109 108 «Gli studenti nel centro d’arte, gli artisti nella scuola. Era il 2015, io avevo appena lasciato la direzione dell’École des Beaux-Arts di Parigi, e per me era fondamentale coinvolgere gli studenti di Montpellier nel progetto. Ecco, a livello di istituzioni l’istruzione è sempre stata centrale nel mio percorso, e ho sempre cercato di mettere in dialogo l’attività espositiva con quella didattica, di mettere l’opera e l’artista al centro della formazione. Tutti impariamo dalle situazioni, dai confronti, dai dialoghi. Ogni ente artistico nasce da incontri, che con il tempo si solidificano e si rafforzano. Se riesci a creare la comunità giusta, crei l’istituzione giusta – i burocrati che tentano di costruirle sulla carta sbagliano sempre… Oggi sono impegnato nella creazione di una nuova tipologia di centri d’arte, ma non te ne posso ancora parlare: dovrebbe nascere nei prossimi mesi. �uello che mi appassiona è inventare, pensare fuori dagli schemi, e l’unico modo per farlo è fidarsi della vita, che si reinventa di continuo. Il mio compito è allora quello di prestare attenzione alle energie degli artisti, tradurle, accompagnarle a un livello successivo. Che cosa sta emergendo? �uesta è, per me, la domanda cruciale. �uando ascolti attentamente le analisi, quando ti connetti alle frequenze degli artisti, puoi creare nuove strutture. E gli artisti, oggi, descrivono un milieu relazionale che non percepiscono più come esterno, ma come ecosistema al quale appartengono. Siamo immersi nel mondo, e dobbiamo trovare forme adeguate per esprimerlo. Il pianeta è vivo. Dialoghiamo con Gaia». Mario Cristiani, Lorenzo Fiaschi e Maurizio Rigillo @Galleria Continua: Condivisione=Visione+Resistenza+Complementarietà Mario Cristiani, Lorenzo Fiaschi e Maurizio Rigillo fondano nel 1990 Galleria Continua, progetto che ha rivoluzionato le modalità di fruizione e diffusione dell’arte contemporanea attraverso un’idea profonda di accessibilità e scambio culturale, che li ha portati a diventare una delle più influenti gallerie al mondo. A partire dal borgo medievale di San Gimignano, Continua ha saputo portare l’arte in territori ai margini del circuito internazionale: da Les Moulins in Francia alla favelas di Rio, da Cuba fino alla Cina rurale di Bejing. La stessa esistenza di Galleria Continua è una forma di condivisione, un rizoma che connette artisti e territori, comunità e narrazioni. Attraverso otto gallerie, una fondazione e una associazione, Arte Continua, nata insieme alla Galleria, iniziative di charity e progetti di prossimità come Italics o Una boccata d’arte, dove ogni artista lavora con la comunità locale di piccole cittadine italiane, Continua non smette di dimostrare che condividere significa decentrarsi, mettersi in discussione, aprire margini. The Ability to dream, documentario prodotto da Sky nel 2024, racconta gli oltre trent’anni di visionarietà dei tre fondatori. Non lo nego, l’arte nasce da un gesto individuale, solitario, spesso ossessivo. Un’intuizione, un’urgenza. Ma è nel momento in cui quel gesto accetta di non bastarsi, di non chiudersi in una presunzione di autosufficienza, che qualcosa accade. La condivisione allora interviene come amplificatore, come espansione del possibile. Non diluisce il senso: lo mette in circolo. E non cancella l’autorialità: la estende a una dimensione relazionale, più tenace, collettiva. È qui che si innesta Continua, qui dove la condivisione, al di là del pensiero e del contenuto, permea l’infrastruttura attraverso cui il lavoro si pratica e si trasmette. Tre amici, Mario, Lorenzo e Maurizio, che mi ricordano tanto i ragazzacci della Nouvelle Vague se posso permettermi e che, a partire da una affinità e complice un affitto accessibile per un garage abbandonato, decidono di provarci in un borgo toscano totalmente fuori asse, rispetto alla cartografia del potere culturale – una deviazione, non un centro – e così facendo, un passo dopo l’altro, lasciano a bocca aperta il mondo: «Per noi la galleria significa passione, non professione. Tutto è iniziato per fare una cosa insieme. La cultura era la cosa che ci univa, una cultura con dei valori che riguardavano i luoghi in cui eravamo, che vivevano di un passato glorioso, ma senza un presente. Allora ci siamo detti: “Potremmo fare qualcosa noi, invece di criticare”. E l’abbiamo fatto, precisamente da dove veniamo». L’analisi di mercato dura decisamente poco, ricorda Lorenzo: «Facciamo una crêperie», «Ma che c’entrano le crêpes a San Gimignano», «Vabbé allora facciamo una galerie». La prima mostra di Galleria Continua è una personale di un sedicente artista americano, tale Myl Sey, che solo a distanza di anni scopriremo essere loro stessi con le rispettive fidanzate. Non si tratta necessariamente di incoscienza ma piuttosto, nelle loro parole, di follia generativa: «Tante volte ci si chiede perché ce l’abbiamo fatta: secondo me, perché siamo stati folli. Noi non abbiamo mai fatto un business plan. �uando gli artisti ci proponevano dei progetti, erano talmente belli che non potevi dire di no. Senza sapere dove andavi a finire. Senza fare calcoli. Opere invendibili. E poi, alla fine, il Gormley è finito in Messico, in un parco, chi l’avrebbe mai detto; il Kapoor, a Versailles¹. �uindi la follia ci vuole, e il business plan va lasciato a casa. Ma se ti devi sfracellare, meglio rischiare da un grattacielo dopo aver visto tutto il panorama che cadere da una sedia, quasi anche da bischero», sorride Lorenzo. «La formula è quella di non avere formula – continua Maurizio – di avere la possibilità di darsi man forte l’un l’altro, di avere questa base di amicizia, di condividere questa cosa qui dell’essere uniti, e di avere avuto la possibilità di incontrare persone che hanno partecipato a questa crescita». E se per la partenza è servita la follia, per la crescita è occorsa una inscalfibile dose di tenacia. Se l’Estetica Relazionale di Nicolas Bourriaud ha permesso di incorniciare la condivisione come arte, Continua ha saputo adottare la condivisione come sistema. Condividere decisioni, responsabilità, rischi, fallimenti, successi. E condividere una visione, da decenni. Fare della continuità – parola che già contiene un’etica, come resistenza – un destino operativo, assumendo su di sé un enorme rischio, al di là delle pur presenti sedi del St. Regis di Roma o del Marais: quello di decentrare l’arte fino a farla vivere nelle parti periferiche del mondo, come atto di fiducia che essa sappia parlare non una lingua ma ogni dialetto, là dove non è attesa, lontana dal consenso facile. «Se tu pensi periferico, fai le periferie», dice Mario, affermando implicitamente la assoluta bellezza del pensiero laterale come contraltare alla cannibalistica velocità del momento storico, che ti assorbe e ti assottiglia, per potere assecondare «un altro tempo, fuori dal colonialismo». Portare l’arte contemporanea in contesti periferici è in effetti un gesto che loro, fuori dal colonialismo, hanno sempre messo in atto con profonda attenzione e rispetto per ogni singolo territorio, in site-specific, lontani come sono dalla postura saccente di chi arriva e cala le cose dall’alto. Il loro gesto non ha mai chiesto pubblico; l’ha piuttosto saputo costruire con quello che mi sembra a tutti gli effetti un atto di amore verso il futuro, anche attraverso la condivisione della propria storia: «La cosa che sarebbe bello succedesse, per me – confessa Mario in The ability to dream, il documentario che racconta il loro cammino e che porta nel titolo la definizione che di loro ha dato Anish Kapoor – è che ci sia qualcuno che dice: “Se questi sono partiti senza soldi e in qualche maniera si sono mossi nel mondo, perché non lo fa anche qualcun altro?”. Se noi abbiamo messo su una associazione culturale che ha lasciato venti milioni di euro in opere senza averceli noi, perché non lo fa anche qualcun altro? A me piace l’idea di creare un modello che sia ripetibile anche da altri scarcagnati come noi». ¹L’opera di Antony Gormley a cui Lorenzo fa riferimento è Vessel (2012), una figura antropomorfa di 20 tonnellate di acciaio per 25 metri di lunghezza, mentre quella di Anish Kapoor è Descension (2015), cratere con un vortice di acqua plumbea, per il quale è stato necessario scavare 5 metri in profondità.
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