Ossigeno #9

91 Una creazione compromessa in partenza, dunque, perché conscia della sua fine. Un canto punk del cigno che si fa carico della propria natura transitoria, ma ciò non gli impedisce di picchiare forte, esattamente come per i tagli di Matta-Clark, per permettere, un attimo prima di andare via, la visione di un’alternativa. Nella terza sezione dell’album, Etica, l’alternativa è data in Campestre, nel recupero di una dimensione intima, via dal delirio metropolitano e coerente con una ricerca proclamata sin dai loro esordi: fedeli alla linea – ma la linea non c’è. Occorre tracciarla, allora, quella linea. E solo l’arte può farsene carico, perché è onesta, purché sia onesta. Squarci di luce prima che faccia buio. Rendere visibile ciò che non lo è. L’etica nell’arte è anche questo: aprire la prospettiva di un terzo paesaggio. track #09 manifesto del terzo paesaggio Come in un vangelo eccentrico, le storie degli artisti raccontate in queste pagine sono dunque parabole, ognuna sottende un messaggio. Un gigante dell’arte come Carmelo Bene, in una conferenza al Teatro Argentina nel 1984, ebbe a dire: «L’artista, qualora si assuma anche l’etica, deve essere non dico in odore, ma quanto meno in lezzo di santità». Attraverso parabole di artisti in lezzo di santità come l’Anarchitecture Group o i CCCP – ma anche Jackson Pollock, Romeo Castellucci, Genesis P-Orridge, in definitiva tutti gli artisti che possano davvero dirsi tali, visione e coraggio – affiora che la potenza etica dell’arte è nella volontà di spostare in avanti la barra del pensiero e, attraverso il simbolo che è la sua lingua madre, trasmettere un messaggio per chi ha voglia di interpretarlo, e dunque di crescere. Nelle parabole di Matta-Clark e dei CCCP, ad esempio, il messaggio comune è che fine significa una fine, non la fine. Una fine significa una transizione, un passaggio, da un atteggiamento a un altro, da un’esperienza a un’altra, da un paradigma a un altro. Non la fine, ma una fine; non il futuro, ma i futuri; non il mondo, ma i mondi, con tutta la vita che c’è, con tutta la diversità che merita di esserci e di essere rappresentata, perché sia ascoltata. La cultura non è l’ora della ricreazione, ma è quella leva che ti permette di capire che la crisi – krísis, decisione – non è altro che una soglia da superare attraverso un reset di paradigmi ormai logori. Fatto: siamo in crisi, come è sempre ciclicamente accaduto nella storia dell’umanità, dal crollo del Sacro Romano Impero al crollo del Terzo Reich, passando per crolli dei mercati e crolli della popolazione causa epidemie. Fatto: nella contemporaneità, il paradigma da superare è l’antropocentrismo, che sta devastando la vita e il pianeta. In una fase di passaggio epocale come quella che stiamo attraversando, l’arte e la cultura tratteggiano l’alternativa; in questo caso l’alternativa, poetica e potente, è quella del terzo paesaggio. È il 2004 quando compare il Manifesto del Terzo Paesaggio dell’agronomo, biologo, entomologo, paesaggista, scrittore – e, permettetemi, poeta – Gilles Clément, che mette in parole ciò che l’arte mette in immagini. «Se si smette di guardare il paesaggio come l’oggetto di un’attività umana, subito si scopre (sarà una dimenticanza del cartografo, una negligenza del politico?) una quantità di spazi indecisi, privi di funzione, sui quali è difficile posare un nome. �uest’insieme non appartiene né al territorio dell’ombra né a quello della luce. Si situa ai margini. Dove i boschi si sfrangiano, lungo le strade e i fiumi, nei recessi dimenticati delle coltivazioni, là dove le macchine non passano. Tra questi frammenti di paesaggio, nessuna somiglianza di forma. Un solo punto in comune: tutti costituiscono un territorio di rifugio per la diversità. Ovunque, altrove, questa è scacciata». Il battesimo di terzo paesaggio nasce in Clément dall’idea di terzo stato: «Uno spazio che non esprime né il potere, né la sottomissione al potere». Fa riferimento al pamphlet di Sieyès del 1798: «Che cos’è il terzo stato? Tutto. Cos’è stato sinora? Niente. Cosa aspira a diventare? �ualcosa». Non è l’infinito e non è il finito; è l’indefinito, l’incompiuto, l’imperfetto, da custodire e curare nella sua identità, da assecondare nel suo naturale movimento. Il deserto con la sua vita nomadica, l’incolto, il selvaggio, il marginale, di cui prendersi cura, ma cura amorosa. Il terzo paesaggio è uno scacco al paradigma antropocentrico per entrare in dialogo con l’altro da sé, comprenderne lo sviluppo nel tempo e modulare il proprio comportamento in un continuo passo a due relazionale con esso, per preservarlo, e così preservarci. Ciò che occorre, per usare un’espressione di Karl Jaspers, è comunicazione esistenziale, vero incontro con l’altro, che si rivela nella liebeskampf, nella lotta amorosa: uno scambio fra pari il cui obiettivo non è la vittoria dell’uno sull’altro, ma la dichiarazione di ciascuna esistenza e della libertà che apre l’una all’altra.

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