Ossigeno #9

87 quelle dei pacifisti che rifiutavano l’arruolamento rifugiandosi in Canada durante la guerra del Vietnam, i movimenti di resistenza europei (gli Undergrounds) nella seconda guerra mondiale. Underground fu la Beat Generation di Kerouac, Ginsberg e Burroughs. �uasi tutte le avanguardie, Scapigliati Maudits Dadaisti Situazionisti, furono underground. I Velvet Underground, Lou Reed e Nico, coreografati da Andy Warhol. Le radio libere. Underground di Emir Kusturica, nel 1995, con le musiche di Goran Bregović. Le fanzines sono underground, e in generale tutta la stampa alternativa lo è. La street art è underground – e quando la espongono nei musei con tanto di autorità tronfie al taglio del nastro e vin d’honneur, vuol dire che no, non hanno capito niente di che cos’è davvero l’underground. Sotto come subcultura, per marcare una distanza nel sistema comunicando i propri valori attraverso una componente immediatamente visibile, dunque perfetta per essere caricata semioticamente: lo stile. Forma che diventa contenuto, forte di una propria precisa identità, che a partire dall’abito (e spesso dalla musica, altro mezzo di espressione prediletto) si fa comunicazione etica, sociale e politica. Dal dandismo ottocentesco agli hipsters contemporanei – passando negli anni attraverso zazous, esistenzialisti, il glam rock, i dark, i paninari, l’hip-hop, il grunge, tutte subculture – il conflitto col sistema non è detonante come per la controcultura, ma la rivendicazione della propria identità si staglia nitida contro l’omologazione di massa, traducendosi in un vero e proprio codice estetico che coinvolge abito, stile di vita, linguaggio. Come sottolinea Emanuele Coccia nel 2017 in una sua celebre lectio magistralis al Festivalfilosofia, le subculture non scrivono manifesti né producono libri o trattati, ma affidano tutto il loro messaggio all’abito come simbolo, oggetto-soglia tra sé e il mondo, liminare subliminale, opera metamorfica per trasformare la persona in ciò che desidera comunicare della sua identità, individuale e collettiva. È subcultura quella dei Sapeurs in Congo, seguaci della Sape – Société des ambianceurs et des personnes élégantes, che imbracciano lo stile dei dandies occidentali come arma di resistenza al post-colonialismo belga: congolesi che, nelle bidonvilles di Kinshasa o di Brazzaville, portano avanti con fatica il mestiere della vita in una periferia del mondo e rivendicano la poesia della propria identità risplendendo nei loro abiti sartoriali, dai colori accesi come si accende un contrasto, fedora, fermacravatta, pochette e ombrello parasole, altissimi nei bassifondi. E attinge dalla subcultura anche quella compagine che si serve come trincea di avamposti del lusso come le sfilate dell’alta moda per scuotere il sistema dall’interno, spostando il fuoco su estetiche contemporanee ruvide, grezze, lontane anni luce dal gusto imperante dell’erotica noia borghese e dalle piallature di Photoshop. Estetiche del disagio, che sanno di vodka distillata clandestinamente e della subcultura gopnik – generazione post-soviet in tute di acetato e attitudine teppista – consacrate lì dove non avrebbero potuto mai neanche mettere piede, da via Montenapoleone a Faubourg SaintHonoré, per mano di Demna Gvasalia e suo fratello Guram (rispettivamente direttori artistici di Balenciaga e Vetements), di Gosha Rubchinskiy, a capo di GR Uniforma, e della loro stylist Lotta Volkova. Tutti provenienti dall’ex blocco sovietico, tutti attenti a rendere concreta quella rivoluzione etica del no logo avviata dall’inchiesta fondamentale di Naomi Klein: una scossa dall’interno, a partire dai luoghi e dai loghi della moda, détournando come il situazionismo di Debord, sabotando gli emblemi della globalizzazione e dell’economia concettuale individuati dalla Klein. (NdR: dice: «Ma lo fanno per soldi». Beh, amici miei, tanto meglio. Sarebbe anche ora di smetterla di pensare che portare avanti una rivendicazione di natura etica possa farti passare dei guai; se azioni di questo tipo hanno un successo anche dal punto di vista del fatturato, la conquista, oltre che economica, è anche e soprattutto etica. Perché prende posizione, perché fa luce, perché chiama alla responsabilità, oltre che essere capace di vincere, sotto tutti i punti di vista). Contro come controcultura. «L’arte e nient’altro che l’arte! È quella che più rende possibile la vita, la grande seduttrice della vita, il grande stimolante della vita. L’arte come unica forza contraria e superiore a ogni volontà di negare la vita, l’antinichilista par excellence», scrisse Friedrich Nietzsche (1844-1900) nella raccolta postuma La volontà di potenza (1901). «La nostra religione, la nostra morale e la nostra filosofia sono forme di décadence dell’uomo (forme di vita declinante, forme di vita ostili alla vita). Il contromovimento: l’arte». Fu Nietzsche a tematizzare per primo la necessità di arte come gegenbewegung, come contromovimento, chiamato a ribaltare il brutto in bello, la vita declinante in vita ascendente; contro il moralista nichilista, Nietzsche oppose dunque l’artista, capace di dire sì alla vita grazie a un contromovimento estetico in grado di trasformare la forma in contenuto. Ciò che rende differente la controcultura dalla subcultura, pur trattandosi entrambe di dinamiche di avanguardia, è la portata critica dirompente rispetto al paradigma sociale dominante: nel comune rifiuto del conformismo, la subcultura ci convive, la controcultura gli si oppone con precisi modelli alternativi, politici e sociali, cui fa da collante un altrettanto preciso sistema di riferimento artistico che connota l’abito, la musica, il pensiero.

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