Ossigeno #9

92 Il terzo paesaggio è autenticità, spontaneità, antiretorica, Nucleo-Anti-Sofisticazioni della verità, vita nuda e cruda, difettosa perché vera, bella perché vera. Nel Diario di Ottilie del 1809, Goethe scriveva che «I più grandi uomini sono sempre uniti al loro secolo da una debolezza»: la misura della grandezza nella contemporaneità è allora data, nell’umanità, dalla capacità di elevare un difetto, una mancanza, uno scarto. Il terzo paesaggio sta in quello scarto, la cui tutela è arte, ma prima di tutto è etica. Tra l’umile e il sublime. Tra il vernacolare e lo straordinario. Il terzo paesaggio è inopportuno e insubordinato, eppure custodisce il vero decoro. Tra l’arte di arrangiarsi e l’Arte Povera, fatta di scarti elevati ad arte. Tra la pasta mista, messa insieme coi resti degli altri pacchi di pasta, e gli spaghetti alle vongole fujute di Edoardo, in cui manca la parte costosa ma resta viva la sua suggestione, che ti sembra che ci siano, quelle vongole. Tra le insegne diroccate della drogheria della sala da barba della merceria del sali e tabacchi, e le bancarelle all’angolo con le vecchie contadine e il raccolto del giorno, e con i vecchi pescatori e il pescato del giorno (sì, vivo al Sud, trionfo del selvaggio, del non-finito come infinito, della cura dell’altro a prescindere, del potenziale poetico. Il Sud, per un certo verso, nelle sue parti barbariche e silenziose ed eticamente amorevoli, laddove non arrivano i predatori, è il terzo paesaggio; ma è utile ricordare sempre che ognuno di noi è a sud di qualcuno). Il terzo paesaggio è il Cimitero delle Fontanelle a Napoli, catacomba di quarantamila resti di vite troncate dalle epidemie del 1656 e del 1836, dove i vivi da sempre scendono, adottano e curano un teschio, la capuzzella, in cambio di protezione per la loro vita. Il terzo paesaggio è l’eterotopia di Foucault, come sistema alternativo già esistente ma sottovalutato. Il terzo paesaggio è il Grande Cretto di Alberto Burri a Gibellina, immenso sudario di cemento candido disteso sulle macerie del terremoto del 1968, mantenendone inalterato il reticolo delle strade e delle vie. Il terzo paesaggio, in effetti, risplende tra le macerie. Le borgate pasoliniane di Accattone (1961) e di Mamma Roma (1962), la periferia barbarica di Brutti sporchi e cattivi (Ettore Scola, 1976) e di Lazzaro Felice (Alice Rohrwacher, 2018), dove l’umanità non ha via di scampo perché nessuno si cura di lei eppure la poesia è come la gramigna, attecchisce incurante: «L’umanesimo o diventa umanità o muore», dice una ragazza del Rione Sanità in La paranza della bellezza (Luca Rosini, 2019). Il terzo paesaggio è ciò su cui Clément chiede di posare lo sguardo, di rispettare profondamente nel suo essere altro, con cui è più che mai necessario avviare una convivenza affettuosa, una vicinanza, una comunanza, per un’etica della vita che, vedete, combacia perfettamente con l’etica che vivifica l’arte. Come il terzo paesaggio è il territorio che accoglie e abbraccia la diversità scacciata altrove, così fa l’arte. Come «La diversità è ciò che ci porta ad avvicinarci all’altro con stupore», scrive Clément, così lo stupore è ciò che ci porta ad avvicinarci all’arte. L’arte, amici miei, è l’altro. L’arte, nella sua più profonda funzione etica, è il trionfo del terzo paesaggio. ghost track grand finale La pienezza della vita passa soprattutto attraverso momenti capaci di toglierti il fiato, con tutto il rispetto per quelli da pulsazioni nella norma, perché quei momenti sono capaci di cambiarti, di farti crescere, di renderti migliore. La pienezza dell’arte passa soprattutto attraverso opere capaci di toglierti il fiato, con tutto il rispetto per i lavoretti confortanti o ammiccanti, perché quelle opere sono capaci di cambiarti, di farti crescere, di renderti migliore. Tutto ciò che è capace di cambiarti, di farti crescere, di renderti migliore, è etica. A voi trovare il Grand Finale di questo sillogismo.

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