26 27 Guida pratica per antenati. Tra storia e futuro della Responsabilità, come portare il pensiero lontano dall'oggi: conversazione con Roman Krznaric Federico Tosi, Sandro Di Domenico «È proprio questo il fulcro della questione sulla Responsabilità: c’è un’enorme nazione di futuri cittadini a cui la maggior parte di noi non sta pensando. E questa è una tragica ingiustizia». Roman Krznaric, filosofo sociale, serve osservazioni che colpiscono come sentenze e il suo discorso vuole essere una di quelle carezze che viene data per trasmettere fiducia e rimettere in moto. A guardarsi intorno motivi di ottimismo ne vede pochi, ma il problema è proprio questo: i dintorni non bastano più per capire il presente. Occorre andare oltre, guardarsi da fuori e in una prospettiva temporale, sia verso il passato, sia verso il futuro. In questo oltre, Roman Krznaric accompagna con esempi inediti o storicamente trascurati, in un assetto di pensiero che si può riassumere in questa domanda: come faccio a essere un buon antenato? Dicevamo di esempi utili. L’intervista comincia con la presentazione di Ossigeno e del numero dedicato alla Responsabilità – parola individuata, insieme a Rispetto e Condivisione, quale valore da riscoprire nel significato e rimettere al centro del rapporto dell’uomo con il suo ambiente di vita, naturale e sociale. Krznaric dice di adorare l’idea di affrontare il futuro attraverso la lente della Responsabilità e ci invita ad aprire l’articolo informando il lettore che, mentre l’intervista è in corso, la Romagna, regione dell’Italia in cui nasce Ossigeno, è alle prese con l’ennesima alluvione degli ultimi due anni. Un esempio perfetto per spiegare in che situazione siamo. Per capire che, come dice Krznaric: «Abbiamo colonizzato il futuro. Lo utilizziamo come una discarica in cui gettiamo, rigettiamo e abbandoniamo degrado ecologico e minacce di natura tecnologica, come se dopo di noi non dovesse restare più nessuno. Ma, ovviamente, qualcuno resterà. Ci sono milioni, miliardi di persone che abiteranno il futuro, e la tragedia consiste nel fatto che queste generazioni successive alla nostra sono prive di voce in capitolo all’interno della nostra politica… Se intendiamo davvero decolonizzare il futuro, credo allora che occorra pensare a noi stessi come a dei buoni antenati. La domanda di conseguenza sarà: come possiamo essere buoni antenati? Ecco quale credo che sia la principale questione esistenziale da affrontare nel nostro tempo». Con Roman Krznaric la conversazione, priva di domande, è stata orientata a liberare quanti più spunti possibili. Nel riportarli, ciò che ci limitiamo a fare è dare risalto a sette concetti, elevandoli a capitoli, tutti legati a un’azione, a un atteggiamento che può caratterizzare il buon antenato e il suo senso di Responsabilità, tema che Krznaric apre con due domande. La prima: quali doni mi accingo a offrire?, perché «Se ci pensiamo bene, guardando indietro, tutti noi siamo eredi di doni del passato. Le città in cui viviamo, le scoperte in campo medico, le reti fognarie sotto i nostri piedi. E poi le strade su cui camminiamo, gli acquedotti romani, persino alcune strutture economiche». La seconda: «La Responsabilità riguarda il dovere. Cosa abbiamo il dovere di lasciare in dote? E di conseguenza, cosa abbiamo il dovere di lasciarci alle spalle? Possiamo lasciarci alle spalle il colonialismo. E possiamo lasciarci alle spalle l’ossessione per la crescita economica, che sta distruggendo il pianeta». Etnosfera Il primo importante punto fermo è nella dinamica culturale, che deve condividere le necessità di tutti e deve influenzare i comportamenti. �uesto è vero in generale, ma ancor più fondamentale verso i più giovani, destinatari privilegiati delle riflessioni di Krznaric. Saranno loro ad abitare il mondo e loro hanno quella verginità di pensiero indispensabile per dare corso ai cambiamenti. «La biosfera ci fornisce l’aria che respiriamo, l’etnosfera l’aria culturale che respiriamo. Idee, presupposti, visioni del mondo. Ciò che cerco di fare attraverso i miei libri è offrire spunti di riflessione in grado di influenzare il nostro modo di pensare per gli anni a venire. Non devono necessariamente essere legati al mio nome, ma l’idea di essere un buon antenato, per esempio, è una metafora o un concetto che penso possa aiutarci a modellare le nostre azioni future, al di là del mero clic del pulsante acquisto immediato, spronandoci piuttosto a domandarci davanti allo specchio: cosa posso fare, oggi, per essere un buon antenato? Ritengo che sia questa la nostra reale sfida esistenziale: fare in modo che questa prassi si trasformi in abitudine. Il lato positivo è che gli esseri umani sono bravi a darsi delle abitudini. Siamo capaci di abituarci a tutto, al meglio così come al peggio». Scuola «Il mondo in cui viviamo racchiude in sé bellezza e orrore, ma anche opportunità. A cominciare dall’opportunità di ridisegnare l’assetto delle nostre istituzioni. Proprio adesso riesco a sentire i miei figli rientrare da scuola. Frequentano una scuola locale, in fondo alla strada, dove tutto ruota intorno alla logica dell’individualismo e della competizione. È una buona scuola, ma il problema sono piuttosto le fondamenta della nostra cultura: tra i loro compiti, ad esempio, non rientra il riunirsi in gruppo per risolvere un problema. Non ci pensiamo neanche. Ma perché? La nostra educazione è impostata in modo tale da non poter riuscire a rispondere efficacemente ai problemi che la nostra specie sta di fatto attraversando. Io lo trovo assurdo».
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