150 151 un'azienda che si ampliava in quel modo e così, credo intorno al 2007, ho assunto un amministratore delegato, un professionista nel bene e nel male, che ha introdotto molte pratiche commerciali canoniche. Alcune buone, altre meno. Ad oggi non so ancora se sia stata la cosa giusta da fare, ma di certo ha portato uno standard in Riverford. Alla fine se ne è andato, perché non mi piaceva il modo in cui gestiva l'azienda, ma è stata comunque una tappa di crescita. Suppongo ci abbia costretti a maturare, e in un certo senso ne avevamo bisogno. �ui in Italia abbiamo la distribuzione a chilometro zero, ma non ha mai riscosso grande successo. Secondo lei, perché questo sistema nel nostro Paese non funziona? Conosco meglio la Francia, ma credo che voi abbiate più alternative. Avete mercati migliori. Probabilmente è più facile acquistare i prodotti direttamente da una fattoria 0 in un mercato locale, quindi ci sono varianti di cui noi non disponiamo. Siamo stati il primo Paese che ha avuto una rivoluzione industriale, urbanizzandosi su larga scala, quindi abbiamo tagliato il nostro cordone con la campagna molto prima della Francia e dell'Italia, quasi ovunque. Di conseguenza, subiamo ancora una certa disconnessione rispetto alla vita che la maggior parte delle persone conduce... E penso che il nostro Box Scheme [piano di consegna settimanale di cassette di ortaggi coltivati localmente, freschi e stagionali, recapitati direttamente a casa dei clienti, NdR] sia un po' il nostro tentativo di riconnetterci con l'agricoltura, e con gli agricoltori. Forse in Inghilterra c'è una maggiore richiesta di questo tipo di prodotto perché non è facile da reperire in altri modi. Credo sia questo il caso della Francia, però non conosco così bene l'Italia. E che dire del vostro, di successo? Il motivo per cui abbiamo avuto un così grande successo – anche se in effetti c’è un'altra azienda, Abel & Cole, quasi altrettanto nota – è che ci siamo dedicati a lungo a tutto ciò, abbiamo imparato molto e siamo diventati davvero, davvero bravi. Spero non suoni arrogante, ma ci sono voluti quaranta anni di paziente cura per ogni minimo dettaglio. Abbiamo sbarrato l’ingresso a qualsiasi furbetto che, adducendo scuse di crescita, volesse farci fare altro, o acquisire altre aziende... Siamo abbastanza bravi nello storytelling, ma forse non siamo assi del marketing. Non ci lasciamo guidare dal mercato, conserviamo saldamente le convinzioni da cui prendiamo le mosse per ogni decisione, godiamo di molta fiducia da parte dei nostri clienti. E credo che probabilmente il fatto di essere così diversi – fatto di cui mi sento responsabile in prima persona – e sempre più conosciuti, sta nell’aver sfidato un sistema iniquo. Siamo stati percepiti come un faro di speranza, credo. E non si tratta solo del cibo, ma anche delle relazioni tra persone, dell’essere un’azienda di proprietà dello staff. Si tratta di dare prova di volontà di collaborazione, di condivisione, e così via. Di equità... Nel Regno Unito soffriamo di un'incredibile disuguaglianza, solo gli Stati Uniti ci battono, e questo sta diventando un problema enorme. Quindi penso che abbiamo rappresentato un’alternativa per tutte quelle persone che non sono soddisfatte dalla direzione in cui stanno andando l'agricoltura, l'industria alimentare, la vendita al dettaglio, né tantomeno dalla direzione in cui stanno andando la società, il governo e le imprese. Sono questioni che hanno anche del filosofico. Il motivo per cui abbiamo avuto successo – e questa era la sua domanda – è dunque che siamo riusciti a combinare questi aspetti con l'essere tecnicamente bravi in quello che facciamo. Conosciamo davvero la frutta e la verdura, mentre molti dei nostri concorrenti si sono lasciati trascinare principalmente dalla finanza o dal marketing, ignorando che gli ortaggi sono molto esigenti. Occorre capire cos'è la qualità, come la si ottiene, come la si mantiene attraverso la catena di approvvigionamento. Si tratta di aspetti molto dettagliati, nei quali ci siamo impegnati a fondo per averne la massima conoscenza e applicarla al meglio, anche dal punto di vista aziendale. Credo che l’aver combinato questo aspetto con lo storytelling, il coraggio e l’alternativa siano probabilmente le ragioni del nostro successo. È una risposta piuttosto lunga, spero che abbia senso… È sicuramente un’ottima risposta. E pensa che la responsabilità di essere equi e alternativi, seguendo la sua filosofia, comporti sacrifici? Voglio dire, lei non si è mai lasciato guidare dal profitto... Non sento di aver fatto alcun sacrificio, perché non desidero avere più soldi di quelli che ho. Sento di avere tutto. Faccio ciò che amo fare, ho l'autonomia per poterlo fare come desidero, ho più denaro di quanto me ne potrebbe servire. Ho tutto. Non ho fatto alcun sacrificio. Non c'è dubbio che avrei potuto vendere l'azienda a un prezzo molto più alto, ma ciò non mi avrebbe reso felice, quindi neanche quello è stato un sacrificio. Molti pensano che io sia pazzo e che sia stato immorale, a discapito degli azionisti, non aver massimizzato il valore, perché molte persone – probabilmente, la maggior parte – credono che questo sia lo scopo delle aziende. Io invece ritengo che i pazzi siano loro. Voglio dire, chiunque pensi che venti milioni di sterline ti renderanno più felice di cinque milioni di sterline è semplicemente un idiota. Si guardi intorno: crede che quel tipo di persone siano felici? Vivono nelle loro bolle recintate, con i loro enormi yacht, temendo in continuazione di essere derubati e preoccupandosi se gli amici stiano accanto a loro per i soldi o per chi sono realmente. Io non voglio questo. Chi vorrebbe davvero vivere in questo modo, alienato dal resto dell'umanità? Non ci vedo neanche un barlume di gioia. La mia seconda moglie mi ha insegnato a godere un po' di più della mia ricchezza. Il denaro ci dà la libertà di fare ciò che vogliamo, ho la possibilità di godermi un bell'albergo e magari andare in un ristorante di lusso, ma dopo un paio di giorni io desidero solo tornare a casa e lavorare alla fattoria. E in generale, mi piace molto di più la gente che lavora e il contatto con loro, piuttosto che quello con i ricchi. In via di massima, non amo i ricchi. Lo so, ha del pregiudizievole, ma li trovo volgari e non ho intenzione di passarci il mio tempo. Parte della questione dell’essere ricchi è che ci si trova sempre e solo fra altrettanto ricchi, e non fa per me, preferisco passare il mio tempo con le persone che lavorano in fattoria piuttosto che con quelle che possiedono aziende da cento milioni di sterline. Sono mille volte più interessanti, perché sono mille volte più umani.
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