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2 OSSIGENO responsabilità
La Responsabilità è un discorso intimo, un viaggio interiore fatto di scelte che trova meta e risultato dentro e al di fuori della propria anima e nell’interazione con ciò che è altro da noi. Alla domanda su cosa sia la Responsabilità, abbiamo voluto rispondere consegnando al lettore spunti di indagine che possano accompagnarlo alla sua risposta; percorsi filosofici, economici ed artistici in grado di affiancarlo in questa esplorazione, affinché possa capire il suo percorso e l’espressione del suo senso di responsabilità. Abbiamo enormemente bisogno di prese di posizione inedite, di strategie evolute rispetto al passato e il senso di responsabilità è dote di chi si prende l’onere di cambiare rotta. Ossigeno 14 rappresenta il guado di un trittico di uscite dedicato a Rispetto, Responsabilità e Condivisione, termini fondamentali per definire il domani che questa pubblicazione, manifesto di Euro Company, vuole tratteggiare, portando i migliori esempi che possano fare da guida per ridisegnare il futuro che ora ci attende. Tra ironia, profondità, leggerezza e qualche schiaffo, questo è il percorso che abbiamo voluto intraprendere dentro di noi per riemergere con una potente idea di Responsabilità. Responsibility is an intimate discourse, an inner journey made up of choices, whose destination and outcome are found both within and beyond the soul, in interaction with what is other than ourselves. In response to the question of what Responsibility is, we sought to provide our readers with avenues for investigation that may guide them toward their own answer; philosophical, economic, and artistic paths that can accompany them on this exploration, in order to fully embrace their journey and the expression of their sense of responsibility. We are in dire need of fresh stances, of evolved strategies able to surpass the past, and the sense of responsibility is a trait of those who bear the burden of changing their course. Ossigeno 14 represents the pivotal point of a triptych of publications dedicated to Respect, Responsibility, and Sharing – fundamental terms for shaping the future that this publication, the manifesto of Euro Company, seeks to redesign. It presents the finest examples that can serve as guides for reimagining the future that now awaits us. Amidst irony, depth, lightness, and a few enlightening slaps, this is the journey we have embarked upon within ourselves, in order to emerge anew with a powerful vision of Responsibility. Mario Zani
Il Principio Responsabilità (da Caino a Batman) _ di Raffaele Alberto Ventura «Non è colpa mia». «Mi hanno frainteso». «Sono vittima delle circostanze». Nuovi mantra di un’era, la nostra, in cui il trono è vuoto, lo sa bene il rag. Fantozzi. In un excursus sul Principio Responsabilità e sulla sua sparizione, da Netflix a Jonas, Raffaele Alberto Ventura traccia la rotta per la ripresa: riprendercela, sempre. Guida pratica per antenati. Conversazione con Roman Krznaric _ di Federico Tosi, Sandro Di Domenico Nel Museo dell’Empatia si cammina letteralmente nelle scarpe altrui, ma metaforicamente si entra nel futuro: quello dei nostri discendenti. Roman Krznaric ci invita a pensarci come buoni antenati, coltivando uno sguardo alternativo e il nostro cervello-ghianda. Da carpe diem a carpite diem: cogliere il momento, sì, ma insieme. Valore (e plusvalore) del senso di responsabilità in economia _ di Luciano Canova Tra Borges e la metropolitana di Londra, tra design comportamentale e metriche alternative (BES, HDI, ESG): la responsabilità economica si fa bussola nell’incertezza. Luciano Canova traccia un’economia del significato, dove il PIL non basta e il pensiero critico diventa motore del cambiamento. Cura il tuo giardino, diceva Voltaire: oggi è un atto di responsabilità. Il corpo e il riparo: arte contemporanea e responsabilità. Conversazione coi Fratelli D’Innocenzo _ di Fabiola Triolo La responsabilità è il fuoco dell’arte, l’arte sembra averlo dimenticato. Ma i Fratelli D’Innocenzo attraversano le fiamme, tra poesia che lacera e fotografie disturbanti nella loro bellezza. Tra i nomi più acclamati e necessari della cinematografia contemporanea internazionale, la loro arte è commozione cerebrale, e nel tempo del confortevole e del cringe, ci ricordano che il rischio più colpevole è non rischiare. The White Dragon and the Guardian of the Sea _ graphic novel di Sato Kina Con tratti leggeri e silenzi pieni, Sato Kina racconta per O14 un’antica presenza che ci guarda dall’acqua. Il Dragone Bianco è memoria: del mare che ci ha generati, del futuro che abbiamo la responsabilità di proteggere. Una graphic novel come una carezza esortativa, un sogno lucido sulla necessità di restare umani, insieme. Perché ogni onda che arriva ci riguarda. E ogni bellezza, lasciata sola, può svanire. Aforismario (Munari in Bauhaus) _ di Mustafa Sabbagh Tipografia come architettura, rosso corallo come incisione: qui l’aforisma diventa progetto, provocazione, slogan. Tra il Maggiore Briggs di Twin Peaks e Roosevelt, tra Olivetti e il costruttivismo russo, Sabbagh orchestra un Balletto Triadico di verità talmente scontate da lasciarti un dubbio. Perché anche il dubbio, se tagliente agli occhi, è una forma di responsabilità. Seduzione e rivoluzione della gastronomia botanica. Conversazione con Emile van der Staak _ di Stefano Santangelo La Food Forest Ketelbroek è il cuore pulsante di una nuova ecologia del pensiero. Emile van der Staak la attraversa con la radicalità della gastronomia botanica: meno animali, più piante, più futuro, responsabilità e immaginazione radicali. Dal mogano cinese al ritmo della foresta, ogni piatto è un atto politico. E sedurre, qui, significa trasformare. Outside the box. Conversazione con Guy Watson _ di Sandro Di Domenico È l’agricoltore biologico che ha rivoluzionato le consegne (e l’intero sistema agricolo) in UK: Guy Watson ha creato Riverford sfidando mercato, profitto e convenzioni. Il vero lusso è sapere dove mettere radici: oggi l’azienda è 100% di proprietà dei suoi lavoratori. Un atto politico, prima che imprenditoriale. Perché la responsabilità, quando è scelta e non riflesso, si condivide. 08 24 44 58 96 128 108 144 The Imperative of Responsibility (from Cain to Batman) _ by Raffaele Alberto Ventura «It’s not my fault». «They misconstrued me». «I’m a victim of circumstance». New mantras of an age, ours, in which the throne stands empty, as our tragic everyman Fantozzi knows all too well. In an excursus on the Imperative of Responsibility and its disappearance – from Netflix to Jonas – Raffaele Alberto Ventura maps out a way forward: to reclaim it. Always. A practical guide for ancestors. A conversation with Roman Krznaric _ by Federico Tosi, Sandro Di Domenico At the Museum of Empathy you literally walk in someone else’s shoes, but metaphorically, you step into the future: the one we’ll leave to our descendants. Roman Krznaric invites us to become good ancestors, cultivating an alternative view and nurturing our acorn-brain. From carpe diem to carpite diem: let’s seize the moment, and let’s do it together. The value (and surplus value) of the sense of responsibility in economics _ by Luciano Canova From Borges to the London Underground, from behavioural design to alternative metrics (BES, HDI, ESG): economic responsibility becomes a compass in uncertain times. Luciano Canova sketches out an economy of meaning, where GDP falls short and critical thinking drives change. Tend your own garden, Voltaire said. Today, it’s an act of responsibility. The body and the shelter: contemporary art and responsibility. A conversation with the D’Innocenzo Brothers _ by Fabiola Triolo Responsibility is the fire of art. And art seems to have forgotten it. But the D’Innocenzo Brothers walk through the flames, between lacerating poetry and images disturbingly beautiful. Among the most acclaimed and essential voices in contemporary international cinema, their work is cerebral concussion. In the age of comfort and cringe, they remind us: the most guilty risk is not risking at all. The White Dragon and the Guardian of the Sea _ graphic novel by Sato Kina With delicate lines and eloquent silences, Sato Kina for O14 tells of an ancient presence watching us from the water. The White Dragon is memory: of the sea that birthed us, and of the future we are responsible for protecting. A graphic novel like a gentle command, a lucid dream about the need to stay human – together. Every wave that reaches the shore concerns us. And every beauty, left alone, can vanish. Aphorismarium (Munari in Bauhaus) _ by Mustafa Sabbagh Typography as architecture, coral red as incision: here, the aphorism becomes project, provocation, slogan. Between Major Briggs from Twin Peaks and Roosevelt, Olivetti and Russian constructivism, Sabbagh choreographs a Triadic Ballet of truths so obvious as to leave you in doubt. Because even doubt, when sharp to the eye, stands as a form of responsibility. Seduction and revolution of botanical gastronomy. A conversation with Emile van der Staak _ by Stefano Santangelo The Food Forest Ketelbroek is the beating heart of a new ecology of thought. Emile van der Staak moves through it with the radical vision of botanical gastronomy: fewer animals, more plants, more future, radical responsibility and imagination. From Chinese mahogany to the inner rhythm of the forest, every creation is a political act. And here, to seduce means to transform. Outside the box. A conversation with Guy Watson _ by Sandro Di Domenico He’s the organic farmer who revolutionised delivery (and the entire agricultural system) in the UK: Guy Watson created Riverford by challenging markets, profits, and conventions. True luxury is knowing where to put down roots: today the company is 100% employee-owned. A political act, before a business one. Because responsibility, when it’s a choice and not a reflex, is something you share. 16 34 52 76 96 108 136 152 backdrops in O14: Lara Viani, Habitat, 2018
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10 11 Il Principio Responsabilità (da Caino a Batman) Raffaele Alberto Ventura «Non è colpa mia». «Ero confuso». «Mi hanno costretto». «Mi hanno frainteso». «Sono vittima delle circostanze». �uante volte abbiamo cercato una scusa, pur di non prenderci la responsabilità per aver fatto un errore o deluso una persona? Responsabilità significa: essere consapevoli delle proprie azioni e delle loro conseguenze, ma anche assumersi il dovere di risponderne, senza cercare scuse o scaricare colpe su altri. Soprattutto non sugli stagisti, come fanno i cattivi capi. Il primo a fare il furbo era stato Caino, nell’Antico Testamento. Interrogato da Dio dopo l’omicidio di Abele, dapprima tenta di cambiare discorso: «Sono forse io il custode di mio fratello?». In una bellissima poesia di Victor Hugo, Caino fugge nel deserto nel tentativo di eludere la propria coscienza colpevole. Costruisce mura, si nasconde nei luoghi più remoti. Alla fine si rifugia in una caverna profonda, convinto di essere finalmente al sicuro; ma anche lì, nell’oscurità più totale, l’occhio di Dio continua a fissarlo. La crisi della responsabilità Il poeta vuole dirci che non si scampa alla responsabilità. Caino sapeva benissimo che scagliando quella pietra sulla testa del fratello ne avrebbe provocato la morte. Ma è ancora così oggi? In fondo è difficile sentirsi pienamente responsabili in un mondo interamente deterministico, dove tutto ha una causa precisa sul piano fisico, sociale e psicologico. Lo sapevano bene i ragazzi di West Side Story, che al poliziotto che li vuole arrestare spiegano cantando: «È colpa della nostra educazione, siamo figli di tossiche e ubriaconi, per forza siamo teppisti!¹». Processato da un tribunale contemporaneo, anche Caino potrebbe godere di qualche circostanza attenuante: stato emotivo, seminfermità mentale, pressione esterna o condizionamenti culturali… Possiamo immaginare l’arringa della difesa: «Essendo il primo figlio della storia dell’umanità, l’imputato ha vissuto in un ambiente familiare difficile, con una competizione fraterna esasperata e una figura paterna distante, Adamo, il che potrebbe costituire una spiegazione psicologica della sua azione». Al determinismo si aggiunge poi la complessità. Ogni cosa ha cause e conseguenze, ma noi – al contrario di Caino con la sua pietra – non le conosciamo necessariamente. Talvolta tra la causa e la conseguenza ci sono degli inconoscibili meccanismi di amplificazione, potenziati dalle nuove tecnologie. Chi è responsabile del suicidio di Tiziana Cantone, il cui video di revenge porn è stato visualizzato da milioni di persone? Chi è responsabile del suicidio di Giovanna Pedretti, la ristoratrice accusata – come fosse un crimine gravissimo – di avere falsificato una recensione su Tripadvisor? Tutti e nessuno, come nella serie Netflix TH1RTEEN R3ASONS WHY, che indaga sulla stratificazione delle responsabilità che possono spingere qualcuno a darsi la morte: i sociologi parlano di effetto composto o effetto perverso di una grande quantità di singole azioni. La modernità è appunto un dissolvente della responsabilità. Di chi è la colpa se l’economia è in declino? Di chi è la colpa per l’inquinamento e per la criminalità? E soprattutto, di chi è la colpa se il pianeta muore consumato dai nostri consumi? A sentire i rappresentanti politici, loro non c’entrano mai niente. La colpa è dei governi precedenti, dell’opposizione, della congiuntura, dei complotti… Nessuno è disposto a prendersi la responsabilità. Certo, la democrazia moderna si fonda sul principio secondo cui chi detiene il potere dovrebbe essere in grado di rispondere delle proprie azioni di fronte ai cittadini – gli anglosassoni parlano di accountability. E tuttavia, nella pratica, la possibilità di valutare il loro loro operato si dissolve di fronte all’intreccio opaco di soggetti, enti, commissioni, uffici e subappaltatori di cui è fatto il moderno esercizio del potere. Difficile, in questo contesto, sperare che si riesca a fare qualcosa per salvare il pianeta dalla crisi climatica. Il filosofo Hans Jonas aveva spiegato fin dal 1979 che la chiave della soluzione al problema ecologico stava nel Principio Responsabilità: anche in questo caso, si tratta di riconoscere che la causalità è diffusa, e che le azioni minuscole di ciascuno hanno un impatto composto. ¹It's just our bringin' upke / That gets us out of hand. / Our mothers all are junkies, / Our fathers all are drunks. / Golly Moses, natcherly we're punks!
12 13 Il trono vuoto E nella vita quotidiana? «Mi faccia parlare con la responsabile». In caso di disservizio, quando la persona che abbiamo di fronte sembra incapace di prendere la decisione corretta, viene spontaneo tentare di risalire la catena gerarchica per interagire con qualcuno che abbia maggiore competenza e maggiore potere. Ma anche qui la responsabilità è una merce rara, sempre più rara. Lo sapeva bene Ugo Fantozzi. Per citare il suo creatore e interprete, Paolo Villaggio, il ragioniere «sa che vive in una società che non lo difenderà mai abbastanza, una società in cui avere paura, una società […] dove il padrone non ha nemmeno un’identità precisa, non è una persona fisica». In effetti, «Fantozzi vive in una dimensione piramidale e al vertice della piramide, forse, non c’è nessuno. Il Megadirettore Galattico esiste oppure no? Forse è pura invenzione». Tre decenni più tardi il regista danese Lars von Trier ha esplorato, in chiave satirica e grottesca, il tema della responsabilità nel film Il grande capo. La trama segue il proprietario di un’azienda informatica danese che finge di essere solo un dipendente, inventandosi la figura di un superiore invisibile a cui attribuisce tutte le decisioni difficili. Abbiamo bisogno dei responsabili per risolvere i problemi, ma anche per catalizzare il malessere e la frustrazione. Immaginiamo un fiume inquinato dagli scarichi industriali. Gli effetti sulla salute della popolazione circostante sono devastanti: contaminazione dell’acqua potabile, aumento di malattie dermatologiche, bioaccumulo di sostanze tossiche nella catena alimentare, incidenza sul tasso di tumori. Chi è il colpevole? Il CEO, gli azionisti, l’ingegnere che ha progettato l’impianto, l’operaio che ha premuto il pulsante, il legislatore che ha chiuso un occhio sulle norme ambientali? Chi pagherà per le vittime? Non si tratta solo di risarcimento economico, ma anche di soddisfare una domanda di giustizia. Ora immaginiamo un aeroporto. Un volo è stato cancellato. I passeggeri, esasperati, cercano qualcuno che prenda in mano la situazione: l’impiegato al check-in dice che è colpa della compagnia, la compagnia dice che è colpa dell’aeroporto, l’aeroporto dice che è colpa dell’ente del traffico aereo. La sensazione è quella di parlare con un muro. Peggio, di stare dentro un aereo senza pilota. Perché è così che funzionano le organizzazioni complesse: distribuiscono la responsabilità in maniera così diffusa che alla fine nessuno sembra davvero responsabile. L’aereo senza pilota è la metafora perfetta di un mondo fuori sesto: mentre i complottisti coltivano l’immaginario – in fondo rassicurante – di un grande vecchio che tutto controlla, tutti gli altri rabbrividiscono all’idea che nessuno controlli nulla. E se il trono del potere fosse vuoto? L’antropologia insegna che le società tradizionali funzionano attraverso strutture di potere molto semplici e dirette, mentre la modernità ha creato un’architettura di governance fatta di istituzioni, procedure e deleghe. Ogni decisione è frammentata tra più livelli, ognuno con il suo pezzetto di responsabilità. Le nostre democrazie funzionano un po’ come l’aeroporto di cui sopra, per scaricabarile: esistono dei rappresentanti eletti, ma il grosso del potere è distribuito all’interno della macchina amministrativa e dipende dalle contrazioni del mercato globale. Non esiste nessun capotribù, nessun signore feudale, nessun monarca assoluto in grado di sbloccare una situazione a fronte di un tribunale amministrativo, di un’alta corte o di un attacco speculativo sul debito sovrano. La gabbia d’acciaio Un secolo fa, il sociologo Max Weber parlava di gabbia d’acciaio della razionalizzazione burocratica: tutto è organizzato, regolamentato, suddiviso in competenze, ma questo sistema, proprio mentre garantisce efficienza e prevedibilità, genera anche un effetto collaterale inquietante. La responsabilità si sbriciola. Nessuno ha il potere di cambiare le cose da solo, e quindi nessuno sembra rispondere davvero delle conseguenze. La frustrazione sale. «Mi faccia parlare con la responsabile» urliamo in aeroporto, alla cassa del supermercato, in banca, e soprattutto nelle urne quando andiamo a votare. La speranza è di trovare qualcuno in grado di prendersi la responsabilità quando tutto va a rotoli. Volare su un aereo senza pilota, in effetti, non è un’esperienza rassicurante, anche se qualcuno dirà che è comunque meglio affidarsi al pilota automatico che a un pilota matto, depresso o ubriaco. Nel Novecento, la domanda di “uomini forti” – capaci di prendersi le responsabilità – ha portato al potere dei tiranni come Benito Mussolini e Adolf Hitler, che promettevano di prendere in mano lo Stato, la società e l’economia. Il primo risultato fu la persecuzione degli oppositori politici, di cui appunto il Duce si prese la «responsabilità politica, morale e storica», per citare il suo famoso discorso del 3 gennaio 1925 sull’omicidio di Giacomo Matteotti. In tempi più recenti, il successo di leader carismatici che si presentano anch’essi come uomini forti è una reazione alla diffusa sensazione che nessuno sia più responsabile di nulla. La nostalgia per modelli di governo più verticali risponde alla percezione che la democrazia contemporanea sia un eterno scaricabarile. Ma il sistema totalitario non avrebbe potuto funzionare se accanto a un pugno di responsabili non ci fossero stati migliaia di irresponsabili: il più noto è Adolf Eichmann, il burocrate nazista che Hannah Arendt ha descritto come il simbolo della banalità del male. Secondo la sua difesa al processo di Gerusalemme, Eichmann non era un mostro sadico, bensì un funzionario che applicava procedure, timbrava carte, firmava ordini. Non si sentiva responsabile dello sterminio degli ebrei perché lui eseguiva solo il suo “dovere”: far arrivare i treni della morte in orario. �uesto è il lato più oscuro delle società complesse: possono creare sistemi in cui tutti sono solo ingranaggi e nessuno si sente moralmente chiamato in causa. Lewis Mumford li chiamava gli Eichmann e li vedeva all’opera ovunque, anche nelle società democratiche. Ma ricordiamoci che i crimini di Eichmann non sono un disservizio della rete ferroviaria tedesca: se qualche “utente” particolarmente infuriato avesse osato chiedergli di parlare con il responsabile, il solerte funzionario avrebbe dovuto fare nomi e cognomi dei gerarchi del partito nazionalsocialista, a partire da Hitler. Contro la deresponsabilizzazione Cosa succede quando ci si scontra con il muro di gomma dell’irresponsabilità? Nel romanzo Michael Kohlhaas, lo scrittore romantico Heinrich von Kleist racconta la storia di un commerciante di cavalli che subisce gli effetti dell’ingiustizia sistemica del regime feudale e scatena una rivolta contro l’ordine costituito. Il suo viaggio lo porta a confrontarsi con livelli sempre più alti del potere: dapprima i tribunali della regione asserviti al dominio aristocratico, poi il governatore ugualmente corrotto, fino al principe elettore di Sassonia e all'imperatore del Sacro Romano Impero. Kohlhaas semina distruzione in tutto il paese: questo è quel che succede quando la responsabilità si eclissa.
14 15 La deresponsabilizzazione sistemica – ovvero lo scaricabarile generalizzato – rende il sistema poco reattivo, paralizza l’innovazione e incentiva riflessi di eccessiva precauzione. Ma la crisi della responsabilità non pone soltanto un problema funzionale, ovvero di inefficienza. Il problema profondo di una società in cui nessuno è più responsabile di nulla è che viene a mancare ogni possibilità di giustizia – e più profondamente di senso. Forse siamo davvero tutti determinati, a livello subatomico, nei nostri comportamenti, e a nulla serve cercare di contrastare le nostre inclinazioni spontanee, le forze della natura e le leggi del mercato. Ma in questo caso, privati di ogni libero arbitrio, l’unico ruolo che ci resta è quello di piccoli ingranaggi di una grande macchina diretta verso una direzione sconosciuta. Tanti piccoli Eichmann. Forse dietro ogni capo c’è un altro capo e in alto della piramide non c’è nessun grande capo, come sospettava Fantozzi: nessuno ascolterà i nostri reclami, nessuno risolverà i nostri problemi. Ma se non c’è la funzione, difficilmente potremo rinunciare alla finzione. Ed è per questo che talvolta bisogna prendersi la responsabilità, anche quando non si è responsabile. Non è colpa mia, Ero confuso, Mi hanno costretto, Mi hanno frainteso, Sono vittima delle circostanze: spesso è davvero così. E di sicuro non c’è un singolo colpevole se c’è la crisi, l’inquinamento e la criminalità. Spesso sbagliamo in buona fede, o perché siamo ingannati. Eppure, nelle relazioni personali come nella politica, talvolta l’unica cosa di cui c’è bisogno – un po’ come Batman alla fine di The Dark Knight di Christopher Nolan – è qualcuno che si prenda quella benedetta responsabilità. Se vogliamo risolvere le innumerevoli crisi che toccano la vita umana sul pianeta Terra, a partire dalla crisi climatica, dobbiamo prendere sul serio il Principio Responsabilità. Come sosteneva Hans Jonas, non possiamo più permetterci di dire «Non è colpa mia» quando consumiamo risorse, inquiniamo o sosteniamo sistemi insostenibili, perché il nostro agire ha ripercussioni sistemiche incontrollabili e durature. Si tratta, dunque, di prendersi carico della responsabilità anche quando le colpe non sono chiaramente attribuibili. In un mondo in cui il potere è diffuso e anonimo, in cui spesso nessuno è direttamente responsabile ma tutti siamo coinvolti, il vero atto di coraggio non è trovare un colpevole, ma diventare consapevoli del nostro ruolo e agire comunque, per il bene di chi verrà dopo di noi. Saremo davvero responsabili solo quando potremo dire: «Ho fatto tutto perché non accada».
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18 19 The Imperative of Responsibility (from Cain to Batman) Raffaele Alberto Ventura «It is not my fault». «I was confused». «They coerced me». «They misconstrued me». «I am a victim of circumstance». How often have we sought refuge in an excuse to evade the burden of responsibility for having erred or disappointed another? Responsibility means: being aware of one’s own actions and their repercussions, while also assuming the duty to be held accountable, without resorting to exculpatory subterfuge or displacing blame onto others. Especially not onto interns, as is the wont of inept leaders. Cain was the inaugural practitioner of such cunning, as recounted in the Old Testament. When interrogated by God following the murder of Abel, he initially attempts to divert the topic: «Am I my brother’s keeper?». In a majestic poem by Victor Hugo, Cain flees into the desert, in an endeavour to elude his guilt-laden conscience. He erects walls to try to ensconce himself in the remotest locales. Ultimately, he seeks refuge into the depths of a cavern, convinced that he has at last secured safety; yet even there, in the utterest darkness, the gaze of the Divine remains unrelenting. The crisis of responsibility The poet’s message is clear: responsibility is inescapable. Cain was acutely aware that by hurling that stone at his brother’s head, he would bring about his death. But is it still so today? After all, it is exceedingly difficult to feel fully responsible in a world governed by deterministic forces, where everything is anchored in physical, social, and psychological causality. The youths of West Side Story understood this well: confronted by a policeman intent on arresting them, they proclaim in song, «It's just our bringin' upke / That gets us out of hand. / Our mothers all are junkies, / Our fathers all are drunks. / Golly Moses, natcherly we're punks!». Were Cain to stand trial in a contemporary court of law, he too might benefit from certain mitigating circumstances: emotional turmoil, diminished mental capacity, external coercion, or cultural conditioning… One can envision the defence’s argument: «As the firstborn in the history of humankind, the defendant endured a turbulent family environment, characterised by heightened sibling rivalry and a distant paternal figure, Adam – factors that may offer a psychological rationale for his actions». To determinism must then be added complexity. Every occurrence has its causes and consequences, yet we – unlike Cain with his stone – are not necessarily fully aware of them. At times, between cause and effect, intricate and imperceptible mechanisms intervene, amplified by modern technologies. Who bears responsibility for the tragic suicide of Tiziana Cantone, whose revenge porn video was viewed by millions? Who is culpable for the suicide of Giovanna Pedretti, the restaurateur vilified – as if guilty of an unforgivable crime – for falsifying a review on Tripadvisor? Everyone and no one, much like in the Netflix series TH1RTEEN R3ASONS WHY, which scrutinises the diffuse layers of responsibility that may drive someone to take their own life: sociologists speak of compounded or perverse effect resulting from a multitude of individual actions. Modernity is, in fact, a solvent of responsibility. Who is to blame for the economic downturn? Who bears responsibility for pollution and criminality? And above all, who is responsible if the planet dies, consumed by our relentless consumption? According to political representatives, never themselves. The blame always lies elsewhere: with prior administrations, the opposition, economic cycles, conspiracies… No one is willing to shoulder the burden of responsibility. To be sure, modern democracy is predicated on the principle that those who wield power should be answerable to the citizenry – what the Anglo-Saxons term accountability. Yet, in practice, the ability to evaluate governance vanishes amidst the opaque entanglement of individuals, institutions, committees, agencies, and subcontractors in which modern power is exercised. In such a scenario, it becomes difficult to hope that any effective action might be taken to rescue the planet from environmental catastrophe. The philosopher Hans Jonas had already observed, in 1979, that the key to addressing the ecological crisis lay in the Imperative of Responsibility: once again, it is a matter of recognising that causality is diffused, and that even the most minute individual actions do form a compounded impact.
20 21 The empty throne And in everyday life? «Let me speak to the person responsible». When faced with inefficiency, when the individual before us seems unable to make the right decision, our instinct is to climb the hierarchical ladder in search of someone with greater competence and authority. Yet even here, responsibility is an increasingly rare currency, ever more elusive. Ugo Fantozzi knew this all too well. In the words of his creator and interpreter, Paolo Villaggio, the hapless accountant «knows he lives in a society that will never protect him adequately, a society in which fear is a permanent condition, a society […] where the master has no distinct identity, is not even a physical presence». Indeed, «Fantozzi lives in a pyramidal structure, and at its apex, there may well be nothing at all. Does the Mega Galactic Director even exist? Perhaps he is pure invention». Three decades later, Danish director Lars von Trier explored the theme of responsibility in satirical and grotesque fashion with his film The Boss of It All. The plot follows the owner of a Danish tech company who feigns being a mere employee, fabricating the existence of an invisible superior onto whom he shifts the burden of every difficult decision. We look to those in charge not only to solve problems, but also to serve as conduits for discontent and frustration. Imagine a river poisoned by industrial waste. The repercussions for the local population’s health are dire: contaminated drinking water, a surge in dermatological illnesses, bioaccumulation of toxic substances in the food chain, an increase in cancer rates. Who bears responsibility? The CEO, the shareholders, the engineer who designed the system, the worker who pressed the button, the legislator who turned a blind eye to environmental regulations? Who will pay for the victims? Beyond financial compensation, what is at stake here is the very demand for justice. Now, let’s envision an airport. A flight has been cancelled. The exasperated passengers seek an authoritative figure to take charge: the check-in clerk blames the airline, the airline blames the airport, the airport blames air traffic control. It is like speaking to a void. Worse, like being trapped aboard a pilotless aircraft. For this is how complex organisations operate: responsibility is so widely dispersed that, in the end, no one seems truly accountable. The pilotless plane serves as a fitting metaphor for a world gone awry: while conspiracy theorists indulge in the oddly reassuring fantasy of an omnipotent manipulator pulling the strings, the rest of us shiver at the thought that no one is truly at the helm. What if the throne of power were empty? Anthropology teaches us that traditional societies rely on simple and direct power structures, whereas modernity has constructed a governance architecture composed of institutions, procedures, and delegations. Every decision is fragmented across multiple levels, each holding its fragment of responsibility. Our democracies operate much like the aforementioned airport, perpetuating an endless buck-passing: elected representatives may exist, but the bulk of power is dispersed within the administrative machinery and is dictated by the fluctuations of global markets. There is no tribal chief, no feudal lord, no absolute monarch capable of unlocking a situation against an administrative tribunal, a high court, or a speculative assault on sovereign debt. The iron cage A century ago, sociologist Max Weber spoke of the iron cage of bureaucratic rationalisation: everything is structured, regulated, compartmentalised, ensuring efficiency and predictability, yet simultaneously generating an unsettling side effect. Responsibility crumbles. No one possesses the authority to single-handedly effect change, and consequently, no one appears truly accountable for the consequences. Frustration mounts. «Let me speak to the person responsible», we yell in airports, at supermarket checkouts, in banks, and above all, at the polls when we vote. The hope is to find someone willing to assume responsibility when everything falls apart. Flying on a pilotless plane is, understandably, not a reassuring experience, though some may argue that entrusting ourselves to an autopilot is preferable to the whims of a reckless, depressed, or drunk pilot. In the twentieth century, the demand for “strongmen” – those capable of assuming responsibility – led to the rise of tyrants such as Benito Mussolini and Adolf Hitler, who pledged to take control of the state, society, and economy. The immediate consequence was the persecution of political opponents, an act for which Mussolini infamously declared his «political, moral, and historical responsibility» as quoted from his just as infamous speech of 3 January 1925 regarding the assassination of Giacomo Matteotti. More recently, the appeal of charismatic leaders presenting themselves as strongmen is a reaction to the widespread feeling that no one is responsible for anything anymore. The nostalgia for more vertical models of governance stems from the perception that contemporary democracy is nothing more than an excruciating buck-passing. Yet totalitarian systems could not have worked without a legion of irresponsibles serving alongside a handful of those in charge: the most infamous being Adolf Eichmann, the Nazi bureaucrat whom Hannah Arendt immortalised as the epitome of the banality of evil. According to his defence at the Jerusalem trial, Eichmann was not a sadistic monster, but rather a functionary merely following procedures, stamping papers, signing orders. He did not perceive himself as responsible for the Holocaust because he was just fulfilling his “duty”: ensuring that the death trains ran on time. This is the darkest facet of complex societies: they can foster systems in which everyone is a mere cog in the machine, and no one feels morally accountable. Lewis Mumford referred to these individuals as Eichmanns, and he was used to seeing them at work everywhere, even in democratic societies. But let’s remember that Eichmann’s crimes were not a mere malfunction of Germany’s railway network. Had some particularly enraged “user” demanded to speak to the person responsible, the diligent functionary would have had to name names of all the hierarchs of the National Socialist Party, beginning with Hitler himself.
22 23 Against the disengagement of responsibility What happens when one confronts the rubber wall of irresponsibility? In the novel Michael Kohlhaas, the Romantic writer Heinrich von Kleist tells the story of a horse merchant who suffers the effects of systemic injustice under the feudal regime and sparks a revolt against the established order. His journey leads him to confront everhigher levels of power: first, the region's courts subservient to aristocratic rule, then the equally corrupt governor, all up to the Elector of Saxony and the Emperor of the Holy Roman Empire. Kohlhaas wreaks destruction in his wake: this is what happens when responsibility fades away. Systemic deresponsibilisation – that is, widespread buck-passing – makes the system unresponsive, paralyses innovation, and fosters corresponding over-caution. But the crisis of responsibility isn’t merely a functional issue of inefficiency. The deeper issue in a society where no one is responsible for anything is that any possibility of justice – and more profoundly, of meaning – is lost. Perhaps we are all indeed determined, at a subatomic level, in our behaviours, and it is pointless to attempt to counter our spontaneous inclinations, the forces of nature, or the laws of the market. But in this case, deprived of free will, the only role left for us is to be small cogs in a vast machine heading towards an unknown direction. Many little Eichmanns. Perhaps behind every leader, there is another leader, and at the top of the pyramid, there is no great leader, as Fantozzi suspected: no one will listen to our complaints, no one will solve our problems. But if the function is absent, we will hardly be able to renounce the fiction. And this is why, sometimes, we must take responsibility, even when we are not responsible. It is not my fault, I was confused, They coerced me, They misconstrued me, I am a victim of circumstances: often, this is indeed the case. And surely there’s no single culprit when facing crises, pollution, or criminality. Often we err in good faith, or because we’ve been deceived. Yet, in personal relationships as in politics, sometimes the only thing needed – much like Batman at the end of The Dark Knight by Christopher Nolan – is someone who to take on that bejewelled responsibility. If we are willing to solve the countless crises affecting human life on planet Earth, starting with the climate one, we must take the Imperative of Responsibility seriously. As Hans Jonas argued, we can no longer afford to say «It is not my fault» when we do consume resources, pollute, or sustain unsustainable systems, because our actions have uncontrollable and long-lasting systemic repercussions. It’s about taking on responsibility, even when it cannot be clearly assigned. In a world where power is diffuse and anonymous, where often no one is directly responsible but everyone is involved, the true act of courage is not finding a culprit, but becoming aware of our role and acting nonetheless, for the sake of those who will come after us. We will be truly responsible, only when we can say: «I did everything I could to prevent this from happening».
26 27 Guida pratica per antenati. Tra storia e futuro della Responsabilità, come portare il pensiero lontano dall'oggi: conversazione con Roman Krznaric Federico Tosi, Sandro Di Domenico «È proprio questo il fulcro della questione sulla Responsabilità: c’è un’enorme nazione di futuri cittadini a cui la maggior parte di noi non sta pensando. E questa è una tragica ingiustizia». Roman Krznaric, filosofo sociale, serve osservazioni che colpiscono come sentenze e il suo discorso vuole essere una di quelle carezze che viene data per trasmettere fiducia e rimettere in moto. A guardarsi intorno motivi di ottimismo ne vede pochi, ma il problema è proprio questo: i dintorni non bastano più per capire il presente. Occorre andare oltre, guardarsi da fuori e in una prospettiva temporale, sia verso il passato, sia verso il futuro. In questo oltre, Roman Krznaric accompagna con esempi inediti o storicamente trascurati, in un assetto di pensiero che si può riassumere in questa domanda: come faccio a essere un buon antenato? Dicevamo di esempi utili. L’intervista comincia con la presentazione di Ossigeno e del numero dedicato alla Responsabilità – parola individuata, insieme a Rispetto e Condivisione, quale valore da riscoprire nel significato e rimettere al centro del rapporto dell’uomo con il suo ambiente di vita, naturale e sociale. Krznaric dice di adorare l’idea di affrontare il futuro attraverso la lente della Responsabilità e ci invita ad aprire l’articolo informando il lettore che, mentre l’intervista è in corso, la Romagna, regione dell’Italia in cui nasce Ossigeno, è alle prese con l’ennesima alluvione degli ultimi due anni. Un esempio perfetto per spiegare in che situazione siamo. Per capire che, come dice Krznaric: «Abbiamo colonizzato il futuro. Lo utilizziamo come una discarica in cui gettiamo, rigettiamo e abbandoniamo degrado ecologico e minacce di natura tecnologica, come se dopo di noi non dovesse restare più nessuno. Ma, ovviamente, qualcuno resterà. Ci sono milioni, miliardi di persone che abiteranno il futuro, e la tragedia consiste nel fatto che queste generazioni successive alla nostra sono prive di voce in capitolo all’interno della nostra politica… Se intendiamo davvero decolonizzare il futuro, credo allora che occorra pensare a noi stessi come a dei buoni antenati. La domanda di conseguenza sarà: come possiamo essere buoni antenati? Ecco quale credo che sia la principale questione esistenziale da affrontare nel nostro tempo». Con Roman Krznaric la conversazione, priva di domande, è stata orientata a liberare quanti più spunti possibili. Nel riportarli, ciò che ci limitiamo a fare è dare risalto a sette concetti, elevandoli a capitoli, tutti legati a un’azione, a un atteggiamento che può caratterizzare il buon antenato e il suo senso di Responsabilità, tema che Krznaric apre con due domande. La prima: quali doni mi accingo a offrire?, perché «Se ci pensiamo bene, guardando indietro, tutti noi siamo eredi di doni del passato. Le città in cui viviamo, le scoperte in campo medico, le reti fognarie sotto i nostri piedi. E poi le strade su cui camminiamo, gli acquedotti romani, persino alcune strutture economiche». La seconda: «La Responsabilità riguarda il dovere. Cosa abbiamo il dovere di lasciare in dote? E di conseguenza, cosa abbiamo il dovere di lasciarci alle spalle? Possiamo lasciarci alle spalle il colonialismo. E possiamo lasciarci alle spalle l’ossessione per la crescita economica, che sta distruggendo il pianeta». Etnosfera Il primo importante punto fermo è nella dinamica culturale, che deve condividere le necessità di tutti e deve influenzare i comportamenti. �uesto è vero in generale, ma ancor più fondamentale verso i più giovani, destinatari privilegiati delle riflessioni di Krznaric. Saranno loro ad abitare il mondo e loro hanno quella verginità di pensiero indispensabile per dare corso ai cambiamenti. «La biosfera ci fornisce l’aria che respiriamo, l’etnosfera l’aria culturale che respiriamo. Idee, presupposti, visioni del mondo. Ciò che cerco di fare attraverso i miei libri è offrire spunti di riflessione in grado di influenzare il nostro modo di pensare per gli anni a venire. Non devono necessariamente essere legati al mio nome, ma l’idea di essere un buon antenato, per esempio, è una metafora o un concetto che penso possa aiutarci a modellare le nostre azioni future, al di là del mero clic del pulsante acquisto immediato, spronandoci piuttosto a domandarci davanti allo specchio: cosa posso fare, oggi, per essere un buon antenato? Ritengo che sia questa la nostra reale sfida esistenziale: fare in modo che questa prassi si trasformi in abitudine. Il lato positivo è che gli esseri umani sono bravi a darsi delle abitudini. Siamo capaci di abituarci a tutto, al meglio così come al peggio». Scuola «Il mondo in cui viviamo racchiude in sé bellezza e orrore, ma anche opportunità. A cominciare dall’opportunità di ridisegnare l’assetto delle nostre istituzioni. Proprio adesso riesco a sentire i miei figli rientrare da scuola. Frequentano una scuola locale, in fondo alla strada, dove tutto ruota intorno alla logica dell’individualismo e della competizione. È una buona scuola, ma il problema sono piuttosto le fondamenta della nostra cultura: tra i loro compiti, ad esempio, non rientra il riunirsi in gruppo per risolvere un problema. Non ci pensiamo neanche. Ma perché? La nostra educazione è impostata in modo tale da non poter riuscire a rispondere efficacemente ai problemi che la nostra specie sta di fatto attraversando. Io lo trovo assurdo».
28 29 Ottica alternativa Difficile chiedere cambiamento se il primo pensiero è legato al sacrificio, come quello di non poter prendere l’auto o di indirizzare i profitti di un’azienda sul riequilibrio del suo impatto ambientale. Partire così è dura, molto più stimolante andare a scoprire alternative a quelle che sono le nostre abitudini. «Credo che si tratti di un punto molto importante, e credo che le persone abbiano paura di parlare di sacrifici. Oggigiorno prevale piuttosto una sorta di ideologia winwin. Del tipo che dovremmo essere capaci, al contempo, di fare soldi e salvare il pianeta. Ma non è così che funziona! Magari sarebbe il caso di pensare un po’ meno al denaro, se vogliamo davvero salvare il pianeta. Naturalmente molte religioni – come, ad esempio, il cattolicesimo – sono caratterizzate da una lunga tradizione basata sull’idea del sacrificio. Ma concretamente ritengo che ci siano altri modi di concepire il sacrificio. Per esempio: quando città come Parigi o Amsterdam dichiarano: “Bene, entro il 2030 qui non sarà più permesso guidare auto a combustibili fossili”, le persone reagiscono del tipo: “Oh no, mi state portando via la libertà! Altro che sacrificio, questo è chiedere davvero troppo!”. Ciò che i governi dovrebbero fare, invece, è saper proporre migliori alternative. Allora occorrerebbe un: “D’accordo, magari non potrai circolare con la tua auto in città, ma miglioreremo il trasporto pubblico fornendoti tram o autobus gratuiti”, soluzioni di questo tipo». «Soprattutto in ambiti come i trasporti, possiamo ancora cambiare le cose. Ma dobbiamo necessariamente pensare a lungo termine, perché soltanto così ci renderemo conto che città incredibili in Italia, dove probabilmente non sarebbe del tutto sicuro neanche girare in bicicletta, saranno – e di fatto sono già – piene d’acqua. Basti pensare alle alluvioni che hanno colpito l’Italia negli ultimi due anni. In che mondo vogliamo vivere? E non sto pensando soltanto a generazioni future, distanti da noi di altre sette generazioni; io sto pensando proprio a noi, a quello che potrebbe accaderci l’anno prossimo». Empatia Studiare l’attività di Roman Krznaric ti porta dentro un museo dedicato a un tipo di intelligenza poco celebrata. Sì, perché l’empatia è una forma di intelligenza, meno blasonata di quella logica o spaziale, pur rappresentando una facoltà psichica e mentale indispensabile per chi, come l’essere umano, è animale che vive in gruppo, in comunità. Nel 2015 Roman Krznaric ha dato vita al progetto itinerante del Museo dell’Empatia, che «è stato concepito per permettere alle persone di mettersi nei panni degli altri [in inglese, ‘camminare nelle scarpe altrui’, NdR]. Una delle nostre mostre principali si chiama Un miglio nelle mie scarpe: si tratta di una gigantesca scatola di scarpe, di cui ci sono bellissime fotografie online, all’interno della quale puoi camminare come se ti trovassi dentro un’enorme scatola di scarpe, appunto. L’abbiamo pensato come fosse il primo negozio empatico di scarpe al mondo, ragion per cui alle persone viene assegnato un paio di scarpe appartenenti a un perfetto sconosciuto – un monaco buddista, un attivista ambientale, un rifugiato siriano… – e loro possono letteralmente camminare per un miglio nelle loro scarpe, mentre ascoltano una narrazione audio della loro vita, raccontata dalla viva voce dei diretti interessati. Semplice e potente. Abbiamo raccolto scarpe e storie in ogni angolo del mondo, ovunque siamo andati, ovunque continuiamo ad andare. In Italia abbiamo collaborato con un ente molto valido con sede a Milano, la Fondazione Empatia, portando anche lì la mostra. Ed è stato un grande successo. Attualmente, il Museo dell’Empatia si trova sia a Montreal che in Belgio, perché lo presentiamo in diversi luoghi. Non è che un percorso, ma volendo addentrarci in un cammino rieducativo profondo, gli alleati imprescindibili non possono che essere i bambini». «A proposito del Canada appena menzionato, mi viene in mente che lì c’è uno straordinario programma di apprendimento dell’empatia – Le radici dell’empatia, richiamando le radici di un albero – cui hanno partecipato più di un milione di bambini. Il programma prevede che un bimbo o una bimba venga portato in una classe composta da altri bambini, di età compresa tra i cinque e i dieci anni, e che tutti si siedano attorno. E ne comincino a parlare: “Perché sta piangendo?”; “Perché sta ridendo?”; “Perché sta guardando la sua mamma o il suo papà?”. Cercano anche loro di mettersi nei suoi panni. È una questione di empatia. Il bimbo torna spesso in classe, nel corso dell’anno scolastico, e questi incontri servono per parlare di cosa significhi essere un bambino, dal prenderle al parco giochi al vivere con la propria famiglia nelle strade di Calcutta. Ma si guarda anche al futuro. Di cosa avrà bisogno tra trenta anni? Come sarà la sua vita? Come possiamo sostenerlo, oggi, perché il suo futuro possa essere sereno? Si tratta, quindi, di una profonda educazione alla Responsabilità – in termini di spazio, ad esempio nei confronti di persone che vivono dall’altra parte del mondo, e in termini di tempo. Spazio e tempo. È un tema molto potente, e molto incisivo. Lo vedo come un modo per cercare di dare forma a un nuovo paesaggio morale, e di tanto in tanto ne vado a parlare con i rappresentanti politici». «Non molto tempo fa, per esempio, mi sono recato al Senato olandese, per discuterne sia coi partiti di destra che con quelli di sinistra, con tutti. Ho tenuto un discorso in cui esprimevo la mia opinione sul motivo per cui si dovrebbe essere buoni antenati e sul perché si dovrebbero istituire assemblee di cittadini che possano sostituirli. L’idea non ha suscitato grande entusiasmo [Roman Krznaric ride mentre lo racconta, NdR], ovviamente. Ho suggerito di chiudere almeno una Camera e sostituirla con assemblee civiche, almeno per il 50%; io non la trovo affatto una proposta insensata. Nel Belgio orientale, per esempio, è stata istituita un’assemblea civica permanente, e a Bruxelles ce n’è un’altra di questo tipo sul cambiamento climatico. Ma quello che ci tengo a sottolineare è che è molto difficile far cambiare idea a chi è già di fatto un rappresentante politico. Ecco perché è così importante lavorare con le giovani generazioni e avere una visione a lungo termine, per poter ripensare il concetto di Responsabilità». «La Responsabilità comporta sempre rivoluzioni. Voglio dire, se prima della Seconda Guerra Mondiale la gente donava soldi a un ente di beneficenza, non sarebbe mai stata disposta a farlo se il suddetto ente si fosse trovato dall’altra parte del mondo. Le persone avrebbero con molta probabilità scelto di aiutare qualcuno appartenente alla loro comunità, o alla loro parrocchia locale. È soltanto dopo la Seconda Guerra Mondiale che si è largamente diffuso un sentimento di empatia anche per le persone all’altro capo della Terra. È ciò che fanno organizzazioni come Medici Senza Frontiere. E poi, più o meno negli ultimi dieci anni, è accaduto qualcosa di molto interessante: l’espansione dell’idea di Responsabilità nei confronti delle generazioni future».
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