Ossigeno #13

68 69 Domando allora ai Fratelli qual è la responsabilità del contesto, il peso della geografia, sulla persona, e il valore che conferiscono alla responsabilità personale prende corpo fin da subito: «Siamo convinti che siano le persone a definire un luogo e non il contrario, come comunemente si pensa. Se tra un luogo e i suoi abitanti esiste una correlazione, allora l’infezione viene portata dagli abitanti. Non esiste un nesso causale diretto, dove diretto significa chiaro e quindi rassicurante. Siamo continuamente spiazzati da come in luoghi insospettabili accadano cose terribili. Ma anche da come uguali tragedie si verifichino in contesti facilmente prevedibili, quasi predisposti. Allora dov’è la differenza? Solo nello sguardo. Se si giudica una periferia con lo sguardo del santo che poggia i piedi su un suolo compromesso e prega per chi ci vive, saremo predisposti a una retorica facile facile, cattolica e babbiona. Romanticizzare un luogo ha lo stesso effetto del condannarlo: entrambi si fondano sull’ignoranza di ciò che si sta davvero guardando. Noi non abbiamo guardato, anzi, standone dentro, abbiamo coperto lo sguardo, e lì, in quei momenti, abbiamo assimilato tantissimo». Se l’immagine è lo scandalo della vista, ciò in cui lo sguardo inciampa di continuo, e se il nostro rapporto con le immagini è ormai quello patologico della bulimia, allora occorre rendere responsabile lo sguardo. «Il processo della digestione condiziona tutto, ovviamente. Noi abbiamo visto il brutto nel bello, il bello nel brutto, il bello nel bello e il brutto nel brutto. Poi, abbiamo compreso che definire le cose fosse un’idiozia. Per questo non ci consideriamo sfortunati nell’essere nati in una periferia complicata. È solo un fatto. E ribaltare i fatti è un compito che ci siamo scelti. Sia nel cosa facciamo, sia nell’origine del perché lo facciamo – e teoricamente, non saremmo noi le persone deputate a questo ruolo». responsabilità della formazione: l’errore «�uando ci dicono “Voi siete autodidatti”: l’unico modo è quello. �uando la scuola diventa il primo passo per l’omologazione, diventa tutto molto, molto, molto, pericoloso». – Manuel Agnelli, Leoni per Agnelli: musica per gli occhi. Damiano e Fabio D’Innocenzo, Radio 24, 2024 Già, ribaltare i fatti, saper vedere oltre una posizione di rassegnazione che è di comodo, assumendo invece su di sé la responsabilità di un ruolo cui non si sarebbe deputati, come chiude il suo editoriale su questo numero di Ossigeno Raffaele Alberto Ventura e come dicono i Fratelli: è ciò che fa l’artista in modo pressoché ignorato – eppure, la storia insegna, quando la politica ha ascoltato l’arte, ha rigenerato la vita – attraverso una capacità di sguardo responsabile e un immaginario fecondo e affamato, da nutrire come suolo fertile. �uando domando a Damiano e Fabio quali immagini abbiano formato il loro immaginario, la loro risposta mi colpisce: «Di riferimenti ne abbiamo tanti, e fieramente contraddittori: Pedro Costa, Romano Scarpa, William Gaddis e Vollmann, Charles D’Ambrosio, L’opera galleggiante di John Barth, Upton Sinclair, Federigo Tozzi, Paolo Volponi, Antonio Moresco, Ivano Ferrari, Milo De Angelis, Bruno Enna, Tommaso Landolfi, Giuseppe Berto, Piero Chiara, Don Rosa, Giorgio Manganelli, Sportswriter di Richard Ford, Schulz, Gombrowicz, Papini, Morselli, Ageev, Bilenchi, D’Arrigo, Delany, Pizzuto, Sciarrone». I Fratelli rivendicano i riferimenti del loro immaginario come un pantheon contraddittorio – dal più fervente credo alla più agnostica imprecazione, dal pastello infantile al noir maturo – ma non è questo il punto perché, uno su tutti, fu Pasolini in Porcile a stabilire la necessità costruttiva della contraddizione. Ciò che mi colpisce è che, su un rosario laico di 29 grani, uno solo è un regista, cinque i fumettisti, ma 23 sono scrittori e poeti. Ventitré su ventinove, tipo l’ottanta per cento. Il loro immaginario è fatto di parole. I Fratelli mi stanno dicendo che per un artista l’immaginazione, al di là di immagini preconfezionate, è formazione continua e lotta continua, che Fabio e Damiano allenano trasformando parole su parole nelle loro potenti immagini. In effetti, la loro opera può essere letta come una dichiarazione d’amore nei confronti della scrittura attraverso la loro, di scrittura, visionaria e guasta e tenera e complessa e raffinatissima, fatta di un lessico selvatico, dinoccolato, non mediato, non compromesso. Come per il diario scritto da una bambina a penna verde in Favolacce che innesca una rêverie acerba e tragica, nel senso drammaturgico greco. Come in Mia madre è un arma, che custodisce lo stesso stupore bambino nel rivendicare che scrivere significa esistere. Come nel dialogo sincopato e fraterno che fa da controcanto alle tavole fotografiche di Farmacia notturna. Così, in Dostoevskij, una confessione insostenibile è sostenuta da un rapporto epistolare che è una vicendevole sindrome di Stoccolma, parole sapientemente dosate che ti squarciano nei loro annunci ferali. �uello che i Fratelli scrivono e plasmano è un microcosmo popolato da ribaltamenti di ruolo clamorosi – ribaltare i fatti è il compito che ci siamo scelti, hanno confessato qualche riga fa – a cominciare da quelli di una famiglia del Mulino Bianco implosa di fronte alla complessità dei tempi, di cui i soli che sembrano avere lucida la visione e forte la responsabilizzazione sono i bambini, taciturni composti riflessivi bellissimi e carichi di responsabilità che non sono le loro. Ma che si assumono. In quel microcosmo i bambini non solo ci guardano, come da titolo neorealista, ma scrivono e raccontano, sostenendo la responsabilità non soltanto dello sguardo ma anche della parola – che, come sempre più spesso ci si dimentica, è pietra. Così, ritornando al nostro macrocosmo slabbrato, al momento fondamentale della formazione – di un bambino come di un artista – si oppone una (de)formazione scolastica e accademica omologante che taglia con il machete le ore d’arte, causa di una specie di mutazione transgenica della bottega artistica in circoletto onanista. Una procedura standard in capo a un ministero del c.d. merito (lasciamo perdere…) che sospende insegnanti come Christian Raimo, colpevole di raccontare l’importanza di essere partigiani. Di conseguenza, quando hanno avuto la possibilità di scegliere, Damiano e Fabio D’Innocenzo hanno scelto di fare da soli, di prendersi la responsabilità della formazione del loro immaginario, con risultati che hanno fatto spalancare la bocca al mondo. Ma, in qualche maniera dimostrando quanto fondamentale sia la formazione, quando non avevano ancora facoltà di scegliere hanno incontrato l’eccezione che conferma la regola – perché sì, esistono anche esempi lucenti attraverso i quali, di tanto in tanto, puoi tornare a respirare, a fare pace col genere umano. Succede così che, negli anni del grunge, in un plesso scolastico della periferia romana, il maestro Antonio Bernardini legge con orgoglio e soddisfazione alla classe prima elementare il classico tema da lui assegnato Che lavoro fa tuo padre? nel cui svolgimento l’alunno D’Innocenzo Damiano, per spiegare che loro padre in quel periodo gestiva un rimessaggio di barche, scrive: Mio padre chiude il mare. Leggendo in superficie, inutile opporsi, un errore; ma andando in profondità – primo grande insegnamento di quel santo del maestro Antonio Bernardini – è una delle cose più

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