Ossigeno #13

102 103 Legarsi alla montagna significa misurarsi con la propria storia e la propria capacità di solidarietà, ricongiungersi alla propria natura e alla propria memoria, non necessariamente attraverso la pacificazione, ma certamente attraverso la consapevolezza. Un lungo nastro di stoffa azzurra che ha attraversato Ulassai come una linea di sutura, passando dalle case, inciampando nelle mani, misurando le distanze, rendendo visibile ciò che di solito resta inespresso – la dipendenza reciproca, la fragilità del legame, il rischio dell’altro. La festa è politica, terapeutica, originaria. Lai non ha orchestrato solo un gesto: ha restituito la parola, ha ricucito ferite, ha creato dialogo, ha messo in circolo vita. Non c’è pubblico, non c’è palco. C’è una comunità chiamata a esporsi, a diventare soggetto attivo dichiarando attraverso l’arte di condividere un’appartenenza, dimostrando che un legame è esso stesso opera d’arte. Nicolas Bourriaud: Condivisione = Ecosistema + Cura + Comunità Nicolas Bourriaud (Niort, 1965) è padre dell’Estetica Relazionale, la più famosa corrente artistica del contemporaneo, da lui teorizzata in un punto di riferimento per la teoria critica che è il saggio Esthétique relationnelle (1998), in cui le opere d’arte assumono senso in funzione della loro capacità di produrre relazioni fra viventi. L’Estetica Relazionale fa da cornice concettuale e filosofica all’Arte Relazionale, omaggiata a documenta 2022 e recentemente al MAXXI sotto la sua cura, sancendone così la definitiva storicizzazione: l’Arte Relazionale è l’insieme delle pratiche artistiche diffusesi a partire dagli anni ’90, il cui obiettivo primario è lo sviluppo del contesto e delle relazioni – mettendo in secondo piano, come una rivoluzione copernicana, la produzione di immagini e di oggetti, a favore dei legami vitali. Alla base del lavoro degli artisti riuniti da Bourriaud non c’è una comunanza di stile, ma piuttosto un comune orizzonte: quello dell’arte come ecosistema e della condivisione orizzontale tra artista, comunità e viventi, contro le logiche predatorie del realismo capitalista, rendendo la condivisione atto politico, prima che artistico. Se in Maria Lai la condivisione è fisica, territoriale, quasi mitologica, in Nicolas Bourriaud diventa dispositivo critico. Un passaggio cruciale, perché sottrae la condivisione a ogni tentazione spiccia di romanticizzarla e la rende metodologica. L’opera non è più ciò che si guarda, ma ciò che accade tra chi guarda, chi va, chi sceglie di restare. Un’opera che non si esaurisce in sé, che sfrangia i suoi confini, che decide di abitare uno spazio condiviso. È in questo spazio che si innesta la figura di Nicolas Bourriaud come colui che ha reso pensabile, e praticabile, l’intuizione che l’arte contemporanea non si limita a rappresentare le relazioni: le produce. Con il concetto di Estetica Relazionale, Bourriaud ha inaugurato non una corrente, non una avanguardia, ma il più rilevante movimento globale dell’arte contemporanea. E nonostante la potentissima eco ottenuta in tutto il mondo dal suo pensiero, e nonostante abbia curato diretto o fondato tra i più prestigiosi luoghi d’arte al mondo – dalla Tate Britain al Palais de Tokyo, giusto per fare due nomi, contribuendo definitivamente e suo malgrado, tipo effetto collaterale indesiderato, alla spettacolarizzazione della figura del curatore (al punto che si dice che The Square, Palma d’Oro a Cannes nel 2017, sia stato scritto studiando il suo percorso) – Nicolas Bourriaud agisce come il giardiniere del Terzo Paesaggio di Gilles Clément, muovendosi ai margini, amorevole verso lo scarto, l’incompiuto, l’imperfetto, l’exforma, da custodire e assecondare nella sua unicità, nel suo naturale movimento. «Hai ragione – esordisce per noi Bourriaud – mi sono sempre mosso lungo i margini, anche quando mi trovavo in punti di massima visibilità. C’è però da dire che oggi il Palais de Tokyo è diventato una realtà affermata, ma all’inizio era un vero outsider nel panorama artistico parigino, con un budget che non copriva nemmeno le spese ordinarie». «Allo stesso modo, quando sono arrivato a Montpellier, la città non era neanche lontanamente presente sulla mappa dell’arte contemporanea. Amo le sfide. E l’unico modo che conosco è quello di creare ecosistemi vitali, ecosistemi relazionali, in cui credo profondamente: costruire luoghi in cui le persone abbiano piacere di lavorare, dove vita e lavoro si mescolano fluidi. Ogni istituzione è la metabolizzazione di un’atmosfera. Per me questo passa sempre da una caffetteria, da una festa, da una conversazione (le sue inaugurazioni, feste della durata di interi giorni e notti, sono entrate nella leggenda, NdR). Poco prima di lasciare il MO.CO. di Montpellier avevo immaginato la creazione di un roof garden, coltivato secondo i principi della permacultura, in grado di garantire l’approvvigionamento di ortaggi per il ristorante della Panacée. Anni prima, al Palais de Tokyo, avevamo ospitato un progetto di Robert Milin, il Jardin aux habitants, che tuttora esiste e che permette a comunità e ai singoli di coltivare ciò che desiderano, per tutto l’anno». Aprire gli spazi, al di là della loro destinazione d’uso in carta da bollo, dalla forma chiusa all’opera aperta. Come dire: se nella Pop Art l’opera è la riproduzione della Campbell’s Soup di Andy Warhol, nell’Arte Relazionale l’opera è la condivisione della Soup/No Soup preparata e offerta, al Grand Palais nel 2012 sotto la sua cura, da Rirkrit Tiravanja. Se è vero che l’arte è chiamata a permetterci di immaginare alternative, l’Arte Relazionale è motore di una socialità capace di essere comunitaria e non protocollare, viva e non musealizzata. Non solo incontro, ma ecologia. Arte come ecosistema relazionale, che produce legami senza solidificarli, comunità senza identità rigide, spazi di condivisione energetici e non estrattivi. Così, nella sua riflessione più recente, di fronte alla complessità di tempi digestivi collassati fluorescenti e terminali come un reel, l’Estetica Relazionale è diventata Integrale, spostando l’asse della critica dalla relazione alla coevoluzione, dalle micro-politiche dell’incontro alle macro-tensioni dell’Antropocene: «Il potenziale del relazionale non ha limiti. Ho capito che gli intrecci contano più delle masse, le relazioni più degli oggetti. Tutto ciò che esiste nasce dal rapporto tra due entità: 1+1=1. Tu, io, siamo nati da un incontro. Ogni singola vita nasce dall’incontro di due. Uno dei filosofi che più amo, Louis Althusser, descrive il capitalismo come la relazione tra un lavoratore con un abbiente che non ha più voglia di fare da solo. Incontri casuali, legami, connessioni, che si toccano, che si incollano, e generano qualcosa di nuovo; e dalla Biennale di Taipei curata nel 2014 in poi, ho scelto di estendere l’Estetica Relazionale ai non-umani, il che mi ha offerto una chiave di lettura fondamentale per tentare di comprendere l’Antropocene: lo spazio che abitiamo è un luogo di relazione, non un oggetto di sfruttamento. Nessun paesaggio. Solo una galleria di ritratti». La condivisione si fa dunque cura attiva, attraverso il pensiero di Bourriaud, nel momento in cui si switcha dalla concezione del mondo come scenario al mondo come coreografia di interdipendenze, come direbbe Stefano Mancuso. Cura come permacultura, caposaldo del pensiero di Nicolas Bourriaud, ma anche cura come prossimità rischiosa, flamboyant. Una cura queer, memore di Donna Haraway e di Genesis P-Orridge, che non normalizza, non moralizza, non sterilizza. Un gesto erotico, non igienico, che abbraccia ogni alterità; mostre non vetrine ma foreste, geografie aperte all’imprevisto. È questa la linea di sangue che vedo in tutta la sua opera: quella di una cura che condivide, ibrida, contagia e si lascia contagiare, consapevole che condivisione significa anche esposizione, e dunque rischio, ma che la gestione del rischio comporta sempre un’evoluzione. «Mi piace molto la tua espressione mostra-foresta – mi dice – perché corrisponde al mio modo di pensare, e di curare, che ho definito pensiero ecosistemico: una modalità compositiva basata su densificazioni, interlocuzioni, innesti, piuttosto che sull’accumulo. Tendiamo a concepire l’arte come un atto di stampa, l’imposizione di una forma sulla materia».

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