Ossigeno #13

114 115 Continua, allora, è l'imperativo, non l'aggettivo. Continuare nonostante, continuare dentro ma soprattutto altrove, continuare oltre: «Come sottolinei tu, continuare è un verbo che trascende la semplice azione, diventando una filosofia e una pratica. È una traiettoria che non si arresta, ma si espande, si moltiplica, e in qualche modo riesce a rinnovarsi nonostante le difficoltà. Noi abbiamo provato a portare la nostra visione e il nostro lavoro in luoghi diversi superando, di volta in volta, gli ostacoli che si sono presentati, coltivando una sorta di resistenza creativa che si oppone alla cultura del successo rapido. In un’epoca in cui tutto sembra dover essere veloce, non ci siamo dati un tempo, bensì obiettivi. Pensiamo che continuare sia un atto politico: se il mondo tende a ridurre la complessità, l’arte diventa uno spazio in cui restare, e agire nonostante. Continuare significa non adattarsi alla vacuità ma cercare, nel mentre, di dare senso, di creare un contesto, di insistere sulla possibilità di generare un valore che vada oltre il momento dell’evento. L’arte, nella sua forma più autentica e duratura, è sempre un atto di resistenza, un’affermazione del valore del processo rispetto al risultato immediato. �uesto è ciò che alimenta il nostro lavoro e il nostro desiderio di andare avanti». Parole che pesano come un atto di sacrosanta rivolta alla tirannia del presentismo: continuare come manifesto di controcultura, quella che è sempre stata capace di generare rivoluzioni. Significa lavorare senza la garanzia di un ritorno immediato, significa che l’arte diventa un luogo dove restare, dove l’azione non è solo apparizione. Condivisione come resistenza perché implica fedeltà – a sé stessi, alla visione e all’amicizia, agli artisti, ai contesti. Fedeltà come pratica attiva di quello che Donna Haraway definì staying with the trouble: restare nel guasto, nell’imperfetto, ma nel vivo, perché gli si è fatta una promessa. E se condividere significa esporsi al rischio dell’altro, al suo sguardo portatore più o meno sano di giudizio, a un possibile conflitto, la tenacia di Mario Lorenzo e Maurizio riesce a sovvertire anche il rischio della condivisione in opportunità: «Il vero rischio è l’atto di rimanere autentici e non farsi assorbire dal sistema. È sfidare le convenzioni, aprendo sedi e spazi di progettualità artistica dove nessuno avrebbe mai pensato, dalla Cina a Cuba, dalla campagna francese al Brasile. È il coraggio di mantenere viva l’incoscienza e, se occorre, buttarsi senza paracadute continuando a credere, sempre e comunque, nella capacità trasformativa dell’arte, andando oltre le logiche economiche e di mercato. Da 35 anni ci impegniamo nella costruzione di esperienze vive, per noi, per gli artisti con i quali lavoriamo e per le persone che incontriamo. Viviamo il rischio non solo come eventualità da affrontare, ma come un’energia che spinge a interrogarsi continuamente su cosa significhi condividere oggi, su come l’arte possa ancora farsi incontro. �uesto è il rischio che, forse, ancora permette all’arte di mantenere una funzione politica e sociale: quello di rendere il pubblico non un consumatore passivo, ma un compagno di viaggio nell’esplorazione di nuovi orizzonti, di nuove possibilità». Del resto, la divergenza di opinioni è qualcosa che Mario, Lorenzo e Maurizio conoscono bene a partire dalle loro stesse opinioni, dalle loro differenti anime. In The ability to dream è così che li descrive quella splendida persona che più è a loro vicina da sempre, Silvia Pichini, responsabile della comunicazione di Continua: «Lorenzo è una persona che ha una grandissima energia. Lui è quello che vede il bicchiere non mezzo pieno, ma proprio che straborda; tendendo molto a essere perfezionista, gli resta difficile delegare. Mario è un sognatore, un idealista, un poeta nell’anima, e questo lo porta alle volte a essere poco pratico – questo, forse, è un po’ il rovescio della medaglia». «Maurizio è l’ago della bilancia, riesce sempre a stemperare i toni e a trovare il punto di unione per portare avanti il lavoro, ma qualche volta ha delle punte di incoscienza e irrazionalità che non ti aspetteresti mai». Non c’è retorica dell’insieme, non c’è mitologia dell’armonia; c’è invece una pratica quotidiana di confronto reciproco. La guida di Continua sembra più una rete neurale che una direzione aziendale, un circuito sinaptico che si attiva per consonanze, cresce sulle dissonanze, si riconfigura per intermittenze, feedback, prossimità, in upgrade continuo. Come in un circuito, e attraverso fertili cortocircuiti, ogni scelta individuale porta con sé le impronte degli altri due: nella frizione l’energia, nella fusione la sostenibilità. «Galleria Continua per noi non è solo uno spazio fisico – mi dicono – ma un concetto che si estende nel tempo e nelle relazioni, dove l’arte diventa una forma di scambio reciproco e ciascuno è attivo nella costruzione di un dialogo. La frizione è il punto cruciale che alimenta l’energia: è un movimento che non è mai statico, ma continuamente alimentato dalle differenze, dalle contraddizioni e dalle tensioni che esistono tra le persone e le idee. Così succede tra di noi: siamo tre individui diversi, con visioni e pensieri spesso anche divergenti, ed è proprio la fusione alla quale fai riferimento che ci ha permesso di trovare un equilibrio, consentendoci di crescere insieme e di creare la nostra identità. Ciò che reciprocamente ci alimenta è la capacità di metterci in discussione continuamente, di mettere in gioco le idee, le energie, le proposte che nascono dal confronto e che creano un terreno fertile per la crescita. In questo processo, ciascuno di noi è sia donatore che ricevente. E la bellezza sta proprio nell’interazione e nell’inesauribile arricchimento reciproco». In effetti, The ability to dream non sembra una rievocazione all’indietro, ma un reboot in avanti. Condividere, per Mario Lorenzo e Maurizio, non ha mai significato spartire, ma piuttosto generare. Mettere in circolo visioni come atto di insurrezione poetica, come gesto politico, quasi come una forma di disobbedienza civile, perché per dirla con Bifo solo chi sogna può sopravvivere al realismo capitalista: «�uando si pensa a una galleria d’arte, si può immaginare una vetrina di mercanti che sono lì per vendere degli oggetti, ma non è questa la partitura principale della loro musica», racconta in The ability to dream Pascale Marthine Tayou. «Hai sempre l’impressione che alla Galleria Continua rompano i codici, inventando nuovi modi di fare. Io non sono un artista. Loro non sono dei galleristi. Siamo insieme a negare un metodo sistematico, e questo fa sì che ci si incontri». Fuor di retorica, il sogno contro il sistema. Mi interessa particolarmente questo passaggio, perché da grandi galleristi – direi senza tema di smentita i più grandi in Italia, e fra i più grandi al mondo, dunque necessariamente dentro al sistema – immagino sia scomodo appartenervi e non coincidere con i suoi dettami. �uella che ricevo non è una risposta, è un manifesto: «Per noi l’arte non è semplicemente un prodotto o una forma di intrattenimento, ma un atto di resistenza, di immaginazione e talvolta anche di sovversione. In questo contesto, l’arte diventa uno spazio in cui è possibile pensare l’impossibile, un luogo dove il sogno si fa pratica sociale, politica e civile²». «La nostra storia come galleristi è sempre stata quella di immaginare insieme, di creare una visione condivisa che trascendesse il semplice atto commerciale. �uesto è il nostro modo di confrontarci con il sistema: non venditori, ma agenti di trasformazione, che vedono nell’arte l’opportunità per attivare processi di cambiamento. Facciamo questo insieme agli artisti con cui lavoriamo e in cui crediamo, che provengono da tutte le parti del mondo: l’Europa, l’Asia, l’India, l’Africa, l’America Latina. La nostra capacità di sognare, sostanzialmente, non è mai cambiata: guardiamo al futuro senza dimenticare il passato. Il nostro sognare oggi, forse, è solo più consapevole, ma non smettiamo di immaginare, insieme agli altri, nuovi mondi possibili». ²Ora: qualcuno più realista del re potrà anche ridurre il tutto a coincidenza, però succede che il 16 dicembre 2014 decine di pescherecci, diretti da Michelangelo Pistoletto supportato da Galleria Continua, formano il simbolo del Terzo Paradiso nelle acque di fronte a L’Avana, e precisamente il giorno dopo Obama telefona a Fidel Castro per discutere una ripresa delle relazioni. Le cose poi sono andate diversamente, certo, ma questa è un’altra storia che nulla ha a che fare, ahinoi, con l’arte.

RkJQdWJsaXNoZXIy NDUzNDc=