Ossigeno #13

71 70 toccanti che io abbia mai letto. Succede così che, negli anni del grunge, in un plesso scolastico della periferia romana, il maestro Antonio Bernardini manda al diavolo la formalità di parzialissimi criteri meritori e insegna ai suoi alunni che un errore è tale solo se ci si limita a leggerlo in superficie, senza prendersi la responsabilità di andare a fondo, formando gli alunni D’Innocenzo Damiano e D’Innocenzo Fabio, indubbiamente ricettivi, alla capacità dirompente dell’immaginazione e alla potenza profonda delle parole – e mi fa sorridere sapere che, per molti anni, la password di Damiano per la qualsiasi, per sua stessa ammissione, sia stata antoniobernardini. Se l’errore è un momento formativo spesso più illuminante del canone, se un bambino può scrivere Mio padre chiude il mare e imparare che dentro c’è un senso più vitale di quello propagandato monodimensionale e insulso della formalità – e, peggio mi sento, della produttività come imperativo assoluto – la lezione da trarne è che occorrerebbe sempre assumersi in prima persona la responsabilità di una propria formazione laterale, perché nessun programma ministeriale prevede di insegnarti quanto sia importante l’errore come capacità di rigenerazione e l’immaginazione come prassi. Così da Damiano e Fabio D’Innocenzo mi piacerebbe sapere, se fosse affidata loro la responsabilità di formare giovani vite all’arte – a una postura costruttivamente critica nel mondo – quale sarebbe la loro prima lezione. «È importante che tu abbia usato il termine formazione e non educazione, per ovvi motivi», cominciano col dirmi, mostrando ancora una volta quanto sia importante il peso delle parole. «La domanda che ci poni è complicatissima, e la prima risposta è il dato di fatto di esserci sempre sottratti alle opportunità di insegnare. La tecnica cinematografica è intuitiva. I ragazzi nascono con il telefono in mano, girano video, li montano, li musicano. È chiaro che, a volte, la destinazione e il contenuto di questo lavoro sono effimeri, ma tra mille ci sarà sempre qualcuno che ambisce a dire di più, a esplorare di più. A entrare negli errori, a vivisezionare. Sia la scrittura che la formazione di un gusto estetico procedono per tentativi. Ed è importante che la fame sia alta, per sopportare tutte le volte in cui il risultato non è all’altezza della nostra ambizione. Solo chi va avanti contro tutto e tutti sopravvive alla mediocrità di non fallire veramente. Ed è questa la condizione essenziale per un artista. L’artista deve trovarsi sempre a tu per tu col baratro, e cercare soluzioni per non caderci dentro». È che so bene quanto sia luminoso il loro ragionamento. So bene cosa significa imparare l’arte da sola solo perché ti scalda il sangue nelle vene. E so anche bene quanto sia insidioso il presente, perché la mia di formazione è stata quella di una ossessionata dal voto, e da madre di una giovane donna iscritta all’università lotto continuamente con me stessa per non ricascarci, e vedo che per un docente che non può prescindere dal chiederle l’esatta volumetria della scena alla tedesca nel teatro medievale ce n’è un altro che, alla domanda sul rapporto tra musica e tecnologia, l’ha fermata e le ha detto sì bene ok ma a me interessa sapere tu, cosa ne pensi. «È un presente difficile per le nuove generazioni. Tante cose non vengono nemmeno provate per paura di risultare imbarazzanti, quando invece la giovinezza è il momento in cui dovremmo vivere proprio nell’imbarazzo. È il momento in cui tutto l’imbarazzo del mondo ci spetta. Invece, c’è una paura enorme di essere cringe. Tutto è cringe, ma quello che ancora non sembra essere stato colto è che cringe è una definizione sciocca, usata in contesti ancora più idioti, e che prolifera negli ambienti dove il tentativo non è contemplato. O meglio, non è liberamente contemplato. Liberarsi di ogni imbarazzo e avere rispetto del proprio pudore: è l’unico consiglio che ci sentiamo di dare – oltre a quello, più semplice, di evitare di procrastinare all’infinito. Se puoi sbagliare, fallo ora». responsabilità dell’arte: il disturbo «Recentemente ho compreso che i film che hanno un consenso così largo e popolare sono film che non parlano a nessuno, mi pare che non appartengano a nessuno, motivo per il quale tutti vanno a vederli: perché non dovranno tornare a casa e rifletterci. E per me questo è destabilizzante, perché per me l’arte, alta o bassa che sia, deve essere scomoda, deve darti un po’ di prurito, altrimenti vatte a fà ‘n massaggio». – Mattia Carzaniga, Profondo D’Innocenzo, Rolling Stone, 2024 C’è poco altro da dire: la più grande responsabilità degli artisti è quella di riuscire a tenere fede al loro capitale valore di essere problematizzatori. Al cospetto delle loro opere, o dei loro pensieri, devono essere capaci di metterti in crisi, costringerti a riflettere su un masticato status quo, ad assumere una posizione che sia onestamente tua. È ciò che fanno i Fratelli, rivendicando la diversità come autenticità senza mai mercificarla in brand instagrammabile o in strumento dell’artwashing – «Felice chi è diverso / essendo egli diverso. / Ma guai a chi è diverso / essendo egli comune» scrisse Sandro Penna nel 1938, profetico rispetto all’attuale autosabotaggio che perpetriamo con quella costanza sadica, da accanimento terapeutico, al grido bifronte di Broadcast Yourself. Diversità magnificata nel loro corpus di opere come fosse un caleidoscopio, sia rispetto al medium – regia, sceneggiatura, fotografia, poesia, adv, videoclip, il fumetto del maialino malconcio Gino Pilotino disegnato a sei anni attraverso cui, nelle loro parole, hanno scoperto l’esistenza dei denti del papà che si spanciava orgoglioso a ridere – sia rispetto all’estetica. Nella assoluta padronanza dell’inquadratura fin dalla loro prima opera, La terra dell’abbastanza è fatto di carrellate nervose guidate alla luce fredda di un neon. Favolacce di memorie seppiate di corpi dismorfici, pance e capelli e tagli nazi di contro alla divina grazia dei bambini. America Latina (2021) è un cunicolo di quadri perfettamente simmetrici per sovrapporre l’ordine di un canone di bellezza al caos di una mente malata. Il videoclip della traccia di Ghali Niente panico (2024) è un primissimo piano che ti esplode in faccia per insegnarti a sostenere lo sguardo dell’altro, e quello di Epilogue per Gucci (2020) porta la saturazione vivida di elementi surrealisti nella composizione della più visionaria fotografia contemporanea. Dostoevskij, con la sua grana materica, sporca e graffiata in 16 mm, sembra un’opera espressionista traslata in serialità (del delitto, oltre che del format), una gastroscopia che indaga cavità indicibili attraverso il piano sequenza granuloso della microcamera di un sondino.

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