Al diavolo il sistema se corrobora classismo, elitarismo e l’allontanamento delle persone dalla cultura, meccaniche che sono tutto fuorché etica. Via da un sistema dell’arte piegato a tutto, fuorché all’arte. Andiamo fuori, andiamo sotto, andiamo contro. Andiamo via. - Christian Caliandro, Critica viva. Creare immaginario - in Artribune, 20 02 2017 Fuori come eccentrico, cioè fuori dal centro, periferico: è in periferia che l’arte si ricongiunge agli uomini e all’ambiente, lontana dal presenzialismo, autentica. Fuori come diverso dunque portatore di ricchezza, freak, come il lungometraggio pieno di poesia di Tod Browning (Freaks, 1932), furiosamente avversato fino al 1969 perché recitato da attori considerati «errori della natura, che la scienza moderna avrebbe presto eliminato». Fuori!, come il nome della prima associazione italiana formatasi nel 1971 a tutela dei diritti degli omosessuali – acronimo di Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano, poi confluita nel Partito Radicale – che, marciando insieme a gruppi femministi e transessuali, portò avanti rivendicazioni innanzitutto umane per una società più inclusiva. Fuori come il titolo della �uadriennale d’arte di Roma 2020-2021, che dà corpo alle visioni di 43 artisti outsiders. Fuori come libero. Sotto come underground, l’arte e la cultura più sperimentale, battezzata da Marcel Duchamp in una conferenza a Filadelfia del 1961 diventata storica proprio in virtù di quel battesimo: «Il grande artista di domani sarà underground», sotterraneo, clandestino. Etica sin dalla radice, le underground railroads erano, nel XIX secolo, le reti segrete utilizzate per affrancare gli schiavi in fuga dal sud degli Stati Uniti, Via le opere stupide camuffate da opere intelligenti. Via le opere piene di citazioni da libri mai letti. Via le opere curate da curatori che non hanno mai letto i libri citati nelle opere che curano. Via le opere obbedienti. Via le opere timide. Via le opere fighette (l’avevo già scritto, ma va bene ripeterlo). Via le opere che non si pongono, anche, come modello esistenziale. Via le opere ignoranti. Via le opere inautentiche. Via le opere accattivanti. Via le opere morte – nate già morte. Via le opere che sono solo e soltanto opere. Via le opere educate, perbene, accondiscendenti. Via le opere che trattano i problemi del presente come temi di attualità o di interesse generale, da trattare, appunto, invece che da vivere in profondità. Via le opere didascaliche. Via le opere di cui non si capisce nulla. Via le opere che non sono brutali, coraggiose, crudeli (nel senso di Artaud, non nel senso che pensate voi). Via le opere animate da un agghiacciante, insopprimibile, irredimibile conformismo. Via le opere fighette. Via le opere nostalgiche. Via le opere ipocrite. Via le opere classiste. Via le opere animate da un esotismo di risulta e d’accatto.
RkJQdWJsaXNoZXIy NDUzNDc=