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OSSIGENO

Microcredito e Social Business. Le radici di una rivoluzione globale

Il luminoso esempio di Muhammad Yunus, Nobel per la Pace nel 2006, per apprendere come i modelli di microcredito e Social Business possano innescare la più che mai urgente rivoluzione dell’equità e della sostenibilità.

di G. Minto, G. Buzzao, A. Cuomo

da Ossigeno 13

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Lo Yunus Social Business Centre – Università Ca’ Foscari di Venezia è attivo da aprile 2020 all’interno del Campus di Economia dell’ateneo veneziano. Attraverso attività di ricerca e di consulenza si propone di diffondere i principi e le teorie del Social Business, sulla base degli insegnamenti del Premio Nobel per la Pace Muhammad Yunus. È accreditato dallo Yunus Centre di Dhaka (Bangladesh) e fa parte di un hub di centri ubicati in tutto il mondo.

 

 

Quella del microcredito è una storia di rivoluzione. E come è spesso accaduto nella storia delle rivoluzioni, anche il microcredito, una volta innescato, è esploso dal basso, coinvolgendo in prima linea le sfere più svantaggiate della società.
Ma è anche una storia di ricerca applicata, di rottura con gli scenari e le discipline economiche mainstream.
Il microcredito moderno nasce infatti lontano dall’occidente, in Bangladesh, per iniziativa di Muhammad Yunus, Professore di Economia presso l’Università di Chittagong. Sulla scia della grande carestia del Bangladesh del 1974, Yunus inizia a mettere in discussione le teorie economiche che insegna agli studenti e alle studentesse dei suoi corsi. Vuole capire perché quei modelli che nei manuali universitari decantano sviluppo e prosperità comune siano così lontani dalla realtà del suo Paese: fuori dalle aule universitarie di Chittagong e del resto del Bangladesh persiste una diffusa presenza di persone in povertà, relegate ai margini della società. Così si spinge sul campo, ai confini della città, per studiare le drammatiche condizioni di milioni di persone sue concittadine. Tocca con mano le carenze materiali delle aree rurali, la miseria della vita nei villaggi. È così che individua il riproporsi di un circolo vizioso: il mancato possesso dei mezzi di produzione artigiana da parte di lavoratori e lavoratrici – anche solo la materia prima – spinge loro a far ricorso a prestiti proibitivi, offerti direttamente dai rivenditori al dettaglio o da usurai. Yunus decide allora di attivare un sistema di piccoli prestiti – del microcredito, per l’appunto – in particolare a donne, per porre fine a questo schema di debito soffocante. È il Professor Yunus in persona che elargisce i primi prestiti, e il microcredito diventa così una storia di rivalsa per migliaia di famiglie. Sulla scia dell’enorme successo di questo modello, decide di strutturare questa modalità di credito in quella che in bangladese significa banca del villaggio, la Grameen Bank.

Gli echi degli insegnamenti di Yunus risuonano nel mondo intero ancora oggi. Se col microcredito, valsogli il Nobel per la Pace nel 2006, Yunus ha lanciato una prima sfida alla povertà e al capitalismo globale, il professore bangladese ha poi rincarato la dose con la concettualizzazione del Social Business, paradigma d’impresa alternativo a quello capitalistico dominante, tradizionalmente estrattivista e orientato alla massimizzazione e riproduzione del profitto a discapito di implicazioni sociali e ambientali. L’obiettivo dichiarato e perseguito del Social Business è la creazione di valore sociale comune attraverso la risoluzione di uno o più problemi socio-ambientali di interesse generale. Sebbene, per ragion d’essere e finalità perseguite, siano esistiti ed esistano tuttora modelli d’impresa riconducibili a questo paradigma – si pensi, ad esempio, al movimento cooperativista italiano – Muhammad Yunus ha reso popolare il concetto di Social Business a livello mondiale.

Parafrasando le sue parole, il Social Business è un’impresa a tutti gli effetti, f inanziariamente sostenibile e autonoma, che opera per raggiungere un determinato obiettivo sociale. Un Social Business non produce perdite, non distribuisce dividendi ed è gestito e controllato da investitrici e investitori privati mossi da motivazioni altruistiche. I Social Business operano principalmente nel campo della riduzione della povertà, della promozione della giustizia sociale e della sostenibilità ambientale su scala globale. I meccanismi che regolano la sua attività sono quelli del mercato tradizionale. Eventuali profitti generati vanno reinvestiti nel business al fine di espanderne l’impatto, attraverso il miglioramento del prodotto/ servizio offerto, o la creazione di altri Social Business che possano contribuire a mitigare ulteriori problemi socio-ambientali. In altre parole, le fondamenta del Social Business risiedono nella coniugazione delle dinamiche più virtuose del mercato con la responsabilità e la consapevolezza di innovatrici e innovatori pronti a rivoluzionare le regole del gioco e mettere al centro degli interessi dell’impresa il benessere delle persone e del pianeta. Il profitto diventa quindi un mezzo, non più il f ine. Potremmo prospettare il Social Business come la fusione di obiettivi socio ambientali tipici del settore pubblico e del non profit, con l’efficienza e l’efficacia organizzativa del settore privato.
In una contemporaneità caratterizzata da crisi poliedriche, causate in larga parte dall’azione antropica e da modelli di business intrinsecamente insostenibili ed esclusivi, il Social Business e gli imprenditori e imprenditrici sociali che lo promuovono emergono come una forza catalizzatrice e generativa di impatto positivo. È infatti difficile immaginare che siano delle società di capitali business as-usual, possedute da shareholders orientati alla massimizzazione nel breve termine dei loro investimenti, a costituire un’economia che sappia fronteggiare le sfide del millennio – povertà crescente, disuguaglianze, crisi climatica e della biodiversità, tra le altre.

Il framework degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, concertati nel 2015, offre una piattaforma integrata utile a orientare e declinare l’impatto del Social Business su vari fronti e sfide. Agendo sugli specifici obiettivi e sub-obiettivi, gli imprenditori e le imprenditrici sociali diventano agenti di cambiamento sistemico: con le loro innovazioni sociali, sono in grado di innescare meccanismi di transizione verso paradigmi economici, culturali e sociali più sostenibili e responsabili. Nel vasto panorama delle sfide globali, poche iniziative possono vantare la portata e l’ambizione di questa Agenda. È un manifesto di speranza, un impegno collettivo per abbracciare valori fondamentali come il rispetto e l’uguaglianza universale, la dignità umana e la sostenibilità ambientale. Con la firma unanime dei 193 Paesi membri dell’ONU, questo piano ambizioso si propone di rivoluzionare il mondo entro il 2030, affrontando questioni complesse e interconnesse. Ma a rendere l’Agenda 2030 così straordinaria è la sua inclusività. A differenza degli Obiettivi del Millennio, qui ogni individuo e settore è rappresentato e chiamato a contribuire al cambiamento. Anche alcune frange del settore privato hanno abbracciato questa missione, implementando forme di Social Business che hanno qualificato le aziende come partner altamente strategici per il non profit e il mondo istituzionale nell’iter verso un futuro migliore.

Le storie di successo abbondano. Dall’impresa We Collect, originata dal movimento Zero Waste Laos, in cui giovani attivisti e attiviste accompagnano governi locali e aziende in processi di sostenibilità ambientale, all’agenzia Nai Nami in Kenya che offre opportunità a giovani di strada come guide turistiche a Nairobi, il mondo pullula di esempi illuminanti. In Italia, da Nord a Sud, realtà come Libera Terra e Rifò si impegnano per una rigenerazione di terreni e capi d’abbigliamento liberi dallo sfruttamento delle persone, mentre le cooperative sociali Malefatte e Made in Carcere, il micro-biscottificio Frolla e il laboratorio Artismo dimostrano che l’imprenditoria etica può rigenerare non solo oggetti, ma anche le vite delle persone, siano esse in stato di detenzione, marginalizzate o persone disabili. Con la popolazione mondiale che si avvicina agli otto miliardi di persone, il cambiamento richiede un impegno imponente ma non impossibile, se supportato dal contributo di ciascuna e ciascuno di noi, a cominciare dalle scelte quotidiane: le risorse e le guide per agire consapevolmente vanno dalle indicazioni dei Parents for Future su quale fornitore di energia scegliere o su quali fondi etici investire, alla selezione attenta dei prodotti suggerita da Altroconsumo o dall’app Yuka, prendendo ispirazione dal Social Business per un futuro capace di mettere il rispetto per l’umanità e l’ambiente al centro del suo agire; un futuro che sappia definitivamente farsi accogliente e sostenibile.

www.yunussb.com

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