Ossigeno #13

100 101 Il corpo e il riparo: la condivisione nell’arte contemporanea. Poli-conversazione con: 1 Curatore, 2 Artisti, 3 Galleristi Fabiola Triolo Sapete che questa rubrica nasce da un atto di fede laica: prendere sul serio la Dichiarazione Universale dei Diritti. Sapete che, di volta in volta, scegliamo un grande artista in nome della sua capacità di difesa di un diritto, perché l’arte non è chiamata a fare ghirigori, ma a svegliare. Succede che quella Dichiarazione, pur priva di vincolo, regge l’ossatura del diritto internazionale, custodendo principi senza i quali la convivenza si disidrata, si sgretola. Principi non negoziabili e insieme fragilissimi, che possono resistere solo se li si protegge, li si rinnova, ci si crede. Succede che stiamo commettendo l’errore fatale delle civiltà viziate: darli per scontati. Succede che viviamo in un tempo in cui ciò che non è giuridicamente vincolante viene trattato come se fosse emotivamente opzionale. Succede che il nostro tempo sta svuotando quei diritti per un mix fatale di consunzione sciatteria e delirio di onnipotenza, ascoltandoli con la stessa cura con cui si ascolta la musichetta negli ascensori. Succede così che un ministro degli esteri, candido come un giglio a primavera, di fronte al dolo di un mondo in fiamme se ne esce dicendo che il diritto internazionale conta, sì, ma fino a un certo punto. Che ai criminali di guerra vengano generosamente offerti voli di stato, che si stenda loro il tappeto rosso, che possano sorvolare a cuor leggero i nostri cieli. E succede che quello che si è autoproclamato capo del mondo cesella tronfio una nuova Idra a tre teste brandizzandola Dottrina Donroe, per la quale sostanzialmente decreta di poter fare quello che gli pare del mondo, dei corpi, delle terre, dei diritti. È qui che l’arte e la cultura servono come l’ossigeno, perché è qui che servono come l’ossigeno coscienze critiche e visionarie, riattivando il pensiero e la capacità di convivere. La capacità di condividere. Oggi parliamo di come l’arte contemporanea incarni e difenda uno dei principi più esposti e più imprescindibili del presente, la condivisione, atto politico e di resistenza, slancio che tiene insieme corpi, terre, pensieri. Condivisione non come parola buona per i convegni o per i comizi, ma come diritto alla relazione, al dissenso, all’assemblea, a una comunità che sappia ascoltare ogni diversità. Ma per raccontare la condivisione non basta una sola voce, perché per sua natura essa è un fatto plurale, il diritto che più di ogni altro mette in crisi l’individualismo atomizzato. Per la prima volta, allora, queste pagine intrecciano più voci. La scelta è stata chirurgica: c’è chi ha dato un nome e una cornice teorica a questo diritto, individuando nell’arte contemporanea un campo fertile di relazioni e facendone manifesto concettuale; c’è chi l’ha incarnata decentrando anziché accentrare, portando l’arte da un borgo medievale fino alle periferie del mondo, crescendo sulle differenze, creando un rizoma di cultura luminosa e difendendone la continuità visionaria; c’è chi ne ha interpretato l’accezione ultra-contemporanea, quella del data sharing, per smascherarne il tacito dispositivo di sorveglianza. Le piazze e i server, il virus e la cura, il corpo e il riparo. Il curatore, i galleristi, gli artisti; le tre pietre angolari di un sistema dell’arte esausto e tendenzialmente divistico ma che, grazie a personalità come le loro, torna a fare dell’arte ciò che dovrebbe: uno degli ultimi avamposti in cui i diritti vengono difesi come condizioni imprescindibili per non venderci e non svenderci, fondamenti inalienabili per restare umani. Incipit: Maria Lai, Legarsi alla montagna – o l’arte della condivisione «�uesto deve fare l’arte: farci sentire più uniti. Senza questo, non siamo esseri umani» – Maria Lai È l’8 settembre 1981, quando Maria Lai (Ulassai, 1919-2013) prende 26 chilometri di scampoli di stoffa azzurra e decide di legare insieme tutta Ulassai, nell’entroterra sardo dell’Ogliastra. Le case e i suoi abitanti, che vivono a ridosso del monte Gedili circondati da un teatro di rocce, diventano i protagonisti della prima opera di Arte Relazionale mai realizzata al mondo. Non un quadro, non una scultura: scampoli di stoffa lunghi 26 chilometri, tre giorni di lavoro, tre giorni di gesti condivisi, mani, corpi e comunità. Il sindaco le aveva commissionato un monumento ai caduti di guerra; Lai si rifiuta, dichiarando di voler realizzare qualcosa per i vivi, non per i morti. Così l’artista supera la diffidenza e si guadagna la fiducia, cercando di comprendere ogni relazione che anima quella comunità, ascoltando ognuno per mesi. Ascolta le donne gli uomini i bambini gli anziani, annota i rapporti, i rancori, gli amori. Capisce che non basta dispiegare nastri: occorre vivificarli, modulandoli secondo i legami che attraversano il paese. Dove c’è affetto si appende su pani pintau, il pane della festa; dove c’è amicizia, si fa un nodo; dove c’è rancore soltanto lo scampolo, teso, esposto. Il terzo giorno, sul calare della notte, il nastro lega finalmente quel monte custode della memoria di Ulassai, quello che secondo una leggenda nel 1861 aveva ceduto, travolgendo i pastori in una grotta ma lasciando miracolosamente illesa una bambina, ritrovata con un nastro azzurro tra le mani.

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