Ossigeno #9

90 Fu controcultura il movimento Hippie degli anni Sessanta, psichedelia e pacifismo, disobbedienza civile e amore libero, le comuni, lo stile bohémien e quei capelli tenuti lunghi che hanno dato il titolo a un musical del 1967, Hair, ancora in cartellone a Broadway e la cui trama è imbevuta di valori profondamente condivisibili. Fu controcultura il movimento Punk degli anni Settanta la cui prima sacerdotessa, Vivienne Westwood, è ancora oggi super-punk nel combattere il sistema in nome di un pensiero in grado di vestire abito e abitudini. «La rivoluzione climatica è punk, il punk è vivo! Stesso atteggiamento ma con idee più sviluppate, più solide e spero efficaci nel cambiare la Terra più di quanto non lo siano state in passato», scrive nella sua autobiografia del 2014, combattendo attivamente nelle lavorazioni e nelle calendarizzazioni della moda, seconda industria più inquinante dopo quella della lavorazione del petrolio. Perché l’anarchia, al di là dell’essere una dottrina politica da maneggiare con estrema cura e attentissimo dosaggio, è innanzitutto un’attitudine che, se posseduta da uno spirito artistico combinato a una mente pensante, sa combattere per le giuste battaglie. Sa farsi profondamente etica. interludio ‘cause I wanna be anarchy �uesta è la storia di due gruppi di amici, tutti artisti, tutti uniti dalla stessa carica punk e dalla stessa parabola esistenziale. Il primo si formò nella scena newyorkese dell’avvio degli anni Settanta, palcoscenico della Silver Factory di Andy Warhol e del Living Theatre di Julian Beck: arte come contaminazione di linguaggi. Il gruppo – tra cui Laurie Anderson, Joan Jonas, Lucio Pozzi, Trisha Brown e, suo cuore pulsante, Gordon Matta-Clark (1943-1978) – decise di costituirsi come collettivo e si diede perciò un nome programmatico: Anarchitecture Group, crasi di anarchy + architecture. Fotografia, danza, scultura, performance si raccolsero attorno alle azioni dell’anarchitetto MattaClark, la cui principale azione, come per l’anarchia nei confronti del sistema, fu essenzialmente una: quella di rottura. Lo fece materialmente, individuando nel mondo edifici densi di memoria ma destinati alla demolizione, in nome di una speculazione edilizia post-bellica che vantava l’alibi della modernizzazione, ma il reale movente del solo introito economico. Una prassi urbanistica spregiudicata che, come accadde per gli sventramenti della Roma fascista, radeva al suolo la diversità per edificare omologazione: blocchi nelle periferie che isolavano la classe operaia, villette a schiera per segregare allegramente la middle class, palazzi del potere dove gerarchizzare il lavoro. Così, su luoghi a un passo dalla cancellazione definitiva – ancora una volta sub-limen, sulla soglia dell’oblio e sublimi, il cui sacrificio avrebbe scientemente dato spazio a nient’altro che alla proliferazione dell’anonimato – Matta-Clark, laureato in architettura, intervenne con i suoi building cuts, aprendo squarci sapienti nel cemento per aprire squarci simbolici nelle coscienze. I tagli di Matta-Clark, come quelli di Lucio Fontana sulla tela e quelli di Vivienne Westwood sulla stoffa, erano ricerche anarchiche di uno spazio altro, di punti di vista nuovi; ma, aperti su fabbricati con una loro storia e non su tele vergini, assumevano una forte valenza etica e una nuova dimensione di denuncia politica, luce che irrompe da inedite fenditure per fare luce sulla necessità di un nuovo paradigma sociale, più aperto, più permeabile, più inclusivo. Matta-Clark che costruì numerosi rifugi per gli homeless. Matta-Clark al fianco degli operai di Sesto San Giovanni, nel 1975, nell’occupazione di una fabbrica abbandonata, che in una lettera divenuta manifesto, Arc de Triomphe for Workers, propose loro di «aprire brecce nelle pareti per comunicare un’idea di libero passaggio». MattaClark che seziona muri, preleva solai o intere facciate, disegna ellissi di vuoto per omaggiare storie prossime alla fine, architetture anarchiche, anarchitetture sulle quali il collettivo interveniva filmando, fotografando, danzando, consci che quegli ephemera – la documentazione fotografica o video di quelle azioni – sarebbero stati tutto ciò che sarebbe rimasto di quella storia. È lo stesso sentimento struggente e insieme detonante, come l’ultimo fuoco di artificio che è sempre il più spettacolare, che ti prende quando ascolti Epica Etica Etnica Pathos, l’album del 1990 di quella gloriosa esperienza di punk targato Via Emilia che incarnarono i CCCP – Fedeli alla linea. All’indomani della caduta del Muro di Berlino, mentre l’URSS è prossima al dissolvimento, Epica Etica Etnica Pathos è un concept album in quattro sezioni che sa di essere l’ultimo, prendendo atto del tramonto di un modello evidentemente idealizzato, e che per questo scrive testamento: un lascito che custodisce la geografia sentimentale dei luoghi, dell’etica e dell’estetica dei CCCP, che già da mesi aprivano i concerti con la loro versione allucinata di L’importante è finire di Mina.

RkJQdWJsaXNoZXIy NDUzNDc=