Ossigeno #13

28 29 Ottica alternativa Difficile chiedere cambiamento se il primo pensiero è legato al sacrificio, come quello di non poter prendere l’auto o di indirizzare i profitti di un’azienda sul riequilibrio del suo impatto ambientale. Partire così è dura, molto più stimolante andare a scoprire alternative a quelle che sono le nostre abitudini. «Credo che si tratti di un punto molto importante, e credo che le persone abbiano paura di parlare di sacrifici. Oggigiorno prevale piuttosto una sorta di ideologia winwin. Del tipo che dovremmo essere capaci, al contempo, di fare soldi e salvare il pianeta. Ma non è così che funziona! Magari sarebbe il caso di pensare un po’ meno al denaro, se vogliamo davvero salvare il pianeta. Naturalmente molte religioni – come, ad esempio, il cattolicesimo – sono caratterizzate da una lunga tradizione basata sull’idea del sacrificio. Ma concretamente ritengo che ci siano altri modi di concepire il sacrificio. Per esempio: quando città come Parigi o Amsterdam dichiarano: “Bene, entro il 2030 qui non sarà più permesso guidare auto a combustibili fossili”, le persone reagiscono del tipo: “Oh no, mi state portando via la libertà! Altro che sacrificio, questo è chiedere davvero troppo!”. Ciò che i governi dovrebbero fare, invece, è saper proporre migliori alternative. Allora occorrerebbe un: “D’accordo, magari non potrai circolare con la tua auto in città, ma miglioreremo il trasporto pubblico fornendoti tram o autobus gratuiti”, soluzioni di questo tipo». «Soprattutto in ambiti come i trasporti, possiamo ancora cambiare le cose. Ma dobbiamo necessariamente pensare a lungo termine, perché soltanto così ci renderemo conto che città incredibili in Italia, dove probabilmente non sarebbe del tutto sicuro neanche girare in bicicletta, saranno – e di fatto sono già – piene d’acqua. Basti pensare alle alluvioni che hanno colpito l’Italia negli ultimi due anni. In che mondo vogliamo vivere? E non sto pensando soltanto a generazioni future, distanti da noi di altre sette generazioni; io sto pensando proprio a noi, a quello che potrebbe accaderci l’anno prossimo». Empatia Studiare l’attività di Roman Krznaric ti porta dentro un museo dedicato a un tipo di intelligenza poco celebrata. Sì, perché l’empatia è una forma di intelligenza, meno blasonata di quella logica o spaziale, pur rappresentando una facoltà psichica e mentale indispensabile per chi, come l’essere umano, è animale che vive in gruppo, in comunità. Nel 2015 Roman Krznaric ha dato vita al progetto itinerante del Museo dell’Empatia, che «è stato concepito per permettere alle persone di mettersi nei panni degli altri [in inglese, ‘camminare nelle scarpe altrui’, NdR]. Una delle nostre mostre principali si chiama Un miglio nelle mie scarpe: si tratta di una gigantesca scatola di scarpe, di cui ci sono bellissime fotografie online, all’interno della quale puoi camminare come se ti trovassi dentro un’enorme scatola di scarpe, appunto. L’abbiamo pensato come fosse il primo negozio empatico di scarpe al mondo, ragion per cui alle persone viene assegnato un paio di scarpe appartenenti a un perfetto sconosciuto – un monaco buddista, un attivista ambientale, un rifugiato siriano… – e loro possono letteralmente camminare per un miglio nelle loro scarpe, mentre ascoltano una narrazione audio della loro vita, raccontata dalla viva voce dei diretti interessati. Semplice e potente. Abbiamo raccolto scarpe e storie in ogni angolo del mondo, ovunque siamo andati, ovunque continuiamo ad andare. In Italia abbiamo collaborato con un ente molto valido con sede a Milano, la Fondazione Empatia, portando anche lì la mostra. Ed è stato un grande successo. Attualmente, il Museo dell’Empatia si trova sia a Montreal che in Belgio, perché lo presentiamo in diversi luoghi. Non è che un percorso, ma volendo addentrarci in un cammino rieducativo profondo, gli alleati imprescindibili non possono che essere i bambini». «A proposito del Canada appena menzionato, mi viene in mente che lì c’è uno straordinario programma di apprendimento dell’empatia – Le radici dell’empatia, richiamando le radici di un albero – cui hanno partecipato più di un milione di bambini. Il programma prevede che un bimbo o una bimba venga portato in una classe composta da altri bambini, di età compresa tra i cinque e i dieci anni, e che tutti si siedano attorno. E ne comincino a parlare: “Perché sta piangendo?”; “Perché sta ridendo?”; “Perché sta guardando la sua mamma o il suo papà?”. Cercano anche loro di mettersi nei suoi panni. È una questione di empatia. Il bimbo torna spesso in classe, nel corso dell’anno scolastico, e questi incontri servono per parlare di cosa significhi essere un bambino, dal prenderle al parco giochi al vivere con la propria famiglia nelle strade di Calcutta. Ma si guarda anche al futuro. Di cosa avrà bisogno tra trenta anni? Come sarà la sua vita? Come possiamo sostenerlo, oggi, perché il suo futuro possa essere sereno? Si tratta, quindi, di una profonda educazione alla Responsabilità – in termini di spazio, ad esempio nei confronti di persone che vivono dall’altra parte del mondo, e in termini di tempo. Spazio e tempo. È un tema molto potente, e molto incisivo. Lo vedo come un modo per cercare di dare forma a un nuovo paesaggio morale, e di tanto in tanto ne vado a parlare con i rappresentanti politici». «Non molto tempo fa, per esempio, mi sono recato al Senato olandese, per discuterne sia coi partiti di destra che con quelli di sinistra, con tutti. Ho tenuto un discorso in cui esprimevo la mia opinione sul motivo per cui si dovrebbe essere buoni antenati e sul perché si dovrebbero istituire assemblee di cittadini che possano sostituirli. L’idea non ha suscitato grande entusiasmo [Roman Krznaric ride mentre lo racconta, NdR], ovviamente. Ho suggerito di chiudere almeno una Camera e sostituirla con assemblee civiche, almeno per il 50%; io non la trovo affatto una proposta insensata. Nel Belgio orientale, per esempio, è stata istituita un’assemblea civica permanente, e a Bruxelles ce n’è un’altra di questo tipo sul cambiamento climatico. Ma quello che ci tengo a sottolineare è che è molto difficile far cambiare idea a chi è già di fatto un rappresentante politico. Ecco perché è così importante lavorare con le giovani generazioni e avere una visione a lungo termine, per poter ripensare il concetto di Responsabilità». «La Responsabilità comporta sempre rivoluzioni. Voglio dire, se prima della Seconda Guerra Mondiale la gente donava soldi a un ente di beneficenza, non sarebbe mai stata disposta a farlo se il suddetto ente si fosse trovato dall’altra parte del mondo. Le persone avrebbero con molta probabilità scelto di aiutare qualcuno appartenente alla loro comunità, o alla loro parrocchia locale. È soltanto dopo la Seconda Guerra Mondiale che si è largamente diffuso un sentimento di empatia anche per le persone all’altro capo della Terra. È ciò che fanno organizzazioni come Medici Senza Frontiere. E poi, più o meno negli ultimi dieci anni, è accaduto qualcosa di molto interessante: l’espansione dell’idea di Responsabilità nei confronti delle generazioni future».

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