Ossigeno #13

64 65 Succede allora che – a fronte di un’irresponsabile arte da museo che si è messa talmente comoda su quelle pareti incensate da essersi auto-disinnescata, presa com’è a compiacersi della sua didascalia o del suo roboante comunicato stampa, con quell’atteggiamento da mansplaining di chi pretende di venirti a spiegare qualcosa tenendosene prudentemente alla larga – altri territori del contemporaneo mi sembrano infinitamente più ricettivi, più coraggiosi, meno egoriferiti, più coscienti del fatto che, per svegliarti, bisogna disturbarti. Così come I demoni di Dostoevskij, Salò o le 120 giornate di Sodoma di Pasolini o Il diritto del più forte di Fassbinder sono insostenibili, la prima volta che ho letto Walter Siti e Nicola Lagioia mi sono davvero sentita a disagio. Assistere a un’opera di Romeo Castellucci è tipo un frontale, vai lì con la consapevolezza che ti stai mettendo a rischio, e vivaddio. This is America di Childish Gambino, traccia e video, destabilizzano. E Caligari e Garrone e Cronenberg e Lanthimos (soprattutto quello pre-budget hollywoodiano come è stato per Almodóvar, perché la funzione delle radici è quella di tenerti saldo a terra)... �uello che voglio dire è che, se attualmente la stragrande parte dell’arte visiva resta per lo più appesa alle pareti guardando un mondo in fiamme dall’alto in basso, molta più musica, letteratura e cinema contemporaneo non hanno paura di attraversare il fuoco, di sporcarsi, di sfrangiarsi nella complessità dello spirito del presente affrontando a tu per tu l’abisso, immedesimandosi in esso, raccontando con responsabilità – e con l’accoglienza di chi lo conosce, e con la speranza di chi ci crede ancora, e con la cura di chi ne rispetta ogni dettaglio – l’altro da sé. Così, quando mi è stato detto che il tema di questo numero di Ossigeno sarebbe stato la responsabilità, il desiderio di portare su queste pagine Damiano e Fabio D’Innocenzo è stato immediato. Perché sanno raccontare e raccontarsi carnalmente, assumendosi sempre la responsabilità delle loro visioni. Perché sono autori della migliore scrittura – dalla poesia (Mia madre è un’arma, ed. La Nave di Teseo) alla sceneggiatura (non solo dei loro lungometraggi ma anche, una su tutte, di Dogman di Matteo Garrone; e non sto a salmodiare tutti i premi da loro vinti, perché per quello ci sono Wikipedia & co. e perché da queste pagine preferisco sempre dare risalto al pensiero, che sostanzia il palmares di ogni straordinario artista incontrato) – ma anche della migliore fotografia (Farmacia Notturna, ed. Contrasto), e soprattutto del migliore cinema del nostro consumato tempo, prendendosene cura senza fargli o farci sconti, rigettando ostinatamente la sua svendita al soldo del consenso mainstream. Ma c’è anche un altro motivo per cui ho pensato che i Fratelli D’Innocenzo, nati lo stesso giorno della presa della Bastiglia di 37 anni fa, in un certo qual modo chiamati alla rivoluzione, fossero perfetti per una conversazione sulle responsabilità dell’arte contemporanea: perché una di queste è la capacità di comprendere l’altro, e loro sono due gemelli che si amano profondamente, e credo che nessuno più di due gemelli possa sapere cosa significa la croce e la delizia dell’accogliere l’altro da sé, del proteggerlo, del rispettarlo ancor più di quanto si è disposti a proteggere e rispettare sé stessi: «Avere un gemello ti rende più propenso ad ascoltare il dolore di qualcun altro. Ho un’immagine davanti agli occhi, il mare d’estate e noi due bambini, Damiano travolto da un’onda e io che mi ritrovo solo. Mi sarò voltato una ventina di volte a cercarlo, mi sono figurato la vita senza di lui. �uando è risbucato, lui rideva e a me mancava l’aria», ha rivelato Fabio ad Angelo Carotenuto durante un’intervista del 2020. E mi accorgo che, nel rispetto dell’unicità, ogni loro opera non è firmata Damiano e Fabio, ma Fratelli D’Innocenzo. Una società a responsabilità illimitata, dal momento che si stanno prendendo carico della responsabilità pesante, ma salvifica, dell’arte. responsabilità del contesto: la fame - T’è piaciuta? - Commovente. - E allora perché nun piagni? - Nun me vie' da piagne… - Perché te nun te 'mpegni mai. – da La terra dell’abbastanza, regia dei Fratelli D’Innocenzo, 2018 I Fratelli D’Innocenzo si/ci immergono in contesti che conoscono bene, prima responsabilità nei confronti dell’arte e dello stesso stare al mondo, perché l’interpretazione senza conoscenza è supponenza. Sono nati a Roma, quartiere Tor Bella Monaca. Sono cresciuti seguendo gli spostamenti del papà pescatore sul litorale laziale. Si sono diplomati all’alberghiero come paracadute, ma sono stati affamati fin da piccolissimi di cultura e controculture, di cui si sono sfamati da autodidatti. Non c’è nulla, nel loro ritrarre la periferia, di tutta quella robaccia porno-estetizzante che si gingilla tra la romanticizzazione paternalista e il disagio gratuito, ben più facile da giudicare e digerire per generalisti e benaltristi, alla faccia della complessità. È la vita che cresce ai margini – in casermoni-dormitorio abbandonati e brulicanti, o in casermette a schiera con bagnarola gonfiabile e altri pseudo-status symbol plastificati – a essere protagonista delle loro opere. Vita che pulsa viva e scomoda e incapace di impegnarsi, di assumersi la piena responsabilità delle sue azioni, perché ha troppa fame. Ma è lì che splende, ai margini, sgraziata disgraziata e piena di grazia, in Mirko e Manolo che divorano la pizza di cicoria e subito dopo gommine che sanno de cicoria (La terra dell’abbastanza, 2018); in Viola, con la parrucca sintetica perché ha preso i pidocchi, di fronte alla sua torta di compleanno razziata (Favolacce, 2020); in Ambra fluo, nel giacchetto e negli occhi, che si ingozza di bombe al cioccolato e chiede al padre cosa lui voglia fare da grande (Dostoevskij, 2024). Sono esseri umani in modalità all-you-can-eat, gatti che soffiano se vedono una mano avvicinarsi, corpi elettrici in tute di acetato, funamboli tesi sul filo della passacaglia della vita (vi prego di prestare attenzione anche alle colonne sonore scelte con estrema cura dai Fratelli, una su tutte Città Notte di Egisto Macchi, contesti che potenziano il contesto) che, totalmente inconsapevoli, portano su di sé tutto il carico del loro disturbante splendore. È un neo-neorealismo curatissimo, fatto di un fraseggio di inquadrature che vanno da quelle asfittiche, come occhi di videocamere di sorveglianza, a quelle artistiche, come i notturni di incomunicabilità di Hopper. È un neo-neorealismo affilatissimo, popolato da sogni da quattro soldi e micro-ambizioni da buongiornissimi, dato un orizzonte che non va oltre uno schermo nero che ti sfama e ti affama, un preconfezionato abbastanza che si è incistato nella pelle nella testa e negli stomaci dei loro affamati semidei. Eppure, io credo, la fame è essenziale, come la paura, purché si abbia la forza di cambiarne il segno, ben oltre certi dubbi progetti di riqualificazione dall’alto (parola pericolosa, sa di bonifica). La stessa arte nasce da fame e paura: a Lascaux l’essere umano, non sapendo in quale altro modo esorcizzarli, graffiò sulle pareti la sua fame e i suoi timori.

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