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OSSIGENO

Quel cucchiaio che garantisce la vita (e cura il suolo)

C’è più vita in un cucchiaio da tavola riempito di terra, che nella totalità di esseri umani che abitano il pianeta. Ossigeno 12 ospita Emanuele Isonio di Re Soil Foundation, ente scientifico no profit, per dare autorevole voce alla vastissima vitalità del suolo, violato nello strappo dall’agricoltura sostenibile all’agroindustria intensiva, perché ciò che accade di sopra cura la salute del mondo di sotto ma, soprattutto, viceversa.

di Emanuele Isonio @ Re Soil Foundation

Migliaia. O per meglio dire milioni, miliardi. Sono gli esseri viventi presenti nei nostri suoli. E non in un’area grande quanto un campo da calcio, o in un metro cubo, o dentro un secchiello da bambini. Basta un semplice cucchiaio da tavola: riempitelo di terra e avrete, lì dentro, più organismi viventi di tutti gli esseri umani attualmente presenti sul pianeta.

L’immagine che agronomi e pedologi usano per stupire studenti nelle scuole e non addetti ai lavori è anche un esempio perfetto per capire quanta vita esista sotto i nostri piedi. Spesso sconosciuta. Sicuramente sottovalutata. Ma fondamentale per la nostra esistenza, il nostro futuro, la nostra salute. Da quei microrganismi dipende infatti la salubrità del suolo e, con essa, la sua capacità di fornire servizi ecosistemici: ovvero di rispondere alle esigenze di produzione alimentare, di stoccaggio del carbonio e quindi di riduzione della CO2 in atmosfera, di garanzia di rese agricole e frutti nutrienti e sani.

Lo stesso cucchiaio può essere utile anche per comprendere visivamente la differenza tra un suolo sano e uno degradato. Riempitene uno di terreno altamente fertile e un altro di terreno depauperato da anni di trattamenti agronomici aggressivi e scorretti. Un semplice sguardo a entrambi e potrete facilmente capire che il colore, così pallido e malato, di un terreno insalubre è un silenzioso grido di aiuto. Sta a noi esseri umani accoglierlo.

D’altro canto, gli scienziati del suolo sono concordi nel sottolineare come, negli ultimi settant’anni – nei quali l’agricoltura ha ceduto il passo all’agroindustria, la popolazione mondiale è cresciuta e troppo spesso i terreni fertili sono stati sigillati da infrastrutture e cemento – abbiamo dimenticato tecniche di gestione che pensavamo superate e che invece, per secoli, hanno preservato la salute dei suoli, da cui dipendevano la vita (o la morte) di intere popolazioni.
Non si contano le pubblicazioni che evidenziano come i composti chimici di sintesi – a partire da pesticidi e fitofarmaci – usati per decenni siano sempre più impattanti. Il Pesticide Action Network (www.pan europe.info), che riunisce ONG di oltre sessanta Paesi diversi, ha evidenziato che la contaminazione di frutta e verdura in Europa è cresciuta del 53% nell’ultimo decennio. Il Regolamento UE[1], che punta a ridurre del 50% i rischi associati ai prodotti fitosanitari entro il 2030, sottolinea come almeno 54 sostanze pericolose debbano essere candidate alla sostituzione per il loro impatto su salute, suolo ed ecosistemi.

Per nostra fortuna, come una madre amorevole che perdona gli errori dei propri figli, la natura è spesso benevola e, nonostante gli sgarbi ricevuti, contiene in sé gli strumenti per permetterci di rimediare ai danni fatti finora. Ancora una volta, questi nostri alleati sono piccolissimi e vivono dentro al suolo. A patto di ascoltarli. A volerli racchiudere in una sola parola comprensibile a tutti, dovremmo parlare di microbi. Anche se quel sostantivo suona alle nostre orecchie con una connotazione spesso negativa, esso riunisce dentro di sé, letteralmente, un mondo.

C’è infatti una stretta connessione tra la fertilità del terreno e la biodiversità dei microrganismi che lo popolano: essi agiscono come una vera e propria banca di risorse alla quale la pianta può attingere in modo selettivo, a seconda delle proprie necessità, contribuendo alla decomposizione delle sostanze organiche e al rilascio dei nutrienti minerali essenziali. Componenti di un circolo virtuoso che permette a piante ed erbe di crescere meglio e quindi, a loro volta, di espletare le loro funzioni, tra le quali c’è quella di dare nuova vita una volta morte, favorendo la diffusione dei microrganismi che popolano il sottosuolo, evitando al tempo stesso molti dei fenomeni che portano al degrado dei suoli.

Questi segreti erano noti ai contadini, che per centinaia di anni sono stati veri custodi della terra e del suo futuro. Oggi, tutto questo è diventato un florido filone di studi per ricercatori di ogni continente, impegnati a sistematizzare l’impiego dei microrganismi per riuscire a curare i suoli, preservarne la fertilità e garantire adeguate rese agricole. Gli agronomi del Dipartimento per l’Agricoltura degli Stati Uniti e dell’agenzia Agriculture and Agri-Food Canada sono, ad esempio, impegnati ad analizzare le comunità di microbi presenti per valutare, attraverso di loro, la salute del suolo. Obiettivo: offrire soluzioni pratiche in alternativa all’impiego di input chimici. La loro ricerca, che dura da circa venti anni, ha permesso di dimostrare che alcune piante sono più utili di altre a mantenere l’equilibrio del terreno.

I campi coltivati a monocolture come la soia presentano, ad esempio, lo stato di salute peggiore. Quelli di mais sono in posizione intermedia. Quelli coperti in modo permanente da erba e ricchi di ginestrino, una pianta molto diffusa in Nord America, vantano invece la maggiore biodiversità di microrganismi e una più ampia presenza di funghi.

«Le pratiche di agricoltura sostenibile che limitano il turbamento del terreno permettono di ridurre l’applicazione di sostanze chimiche e preservano la salute del suolo», ha sottolineato Lori Phillips, ricercatrice dell’ente governativo canadese coinvolto nella ricerca.

Un concetto talmente importante, quello del legame tra la biodiversità delle piante presenti sui suoli e la ricchezza dei microrganismi del terreno, da essere diventato il fulcro di un progetto di Slow Food[2] dedicato ai prati stabili, quei terreni coperti da erbe e vegetazione che non subiscono interventi di aratura o dissodamento, ma vengono lasciati a vegetazione spontanea per moltissimo tempo – da un minimo di dodici mesi fino a decine, centinaia di anni. L’apporto dell’essere umano esiste, ma si limita a sfalcio e concimazione. Al resto ci pensano gli animali da allevamento, che dai prati stabili ottengono nutrimenti biodiversi, preziosi per il miglioramento della qualità del latte (e dei prodotti da esso derivati), più ricco di composti aromatici garantiti dalle erbe ingerite, di molecole antiossidanti e con un eccezionale rapporto fra acidi omega-3 e omega-6.

Tutto questo bioma, tuttavia, si sta perdendo, a causa dello spopolamento delle aree interne, dell’abbandono degli allevamenti estensivi in favore di quelli industriali e della diffusione delle coltivazioni monocolturali attraverso cui vengono nutriti gli animali. Risultato: il 16% dei prati stabili è perduto, un’area grande quanto la Bulgaria. Sulle nostre Alpi, il tasso sale al 45%.

Ma le coperture dei suoli con erbe e piante non soltanto migliorano la qualità dei prodotti forniti da mucche, pecore, capre, né agiscono positivamente solo sui terreni di montagna. L’Università di Cordoba ha indagato il loro impatto sugli oliveti. «La copertura del suolo non riduce solo l’erosione e il ruscellamento, ma anche le perdite di carbonio organico», spiega Francisco Márquez, scienziato del gruppo di ricerca AGR 126 dell’ateneo spagnolo.
I numeri sono impressionanti, e dovrebbero essere tenuti a mente quando assistiamo a scene di frane, smottamenti e inondazioni che, su terreni mal gestiti e degradati, non incontrano ostacoli. «La copertura del suolo è responsabile, in media, di una riduzione del 36,7% nel deflusso e dell’85,5% nell’erosione, e questa pratica ha ridotto la perdita di carbonio del 76,4%». Non è tutto: rispetto agli effetti della pioggia, le colture di copertura hanno fornito una protezione del 65,7% per tutta la s tagione – contro il 22,4% registrato nei terreni soggetti a lavorazione tradizionale.

Ciò che accade di sopra, insomma, aiuta la vita e la salute del mondo di sotto, e viceversa. Eccolo, di nuovo, quel circolo virtuoso: tecniche colturali lungimiranti, ampia varietà vegetale, fertilità del terreno, biodiversità microbica. Che a sua volta supportano straordinariamente la vita delle piante. Sono loro le prime beneficiarie dell’azione dei microrganismi del suolo, traendo dal terreno ben 18 dei 29 elementi essenziali per la loro vita. Il microbioma della rizosfera – ovvero, della porzione di terra che circonda le radici – rafforza inoltre il repertorio metabolico delle piante e facilita una serie di processi, tra cui la germinazione dei semi, l’insediamento delle piantine, la nutrizione, l’assorbimento dell’acqua, la crescita, la soppressione dei patogeni e la tolleranza allo stress.

La biodiversità microbica ci mostra inoltre come sia possibile sopperire ai prodotti chimici di sintesi in modo efficace e naturale. I batteri possono infatti costituire un’alternativa ai pesticidi. Su questo filone di studi sono impegnati i ricercatori del Wageningen University & Research, ente di ricerca olandese che sta studiando, grazie a un finanziamento pubblico di cinque milioni di euro, le potenzialità di questi microrganismi nel contrastare i parassiti delle piante, senza danneggiare l’ecosistema del suolo. I batteri sono infatti in grado di produrre particolari sostanze – i peptidi antimicrobici – capaci di uccidere gli agenti patogeni senza intaccare il restante microbioma di una pianta. Un contrasto selettivo che assomiglia alle più moderne tecniche mediche o microchirurgiche per eradicare una malattia senza danneggiare l’intero corpo, ma che viene garantito da migliaia di anni, in modo spontaneo e gratuito. I parassiti se ne vanno, la biodiversità del suolo resta intatta.

E su suoli sani e ben gestiti, tra i microrganismi che agiscono in modo straordinariamente efficace ci sono anche i funghi. Non è un caso che una loro ampia presenza venga osservata nelle aree erbacee non arate, e che per questo avevano avuto più tempo per costruire negli anni comunità microbiche più forti. Una qualsiasi manciata di suolo sano può contenere una sequenza di ife – i filamenti cellulari che formano il corpo vegetativo dei funghi – capaci di estendersi per oltre un centinaio di chilometri. Ma anche di interagire con le radici delle piante, fornendo sostanze nutritive e assorbendo la CO2. Un’abilità che non è solo poetica, ma ha risvolti interessanti anche dal punto di vista pratico ed economico: l’Università di Zurigo ha studiato le reazioni di campioni di suolo alle attività di cinque differenti combinazioni di funghi e batteri. I terreni con una maggiore presenza di funghi hanno rilasciato una quantità minore di CO2, trattenendo quindi un ammontare maggiore di carbonio.

Oltreoceano questa peculiarità non è passata inosservata: Funga (www.funga.earth), azienda di servizi ambientali di Austin, Texas, ha infatti deciso di lanciare progetti di rimozione dell’anidride carbonica attraverso l’impiego di microrganismi del suolo, e ha in poco tempo conquistato f inanziamenti da circa quattro milioni di dollari da parte di fondi d’investimento e di venture capital.

Oltre alla loro funzione di favorire il carbon storage del suolo, i funghi stanno dimostrando di avere anche un’altra capacità: ripristinare i suoli contaminati, disaggregando le sostanze tossiche ed evitando problemi di smaltimento. Una peculiarità per nulla marginale, se pensiamo che solo in Italia – calcola l’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e Ricerca Ambientale) – si contano oltre dodicimila siti contaminati. Aree territoriali a forte rischio, in cui l’insistenza di attività umane ha provocato nel tempo un’alterazione delle caratteristiche qualitative ambientali di suolo, sottosuolo e acque tale da figurare come un pericolo per la salute umana. Gli esperimenti effettuati da diverse università del mondo si stanno concentrando sull’inquinamento da petrolio e da metalli pesanti. I funghi, coltivati su terreni inquinati, si sono dimostrati in grado di nutrirsi dei composti organici, scomponendo i contaminanti a base di greggio ed eliminandone la tossicità. Nei suoli contaminati da metalli pesanti come il mercurio, i funghi assorbono invece le sostanze nocive: loro diventano tossici, ma il suolo torna pulito. A quel punto, insomma, lo smaltimento riguarda solo i funghi. Con conseguente risparmio di spazio in discarica.

«I funghi sono i più potenti decompositori presenti in natura», sottolineavano già un paio d’anni fa i ricercatori della Royal Geographical Society britannica. «Per milioni di anni si sono evoluti per sfruttare i residui delle altre specie, riciclando i nutrienti nell’ecosistema. Unici organismi sulla terra capaci di decomporre il legno, sono in grado di estendersi nel suolo con i loro miceli filamentosi, espellendo enzimi digestivi che consentono di decomporre i materiali complessi».

In una parola: micorisanamento. Uno dei tanti modi in cui la natura ci sta porgendo l’altra guancia.

 

 

Re Soil Foundation è un ente privato no profit. La sua nascita è legata alla necessità di promuovere la ricerca scientifica, il trasferimento tecnologico, la formazione e la divulgazione su uno dei beni più importanti, ma sempre più degradati del pianeta: il suolo.

Emanuele Isonio è responsabile dei contenuti giornalistici della Re Soil Foundation. Nel 2012 è stato premiato come miglior Young Journalist dalla Direzione Agricoltura della Commissione Europea.

www.resoilfoundation.org

[1] v. Regolamento (CE) n. 1107/2009 del Parlamento Europeo e del Consiglio, del 21 ottobre 2009, relativo all’immissione sul mercato dei prodotti fitosanitari e che abroga le direttive del Consiglio 79/117/CEE e 91/414/CEE – online @ eur-lex. europa.eu/eli/reg/2009/1107

[2] online @ www.slowfood.it/cosa-facciamo/salviamo-i-prati-stabili-e-i-pascoli

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