L’Agricoltura Sintropica come filosofia, il rispetto come imperativo categorico. Conversazione con Ernst Götsch
Rispetto del futuro attraverso la tradizione: sulla base dell’Agenda Götsch, i giornalisti Andrade e Pasini analizzano il caso della loro masseria, che in soli due anni e mezzo ha quadruplicato il contenuto di materia organica nel suolo.
di Stefano Santangelo
«Ogni opera della natura possiede una sua essenza;
ogni suo fenomeno, una particolare caratterizzazione:
e tuttavia, la loro molteplicità si ricompone nell’unità»
– J.W. Goethe, Maximen und reflexionen
Ernst Götsch (n. Raperswilen, Svizzera, 1948) lo ha fatto per tutti: ha capito come riportare la foresta in vita e nutrirci. Ha chiamato questa intuizione Agricoltura Sintropica – modello circolare per il quale non esiste il concetto di rifiuto, perché tutto viene trasformato in nutrimento, per ogni organismo. Se l’agricoltura tradizionale si limita a lavorare sulle due dimensioni di lunghezza e larghezza, l’Agricoltura Sintropica introduce anche le dimensioni dell’altezza, intesa come stratificazione delle specie erbacee, e del tempo, ossia di quella successione ecologica attraverso la quale un ecosistema naturalmente, e generosamente, evolve.
Ernst Götsch si è dedicato all’Agricoltura Sintropica nell’arco di una vita di appassionato lavoro, fisico e intellettuale. Puoi vederlo impresso su ogni linea del suo volto. Mi parla dalla sua fazenda Olhos D’Água, occhi d’acqua, una agroforestazione di 480 ettari a sud di Bahia dove la natura, risorta da un suolo bollato come povero e irrecuperabile f in dagli inizi degli anni ’80, oggi è tornata a generare prodotti di eccellenza senza alcun ausilio di fertilizzanti esterni, di pesticidi, di irrigazione artificiale. In soli cinque anni di applicazione dei suoi principi, la biodiversità di Olhos D’Água era già divenuta paragonabile a quella della foresta pluviale incontaminata. Oggi, l’Agenda Götsch – compendio di agraria e di filosofia – è insegnata in corsi scolastici e universitari, sui media, sui social, finanche tramite format televisivi, acquisendo sempre più seguaci.
La mia matrice storica prevede che si cominci il discorso dalla genesi della Agricoltura Sintropica, quando incontro virtualmente Ernest Götsch, in quel momento della sua giornata tra il risveglio e l’immersione nel verde della fazenda. Scavo sino alla radice, e incontro l’origine del suo cammino verso la definizione di Agricoltura Sintropica, da q uando conduceva ricerche sul potenziamento genetico delle piante presso il FAP Zürich-Reckenholz (oggi Agroscope, centro di ricerca per l’agricoltura, l’alimentazione e l’ambiente), in Svizzera. In questo luogo temporale vorrei che mi parlasse del fattore scatenante che gli ha fatto cambiare impostazione, dal cercare di rendere la pianta più resistente all’ambiente, al cercare di rendere l’ambiente ideale allo sviluppo della pianta. «L’osservazione», esordisce. «Assieme ad alcuni colleghi e amici, ho preso parte a test volti al miglioramento delle piante coltivabili, come cereali e altre, e il risultato è sempre s tato lo stesso: testando in una piccola area, l’esito è sempre soddisfacente, giorno dopo giorno, ma una tolleranza o una resistenza di questo tipo non è altro che un inganno. Non facevamo altro che cercare di convincere la natura che tutto fosse a posto». «A mio avviso», prosegue, «le malattie non rappresentano necessariamente qualcosa di negativo, ma piuttosto è come fossero agenti di una sorta di dipartimento di ottimizzazione dei processi vitali, manifestandosi e intervenendo quando c’è un errore, quando i processi vitali non sono ottimali. Finché non interveniamo in modo invasivo, nella foresta parassiti e malattie non svolgono funzioni dominanti, ma intervengono per rimuovere piante che hanno terminato la loro funzione o che non si trovano più nella posizione giusta. Non hanno più alcuna utilità, quindi vengono eliminate. Ma la vita continua e altre piante, loro sostitute, si comportano in maniera corretta finché saranno in grado di svolgere la loro funzione e realizzare i loro compiti, perché la natura è un macrorganismo. Per me la natura è, per così dire, parte della dotazione del pianeta Terra, che ha creato la sua propria strategia di essere, sebbene noi non la vediamo. Se solo fossimo tutti capaci di vederla in questo modo, agiremmo in maniera totalmente diversa. Noi stessi non siamo l’unica specie intelligente, bensì siamo parte di un sistema intelligente. E questo fa una grande differenza. Già cinquanta anni fa avevo in mente, e poi ho scritto, i 15 Principi: un Tao della nostra comprensione della vita[1]».
Gli faccio notare che ciò avveniva negli anni ‘70, quando la crisi ecologica cominciava ad affacciarsi nel dibattito pubblico, ma non tanto urgentemente quanto oggi: «È vero», argomenta, «la crisi ecologica era presente e già visibile, ma non ancora così urgente come lo è oggi, quindi il mio intervento non rispondeva ancora a un sentimento di urgenza. La verità è che mi sono sempre considerato un agricoltore, e anche quando portavo avanti le mie ricerche in genetica agivo sempre come un agricoltore. Se le piante stanno male non producono: diventerà allora dispendioso coltivarle perché hai bisogno di aiuti esterni, e da un mero punto di vista economico non è intelligente, ecco. È come lavorare da schiavo per altri, e non lavorare liberamente con la natura – è contro natura. Non era così chiaro nella mia mente, in quel periodo, come invece lo è oggi. Non si tratta di ecologia. Dobbiamo capire come sviluppare nuove strategie, come essere in grado di sopravvivere e di assecondare la vita su questo pianeta. Perché, in un certo senso, agiamo in modo suicida, suicida sotto tutti i punti di vista. Dobbiamo assolutamente cambiare strategia: e allora non si tratta solo di ecologia, si tratta di intelligenza. Circa diciotto anni fa, ho iniziato a leggere i filosofi romani antichi. Beh, per loro era del tutto fuori discussione utilizzare fertilizzanti provenienti da fonti esterne. Se leggi Plinio il Vecchio, che visse più di duemila anni fa, troverai che ci racconta con stile incantevole che l’olivo cresce all’ombra dell’albero di porpora, e il fico all’ombra dell’olivo, e poi il pesco all’ombra del fico. E in inverno, erbe e ortaggi crescono all’ombra di ognuno di essi. I Romani coltivavano cereali, grano, legumi e verdure, la maggior parte di quelle che consumiamo oggi sono mediterranee, da loro adottate e trasformate in coltivazioni. Vedi, l’Impero Romano è sopravvissuto circa mille anni, ma io credo che la nostra civiltà non riuscirà a sopravvivere in queste condizioni ancora per molto, perché in un arco di tempo molto ristretto siamo stati capaci di impoverire l’ecosistema e portarlo al collasso».
Le voci dei filosofi antichi fanno spesso eco alle sue negli interventi pubblici di divulgazione dei principi della Agricoltura Sintropica; infatti, Ernst Götsch ha spesso sostenuto che l’Agricoltura Sintropica sia un modo di pensare, una filosofia. Un’affermazione di cui gli domando il senso: «L’Agricoltura Sintropica è per me più un sistema di filosofia applicata, che non una tecnica. Mi avvalgo di determinate tecniche e della dinamica della successione naturale delle specie, che può essere descritta come una copia di ciò che la natura compie a livello strategico per muoversi nello spazio. Successione naturale delle specie significa che la vita si è naturalmente sviluppata al fine di evolvere, nello spazio e nel tempo. Siamo parte di un sistema intelligente e di un macrorganismo. Di conseguenza non siamo noi i comandanti in capo, e non possiamo avanzare il possesso di nulla. Non siamo che parte di un macrorganismo. Comportamenti disarmonici delle parti di un macrorganismo inducono modifiche nel macrorganismo stesso. Di conseguenza, la presenza della parte non armonica può risultare ridondante. È ciò che sta accadendo alla specie umana nell’arco degli ultimi dodicimila anni, a cominciare proprio dall’Impero Romano – dapprima, abbattendo foreste per impiantarvi colture a livello locale; in seguito, confidando in una presunta intelligenza superiore, a livello nazionale, avviando un collasso ancora più potente; infine, a livello continentale. Nell’Impero Romano l’agricoltura era dominata da grandi aziende, con molti schiavi, che lavoravano in enormi campi. L’unica differenza rispetto all’attualità è data dal fatto che oggi usiamo le macchine, e ci auto-scagioniamo credendo che ciò sia più sostenibile».
Per questo motivo, Götsch mi invita a leggere ciò che scrisse Cicerone nel suo De Vita Rustica: «Cicerone dedicava molto tempo al suo appezzamento, e non solo per diletto. Amava lavorare, e diceva che l’agricoltura, secondo lui, era l’arte più sofisticata che l’essere umano avesse mai sviluppato. E adesso? Negli ultimi sessanta o settanta anni, lo studio dell’agricoltura è l’extrema ratio per coloro che non arrivano a studiare, per dire, medicina o legge. E non lo fanno neanche così rigorosamente, limitandosi alla messa in pratica di piccole stupide formule a loro inculcate, di cui non sono neanche del tutto consapevoli. Non abbiamo idea di ciò che stiamo facendo, e ci limitiamo a considerare il suolo come qualcosa da imbottire con fertilizzanti liquidi. Nel momento in cui sopraggiungono quelli che definiamo parassiti o malattie, combattiamo a colpi di veleno contro quella che non è altro che la natura di funghi e batteri, che hanno le loro spore dappertutto, sia nell’atmosfera che nella stratosfera. È completamente ridicolo, se ci pensi, perché per liberarcene dovremmo avvelenare l’intera atmosfera e l’intera stratosfera. Ecco perché, a mio avviso, il nostro modo di pensare e praticare l’agricoltura deriva da una visione molto limitata, lineare e povera del nostro ambiente, della sua vita e della nostra stessa funzione su questo pianeta, perché sono convinto che la specie umana non abbia alcun diritto di proclamarsi, da duecentomila anni ad oggi, la specie animale dominante. Tutte le specie apparse sul pianeta lo hanno fatto in un contesto completamente, diametralmente opposto rispetto a quello attuale. Erano vita che creava più vita. Oggi è l’esatto contrario, e noi non siamo in grado di essere in qualche modo utili – o, ancora meglio, al servizio della vita, il che sarebbe la strategia madre per riuscire a sopravvivere su questo pianeta».
Mi colpisce, quando Götsch dice che non siamo noi i comandanti in capo. E allora gli chiedo se rimuovere l’essere umano dal centro della scena – in altre parole, rifiutare l’Antropocentrismo – sia una parte fondamentale dell’Agricoltura Sintropica (e, in me, spero che possa bastare questo a salvarci da noi stessi). «Ne è parte», chiarisce, sottolineando la complessità del discorso. «Non la parte centrale, ma ne è parte. Leggendo i miei già citati 15 Principi, capirai che non siamo altro che parte di un macrorganismo, e non i comandanti in capo. A tal proposito vorrei citarti un uomo considerato da cinquecento anni soltanto come un cantastorie: Esopo. In una delle sue parabole – attenzione, non favole, ma parabole – fa dire a Crono, creatore della vita su questo pianeta inclusa quella umana: “Uomo, ti ho portato in questo posto, ecco il tuo paradiso; moltiplicati e abitalo. Puoi fare ciò che vuoi, sii creativo. Hai una sola eccezione da rispettare: le leggi, che sono già date, del macrorganismo del quale fai parte. Neanche a noi, dei dell’Olimpo, è concesso modificarle”. Dapprima l’uomo ne fu felice e orgoglioso, ma un giorno giunse alla conclusione che se avesse creato le leggi da solo, sarebbe stato più potente degli dei dell’Olimpo. E così ha iniziato a farlo, e facendo questo è finito in conflitto, con il pianeta e con gli dei. Grattandosi il capo, Crono decise: “Lo ucciderò”. Scese così dall’Olimpo, ma una volta al suo cospetto, cambiò idea. Come punizione per la sua disobbedienza decise di dividerlo in due metà, condannandolo alla ricerca della metà mancante senza la capacità di trovarla, e allo stesso tempo, lo condannò a coltivare il suo cibo, decisione letale per la specie umana. Nessuna punizione è più grande di quella, perché tutte le specie dovrebbero agire in modo da svolgere la loro funzione, mosse da un piacere interiore, e nel farlo creano e co-creano le loro condizioni attuali e preparano il posto per le prossime generazioni. Quando il tuo compito è correttamente svolto, puoi ritirarti, perché hai assolto al tuo lavoro e non vai verso il nulla. Come diceva anche Socrate in uno dei Dialoghi platonici, morendo non vai verso il nulla. Hai svolto la sua funzione, quindi non devi preoccupartene, né farti prendere dall’ira. Puoi andartene con fiducia, perché tutto è compiuto. Invece, al giorno d’oggi, l’uomo contemporaneo agisce nell’ottica Dopo di me, il diluvio. È molto triste, e ci porterà inevitabilmente al buco nero, a scomparire».
Invito allora Götsch a voltarsi con me e guardare attentamente indietro nella storia, e punto il dito su come l’invenzione e l’evoluzione di ciò che nei paesi occidentali definiamo come agricoltura tradizionale abbia cambiato la società umana. Vorrei che mi facesse capire se e come la sua Agricoltura Sintropica potrebbe incidere, su larga o piccola scala, sul modo in cui funziona la nostra società. Mi risponde così, dipingendo una scena platonica, ma con i colori dell’aristotelismo. «Beh, mi piacerebbe innanzitutto citare un antico proverbio romano, poi ripreso da Feuerbach, che dice Sei ciò che mangi. Se cambi il modo di coltivare ciò che mangi o di allevare animali, è chiaro che avrà un’influenza anche su ciò che sei. Personalmente, porto avanti il mio lavoro mosso principalmente dal piacere interiore e in effetti tutte le specie, tutti gli individui di tutte le generazioni sono mossi a realizzare il proprio compito dallo stesso tipo di piacere. L’Agricoltura Sintropica potrebbe allora trasformarsi in un’attività estremamente attrattiva. In questo modo, molte persone inizierebbero a dedicarsi all’agricoltura, anche quelle che vivono in contesti urbani, innestando alberi o piantando ortaggi anche davanti alle loro case, sulle loro finestre, sulle loro terrazze. Ri-piantumerebbero le foreste, metterebbero a dimora alberi di ulivo, e lavorerebbero, e prospererebbero. Questo li farebbe anche collaborare e condividere conoscenze, nello spirito di “Ho fatto questo, ma non ha funzionato. Forse tu lo farai meglio!”. La nostra società cambierebbe completamente, rendendo inutile anche l’utilizzo di sostanze chimiche tossiche. Persino in medicina, la maggior parte dei farmaci che usiamo non sarebbe più necessaria. L’intera industria farmaceutica e medicinale andrebbe incontro a un notevole calo, perché spesso dietro le malattie soggiace una ragione psicofisiologica. Lavorando insieme alla natura, in armonia, la salute di ogni individuo ne gioverebbe, ognuno agirebbe in modo completamente diverso rispetto a oggi e di conseguenza cambierebbe completamente anche la nostra società perché fare le cose insieme, lavorare insieme, in cooperazione, non porterebbe più a emarginazione, a reclusioni, a carcerazioni».
«Nessuna necessità di nuovi mondi», prosegue, «torneremmo al paradiso. Per non parlare del fatto che ci renderebbe completamente indipendenti anche dal punto di vista dell’alimentazione, ovviamente. E il clima, seguendo questo tipo di comportamento, sarebbe completamente diverso. Prova una volta a entrare in una foresta rigogliosa: quand’anche la temperatura all’esterno fosse di 40 °C, in quella foresta sarebbe di 32 °C, molto piacevole, con un clima non secco, molto, molto piacevole. Gli stessi suoni che senti al suo interno sono completamente diversi. È così che è la mia fattoria. Alcuni anni fa il nostro ornitologo, in un giorno e mezzo di lavoro trascorso qui, ha trovato 32 diverse specie di colibrì e circa 120 specie di altri uccelli. Sono tantissimi, e sono intorno a noi a ogni ora del giorno. E sappiamo dalla ricerca scientifica che il canto degli uccelli armonizza la vita e migliora la crescita e la salute delle piante. La gente pensa che io stia scherzando quando dico che vivo in paradiso, ma credimi, è proprio così».
Guardo Götsch nello schermo, mentre mi parla, con la luce filtrata dai canopi degli alberi piantati da lui stesso più di trent’anni fa, e non posso non chiedergli se dopo una vita di lavoro e ricerca ritiene di essere giunto a conclusioni finali, o il suo è piuttosto ancora un work in progress: «Sono giunto ad alcune conclusioni. Circa quarantacinque anni fa, quando mi sono avviato su questo cammino, mi ero ripromesso che un giorno, quando non sarei più stato in grado di arrampicarmi sugli alberi e fare ciò che sto ancora facendo, allora avrei iniziato a insegnare. Oggi faccio entrambe, scalo alberi e insegno. La conclusione più significativa alla quale sono giunto è allora che il processo di apprendimento non finisce mai, al contrario: più apprendi, più ampio è l’orizzonte, e più vedi, c’è molto altro da vedere. Ogni giorno trovo nuove cose, e mi pongo nuove domande. Credo che la nostra capacità di pensiero astratto, e di creare attrezzi o strumenti complessi, non ci sia derivata per caso: ciò fa parte della nostra natura umana, e dovremmo usarla per creare situazioni sinergiche tra specie diverse. Servendocene in modo più adeguato, ogni giorno sarà più bello, con tantissime nuove cose da poter tramandare alle prossime generazioni. Sarà soltanto alla fine che potrete ritirarvi e dire “Tutto fatto”. E sarà un ritiro come quello che forse si vive quando si è avuta una buona giornata e si dice “Oggi ho fatto un buon lavoro”, quindi si va a letto, e si dorme sereni. E così per me, per il mio ultimo giorno, sarà solo allora che dirò “Tutto fatto”».
Del resto, gli dico – e lui concorda con convinzione – che un agricoltore non va mai in pensione. È qui che gli racconto la storia di mio padre, novantuno anni, agricoltore da una intera vita: «Ha quindici anni più di me. Forse è troppo bravo per smettere», Götsch osserva sorridendo. Lo è, mi viene da dire. Gli racconto che nacque in Sicilia negli anni ’30, in un’epoca molto diversa rispetto a quella attuale. Iniziò a coltivare fin da bambino, seminando a piedi nudi e imparando l’agricoltura secondo gli insegnamenti di mio nonno. Ma, crescendo, si convertì al nuovo modo di fare agricoltura del dopoguerra. Finì per coltivare fiori su larga scala, utilizzando fertilizzanti artificiali e pesticidi. Quando si ritirò, iniziò a coltivare ortaggi per la famiglia su un piccolo appezzamento di terreno. I miei fratelli lo introdussero agli insegnamenti di Rudolf Steiner e lo convinsero a cambiare approccio. Ed è curioso pensare che abbia novantuno anni e stia parzialmente reimparando qualcosa che già sapeva, e aveva perso. Il padre dell’Agricoltura Sintropica mi ascolta con attenzione, e con un moto di empatia mi confessa: «Ho avuto un’esperienza simile con mio padre. Posso capire tuo padre perché di certo è stato sottoposto a un intenso lavaggio del cervello, all’inizio degli anni ’50. Anche nel nostro piccolo villaggio svizzero, di circa sessanta abitanti, arrivarono due americani – era intorno al 1952 o 1953 – per spiegare che la Svizzera non aveva più bisogno di fare questo e quello. Mostrarono film che la gente non aveva mai visto prima, con tutte quelle macchine da guerra, assieme a macchine agricole usate negli Stati Uniti e prodotti chimici tossici come sterilizzanti e pesticidi. Ci dissero: “Tutto quello che avete fatto finora è obsoleto”. E nessuno vuole essere obsoleto. No, no. Completamente sbagliato. I contadini dovevano in qualche modo dimenticare quello che facevano. E molti, moltissimi di loro lo hanno effettivamente dimenticato».
E prosegue nel racconto: «All’inizio degli anni ’50, mio padre coltivava patate senza l’uso di pesticidi, coprendo il terreno con più di venti centimetri di paglia mescolata con un po’ di letame di mucca, senza il bisogno di aggiungervi sopra alcuna plastica. Piantava alla fine di marzo e a metà giugno le patate erano pronte per essere raccolte. Nessuna malattia. Patate bellissime. Finché un giorno vendette la sua fattoria e comprò un piccolo pezzo di terra, di circa 100 x 60 metri, coltivando ciò di cui aveva bisogno per sé e allevando qualche pecora. Questa volta applicò tutti i dettami dell’agricoltura moderna. Fu uno dei primi che all’epoca acquistò, potendo permetterselo, erbicidi per ripulire i confini del suo terreno. Così un giorno che ero in visita da lui gli chiesi: “Papà, perché facciamo così? Potremmo coltivare le patate come le coltivavi in passato”. “Ah, in quel modo. No, ma non è normale farlo”, mi rispose. “Perché no? Puoi darmi una piccola porzione del tuo terreno da coltivare?”. Lui acconsentì, e io gli chiesi di non trattare le mie patate con nessun prodotto chimico tossico, nessun fungicida, nessun insetticida, e mi accontentò. Quando tornai da lui a giugno, aveva raccolto sia le sue patate che le mie, e mi disse: “Onestamente, le tue patate sono più belle delle mie! Ora capisco cosa intendevi quando mi hai fatto quella richiesta”. A partire dalla fine dell’ultima guerra mondiale, le medesime forme di linguaggio e filosofia sono state usate sistematicamente per un deliberato lavaggio del cervello, non preoccupandocisi più di insegnare cose realmente utili, ma avendo il solo proposito di trasformare l’umanità in una massa di schiavi ad opera di coloro che si considerano i proprietari di questo pianeta. Per ottenere un diploma, devi semplicemente mandare giù quello che ti insegnano e ripeterlo acriticamente, e soltanto se lo fai in modo convincente otterrai il tuo diploma».
Mi è ancora più chiaro da queste sue risposte quanto l’Agricoltura Sintropica non sia meramente un insieme di tecniche da applicare al suolo, ma un apparato concettuale e critico che muove dalla constatazione dell’inadeguatezza di un certo sistema di insegnamento, e di un certo schema di linguaggio. Non partiamo dal suolo, partiamo dalla mente. Pensando alla filosofia kantiana, allora, gli chiedo di rivelarmi il suo personale imperativo categorico, ed è qui che per me il cerchio si chiude, perché Götsch mi parla esattamente di rispetto: «Il mio? Beh, guarda, è un impegno quotidiano in tutte le situazioni: “Agisci in modo che il principio alla base delle tue interazioni possa essere applicato anche su te stesso”, che è, come hai detto, un imperativo categorico. E io mi sforzo di agire realmente in questo modo. Mettere in pratica questo imperativo ti dona una sensibilità completamente diversa e una relazionalità differente con tutto, tutto il tuo ambiente, piante, animali, altri esseri umani. Agisci davvero in modo diverso. Questo imperativo categorico, la cosiddetta Golden Rule, è anche alla base di molte antiche religioni, del buddismo, del taoismo, del cristianesimo, anche i musulmani lo fanno proprio. È uno dei più autentici dettami comportamentali che consentono a noi, come specie umana, di poter restare su questo pianeta. Non è complicato, non richiede una forma astrusa di educazione sofisticata. Si tratta semplicemente di sentire».
www.agendagotsch.com
[1] NdR: i 15 Principi dell’Agenda Götsch sono integralmente consultabili @ www.agendagotsch.com/en/syntropic-farming-principles-by-ernst-gotsch
