28 29 La Seconda Rivoluzione del Vapore Dal carbone combustibile, al soffio dei venti, alla formazione delle nuvole: la centralità delle foreste nella stabilizzazione del clima Dayana Andrade �uando, nel XVIII secolo, imparammo a servirci del vapore per produrre movimento, la battezzammo Rivoluzione Industriale. E a ragion veduta. La macchina a vapore perfezionata da James Watt inaugurò un’epoca di straordinaria innovazione tecnologica e di profondi mutamenti, sia sociali che economici. La produzione di massa, il grande esodo rurale e la nascita di sistemi economici e politici che ancora oggi plasmano il mondo affondano le loro radici in quel cruciale momento. Non avremmo mai detto che un giorno il vapore si sarebbe reso nuovamente protagonista di una rivoluzione. Stavolta però non si tratta di quel vapore che aziona i pistoni, bensì di quello che guida i venti, che intesse le nuvole. Non il vapore prodotto dalla combustione del carbone, ma quello che ascende dalle foreste, sollevando con grazia il calore dalla superficie terrestre per rilasciarlo nell’aria, generando piogge nell’entroterra e così salvaguardando condizioni planetarie favorevoli alla vita. A differenza della prima, la Seconda Rivoluzione del Vapore si basa su un processo non estrattivo, privo di produzione di rifiuti, alimentato dalla luce solare anziché dal fuoco. Se la prima rivoluzione ci ha condotto ad agglomerarci nei centri urbani e ha fomentato l’illusione di poter superare i limiti della natura (nozione decisamente in voga all’epoca), la seconda ci invita a riconnetterci con la natura e a riallineare i sistemi umani con quelli che nutrono la biosfera, rendendo il pianeta vivo e ospitale. Ci chiama a riconoscere il nostro ruolo di agenti consapevoli all’interno del ciclo idrologico planetario, a ripristinarne piuttosto che a interromperne il complesso fluire. È stato attorno all’esplorazione scientifica e alla divulgazione di tali principi e pratiche che si è costituito il Biotic Pump Greening Group. L’intuizione scientifica e i germogli di un nuovo paradigma climatico A metà degli anni Settanta, nella taiga russa, osservando il fiume Enisej il fisico Victor Gorshkov si domandò: «Se tutta quest’acqua scorre verso il mare, dovrà pur esserci un modo per restituirne un volume equivalente alla terraferma». Agli albori del 2000, migliaia di chilometri più a ovest, osservando la foresta pluviale amazzonica il geologo Antonio Nobre si domandò: «Com’è possibile che, nonostante i famigerati cataclismi globali, questo magnifico bioma sia riuscito a sostenere ininterrottamente una tale portata di piogge per milioni di anni? È davvero soltanto beneficiario passivo di un ambiente propizio, solo facile preda dei cambiamenti climatici?» Domande di questo tipo sono la linfa vitale della scienza. Sorgono dal dubbio che qualcosa d’essenziale sia stato trascurato, un principio ancora da scoprire, uno schema ancora da spiegare. �uando Antonio Nobre – esperto di foreste pluviali e da sempre appassionato sostenitore dell’Ipotesi Gaia – lesse per la prima volta Biotic Regulation of the Environment (2000) di Victor Gorshkov e Anastassia Makarieva, l’intesa intellettuale fu immediata. All’epoca era immerso nell’analisi dei dati ecoclimatici del Large-Scale Biosphere-Atmosphere Experiment in Amazonia (LBA), che lo stavano conducendo alla formulazione di una ipotesi sorprendente: le foreste vergini potrebbero non essere mere prede dei capricci climatici, ma sembrerebbero invece contribuire attivamente al confezionamento di un ambiente favorevole al loro benessere. Una idea che si inscriveva pienamente nella Teoria della Regolazione Biotica dell’Ambiente di Gorshkov e Makarieva. La loro illuminante spiegazione di come gli ecosistemi possano intervenire sui flussi ambientali lo colpì profondamente. Per Nobre, essa forniva una accurata struttura portante per le precedenti intuizioni su Gaia, proprio come per Keplero e Newton fu il modello eliocentrico di Copernico. Entusiasta della tesi russa, nel settembre 2004 contattò i due fisici. Volendo mettere alla prova le sue intuizioni, li sfidò ad applicare la loro imponente teoria al misterioso caso dell’Amazzonia: «Dimostrate fisicamente in che modo la foresta pluviale riesca a mantenersi umida». �uesto invito all’azione proveniente dall’Amazzonia diede avvio a una nuova fase della ricerca. La collaborazione che ne è seguita, che ha combinato le acquisizioni empiriche di Nobre con le competenze teoriche dei russi, ha portato alla pubblicazione dell’opera di riferimento di Gorshkov e Makarieva del 2007, che ha visto consolidarsi questi pensieri nella Teoria della Pompa Biotica. La loro cooperazione proficua e duratura si è poi ampliata fino a includere altri collaboratori chiave, come il fisico teorico Andrei Nefiodov, l’idrometeorologa Adriana Cuartas e il modellista climatico Paulo Nobre, insieme ad altri esperti in diversi campi del sapere. L’invito di Antonio non mirava solo alla validazione di una teoria, ma alla condivisione e allo scambio di conoscenze tra discipline e continenti.
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