74 75 E poi succede che, mentre io tesso appassionata le loro lodi elencando i suddetti successi anche dal punto di vista della critica, Fabio e Damiano mi correggono per assumersi l’ennesima responsabilità, quella del dissenso: «Prima di tutto – e per questa nostra integrità del fare a prescindere dal consenso – aggiungiamo al tuo generoso elenco il video che abbiamo girato a Los Angeles per Kanye West [TALKING / ONCE AGAIN, 2024, NdR]. C’era tutto da perdere, ed era proprio questo il fulcro della questione, il motivo che ci ha fatto dire immediatamente: facciamolo. Anche Kanye West ha contribuito al nostro immaginario. Alcuni suoi album sono straordinari. La bulimia della sua ambizione va lodata, a prescindere dalla distanza che abbiamo preso da alcuni suoi punti di vista emersi negli ultimi anni». Un video attraverso il quale sapevano di poter generare dissenso ancor prima di mettersi dietro la macchina da presa ha rappresentato dunque l’occasione per denunciare che, molto prima dell’artista, è la sua arte che deve parlare. Gli esempi di esseri umani controversi che hanno prodotto opere capaci di spostare in avanti la barra del pensiero, da Caravaggio a Carmelo Bene, non si contano, e dimentichiamo sempre più spesso che noi di cognome non facciamo Torquemada e che in generale arte contemporanea e moralismo sono tipo un gioco a somma zero. Il punto non è la rettitudine della persona ma solo la sua arte, che per essere tale deve sempre avere un’etica ma, tanto più in un mondo sempre più in fiamme, quell’etica non può che passare per un sacrosanto disturbo. Ed ecco cos’è l’arte di Damiano e Fabio D’Innocenzo: commozione cerebrale. Tocca il cervello e poi tutto il resto, cassa toracica compresa, ma quello che serve innanzitutto è il cervello. Il suo basso continuo è una distorsione per scuotere dalla narcolessia, squarciando con la tenerezza feroce di chi conosce e ama l’umanità ai margini, e per questo non la romanticizza. Un atto di resistenza contro le piaghe contemporanee del sì vabbé (= sedicente artista in posa da vittima del mondo che non lo capisce, ma vedi di farti una domanda) + la bellezza salverà il mondo (= arte come patrimonio economico-nostalgico paralizzato su canoni totalmente irresponsabili) + quella che Bret Easton Ellis definì likeability: l’atteggiamento prono all’approvazione urbi et orbi et social media per cui fai scrivi o dici una cosa autocensurandoti sul filtro dell’altrui placet, arma di distrazione di massa, arte-poser, arte-content, comfort zone infida come la sconvolgente Zona di Interesse di Glazer. �uella che serve è commozione cerebrale, di contro a una sciatteria diffusa per la quale l’accademismo è la password per dirsi raffinati artsiders, e ambire così ad abbinare un quadro al divano. �uella che serve è commozione cerebrale, quella stessa che innescò Fabio Mauri nella performance del 1975 Intellettuale, rendendo il suo amico fraterno Pier Paolo Pasolini schermo umano su cui proiettare il suo disturbante Vangelo secondo Matteo fuori dalla Galleria d’Arte Moderna di Bologna, lasciando che si assumesse pubblicamente la sua responsabilità artistica e civile e rivendicasse il peso sociale vivifico della cultura più scomoda. �uella che serve è commozione cerebrale, quella che i Fratelli innescano attraverso storie insopportabili e una bravura, e un’assunzione di responsabilità, costante e assoluta. «Abbiamo problemi con le cose vaghe. La vita è legata al caso, e invece quando giri devi essere responsabile, sapere dove vuoi andare». – Stefania Ulivi, Fratelli D’Innocenzo, i gemelli romani che non si accontentano, Corriere della Sera, 2018 È la responsabilità che si assunse Antonin Artaud attraverso l’istituzione del suo teatro della crudeltà: «Lo spettatore che viene da noi saprà di venire a sottoporsi a una vera e propria operazione dove non solo è in gioco il suo spirito, ma i suoi sensi e la sua carne – pensando evidentemente di non morire per questo, ma che di certo non ne uscirà integro». È un meccanismo antico come l’umanità: chiedere a coloro che lo scelgono di sottoporsi alla promessa di un’apparizione che attrae e al contempo impaurisce, ma che di certo ti scuote, e magari ti sveglia. È il meccanismo antico del rapimento incantatorio delle favole: al di là di buonismi e wok-ismi da industria disneyana sclerotizzata, basterebbe pensare che siamo cresciuti rapiti dalle favole di altri due fratelli, i Grimm, colme di sorellastre che si mutilano pezzi di piede per infilarlo in una scarpetta, cacciatori che squartano lupi tirandone fuori parentadi, streghe cannibali che rimpinzano fratellini sperduti… e lo sprone, alla fine, non mancava. L’arte contemporanea deve avere in sé il rapimento incantatorio delle favole. Anzi, delle favolacce. Tirando dunque le somme: l’arte è un fatto di responsabilità. O forse no: un’opera non può essere racchiusa in una didascalia, un manifesto o un predicozzo. Anzi, sì: in un’era in cui tutto ambisce a essere consolatorio oltre i limiti dell’an/ estetico, l’arte deve assumersi la responsabilità di svegliarci. Però c’è sempre quel rischio insinuante della propaganda… Lo chiedo a loro: l’arte è un fatto di responsabilità? E se sì, come si concilia la libertà che le si deve con la responsabilità che le si chiede? «Ci vuole molta più responsabilità nel non fare arte. Se la principale responsabilità di un essere umano è restare vivo e “sano”, ci chiediamo come si possa condurre una vita senza cercare di aggiustare questo gioco talmente rotto da essere diventato irriconoscibile. Noi ci sentiamo fortunatissimi a vivere di arte, ma bisogna volerlo, e non è facile. Non è facile perché non si può vivere nell’arte ogni secondo della propria esistenza. Bisogna fare tutte le cose che vanno fatte, ed essere tristi, anzi, avviliti, anzi, falliti, facendole. �uando poi bisogna mettere in moto la macchina creativa, l’unica responsabilità è con se stessi. Nessuno può dire a un artista che sta barando, ma si può barare benissimo. È necessario riflettere un attimo sull’idea che un artista debba avere per forza uno spirito civile o politico che muova tutta la baracca: ci importa davvero? È così importante come crediamo? Per esempio, prendendo come riferimento il cinema, è davvero essenziale che venga fatto cinema politico, o è sufficiente riconoscere che il cinema, per il solo fatto di essere visto, discusso, rigettato o sposato, generi politica, a prescindere dal volere dell’autore? Depotenziare lo spirito politico da un’opera di fantasia, se ben congegnata meglio, se ben realizzata ancora meglio, somiglia a un paradosso, perché vorrebbe dire che noi, gli spettatori, o non ci siamo, o non contiamo. Vista da un’altra angolazione: non siamo stipendiati dalla politica, ma i nostri atti, i nostri pensieri e le nostre considerazioni sono politici. Sicché, l’unica responsabilità che sentiamo è quella di dare il massimo del nostro potenziale: quello che abbiamo imparato, quello che abbiamo sempre saputo e quello che non sapremo mai. Al resto ci penserà il pubblico, con una postilla determinante ma impossibile da sovvertire: il cinema deve essere fruito da spettatori, non da aspettatori. Chi si aspetta e basta, chi aspetta e basta, riceverà da noi pasti miseri e sconditi. Ricevere passivamente immagini e suoni è ciò che ci capita nella dittatura della normalità. E dovremmo lottare con tutte le nostre forze affinché il cinema sia deputato a ben altro. Che poi vi si entri o no. Ogni altra risposta più specificatamente diretta al nostro lavoro otterrebbe risposte ovvie; semplicemente, cerchiamo di fare ogni volta il film più importante possibile. Un film deve cambiare la vita. Almeno di chi lo fa. La responsabilità sta nel sapere di averne una». Salvo dove diversamente specificato, tutte le fotografie a corredo di questa conversazione sono opere dei Fratelli D’Innocenzo. Le fotografie dal set di Dostoevskij sono inediti donati dai Fratelli D’Innocenzo a Ossigeno #14.
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