62 63 Il corpo e il riparo: arte contemporanea e responsabilità. Conversazione coi Fratelli D’Innocenzo Fabiola Triolo Allora: se per responsabilità si intende la capacità di rispondere delle proprie azioni, permettetemi di partire non da un astratto, ma da un fatto. Il 16 novembre 2023, a mondo sempre più in fiamme, il comitato responsabile della nomina curatoriale di documenta 2027 – tra le manifestazioni di arte contemporanea più attese al mondo, nata all’indomani della Seconda Guerra Mondiale con uno scopo ben preciso: ricordare che l’arte e la cultura sono la più potente linea di difesa dell’umanità – si dimette in blocco, facendo eco alla rinuncia di altri due membri: il poeta e critico d’arte Ranjit Hoskote, dopo la pubblicazione di un articolo che lo accusava di antisemitismo e simpatie per il movimento Boycott, Divestment & Sanctions a sostegno del diritto a esistere della Palestina, e Bracha Lichtenberg Ettinger, artista, filosofa e psicoanalista israeliana. �ueste le parole con cui si chiudeva la lettera di dimissioni del comitato: «In questo clima di semplificazione di realtà complesse, con quanto consegue in termini di restrizioni intellettuali, non crediamo che ci sia spazio in Germania per uno scambio aperto di idee e per lo sviluppo di approcci complessi e sfumati, di cui gli artisti e i curatori hanno bisogno». Di fatto l’assunzione della responsabilità delle proprie dimissioni, da parte del comitato, avrebbe potuto (e voluto) tradursi in una sola parola: sveglia. Sveglia, la vitale responsabilità a cui è chiamata l’arte contemporanea sulle coscienze di un mondo sempre più in fiamme e sempre meno capace di affrontare la vera cifra del contemporaneo: la complessità. Senza voler scomodare quella mia personale crush platonica che è il Professor Giorgio Parisi, che sulla sistematizzazione dei sistemi complessi ci ha vinto un Nobel nel 2021, arrivo anche io nota zappa in Fisica a capire che la complessità presuppone la compresenza di più voci, e che semplificarla equivale a zittirne o a sottorappresentarne qualcuna. Del resto, in un sistema complesso come è quello affollato da noi esseri umani, alla Dichiarazione Universale dei Diritti – che, all’Articolo 29, sancisce la Responsabilità come un complesso di doveri dell’individuo verso la comunità, non andando però oltre l’astrattezza della definizione – fa eco una Dichiarazione Universale delle Responsabilità Umane. Pubblicata nel 1997 dall’InterAction Council, comitato che si riunisce con regolarità e composto da trenta ex leader globali, il decalogo si propose di colmare quel vuoto attraverso 18 articoli, corrispondenti ad altrettante responsabilità cui ogni essere umano è universalmente chiamato – dal rispetto della vita al rispetto dell’ambiente, dalla libertà dei media all’impegno di sviluppare le proprie capacità, dalla solidarietà alla giustizia. Poi però, al di là delle buone intenzioni su carta intestata, di fatto succede che il comitato di documenta si dimette per disperazione, un Padiglione della Biennale rimane chiuso a oltranza senza che qualcuno si sia preso la briga di sapere cosa avrebbe esposto, su un neocatecumenale palco di Sanremo arrivano, mano nella mano a intonare Imagine, un’israeliana e un’israeliana (?), mai sia che bissiamo lo scandalo di cui si è reso responsabile Ghali l’anno prima per aver osato pronunciare tre parole sacrosante: stop al genocidio. Me la ricordo, la sua replica quando l’hanno accusato di usare il palco per rivendicare una denuncia: «E per cos’altro lo devo usare? Io sono un musicista». Come dire: in un mondo sempre più in fiamme e sempre più prono all’unilateralismo da ultrà, mentre terre insanguinate sono divenute terreni di raccolta delle bave di neo-conquistadores, chi altro e chi meglio può assumersi la responsabilità di gesti visionari e coraggiosi, se non l’artista? Ripeto, visionari e coraggiosi, all’opposto siderale di didascalici e retorici, perché non c’è artista meno impegnato di colui che si proclama tale e perché, se perde tempo a decorare attualità o politica, semplicemente non è arte. Sedicenti artisti in posa da salvatori dell’umanità, un ideale mercificato in content e una bolla per vetrina, artwashing o propaganda la prassi: per favore, voi che vi chiamate artisti, basta. E per favore, voi che vi chiamate sistema dell’arte, sveglia. Se la cifra del contemporaneo è chiaramente la complessità, tornate a scandalizzarci con la vostra, di responsabilità, di visioni disturbanti ma proprio per questo fertili; metteteci di fronte alla nostra, di responsabilità, di riuscire a elaborare pensieri critici e complessi, come critici e complessi sono i tempi. Sfidateci, scuoteteci, svegliateci. E svegliatevi. «’A pà, a te t'ha fregato il benessere. Tu facevi il capomastro, invece oggi c'hai i soldi e te scandalizzi», sentenziava nel 1983 Christian De Sica, beccato dai genitori a letto col maestro di sci in quel fenomeno di costume che è stato il primo Vacanze di Natale (sì, Vacanze di Natale, me la assumo tutta la responsabilità di questa citazione che farebbe squarciare le naftaliniche-ma-scicchissime vesti al milieu dell’arte contemporanea, come del resto prima per Sanremo; e il fatto che anche Vacanze di Natale sia stato fregato dal benessere, degenerando in cinepanettone e preferendo la cassa del botteghino allo schermo, è un ottimo esempio di quanto la cultura sia nel tempo diventata agnello sacrificale sul confortevole e sterile altare della attuale deresponsabilizzazione e pochezza storica). Complice il benessere, abbiamo sviluppato un’atavica paura del rischio. E dello specchio. Perché se si parla di responsabilità occorre sempre guardarsi allo specchio, e riflettersi, e riflettere. Perché un mondo in fiamme è il riflesso di quello che noi abbiamo fatto. E perché l’artista, scrisse Orwell in Nel ventre della balena, «suona la cetra mentre Roma brucia, e diversamente dall’immensa maggioranza delle persone che fa la stessa cosa, suona con la faccia rivolta verso le fiamme». L’artista non ha paura di riflettersi, e riflettere, nel fuoco. L’artista ci entra dentro, consapevole che l’unico modo per uscirne è entrarci.
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