Ossigeno #13

116 117 Explicit: Eva & Franco Mattes, Life Sharing – o il glitch della condivisione Fin qui abbiamo raccontato, attraverso la conversazione con due casi luminosi come Nicolas Bourriaud e i fondatori di Galleria Continua, di come la condivisione nell’arte si faccia portatrice, sana e complessa, di una speranza di salvezza; ma in chiusura non possiamo tacere il fatto che la condivisione, oltre il filo azzurro di Maria Lai, oggi passa non tanto da una fibra tessile, ma ottica. Share come diktat, catapultati dritti dritti in una sceneggiatura distopica, che è quella del presente. Affrontiamo la faccenda: cosa succede quando la condivisione non è più fisica ma digitale, dai corpi ai dati, dalla cura al virus? La risposta ci viene ancora una volta dall’arte, da Eva & Franco Mattes (Brescia, 1976, vivono e lavorano tra Brescia e New York), tra le voci più rivoluzionarie e lucide dell’arte post-internet. La loro ricerca, nata nei territori della Net Art e dell’hackerismo negli anni ’90, esplora il sequestro, il travisamento e il logoramento del concetto di condivisione da parte della rete. Se nell’ultimo capolavoro di Paolo Sorrentino, La Grazia, ricorre la domanda Di chi sono i nostri giorni?, Eva & Franco Mattes traducono il dilemma in Chi possiede ciò che condividiamo?: la loro opera si fonda infatti su un’indagine profonda delle pratiche di data sharing, sull’identità nell’era digitale e sul ruolo del pubblico come co-autore, osservatore, vittima e complice. Opere come Life Sharing (2000–2003), in cui aprono l’intero contenuto del loro hard disk al pubblico globale in tempo reale come fosse un corpo scorticato, rovesciano l’idea stessa di privacy e di autorialità, permettendo la modifica potenzialmente infinita del loro lavoro; nel progetto No Fun (2010) trasmettono su Chatroulette un finto suicidio in diretta, documentando le reazioni degli utenti e mostrando come la condivisione digitale, o comunque via cavo, non necessariamente generi empatia, ma spesso una apatia disumanizzante – come accade sempre per la sovraesposizione volontaria o tragicamente involontaria, v. alla voce Ucraina, v. alla voce Palestina, v. ovunque si faccia teatro della tragedia. I Mattes utilizzano meme virali e apparentemente innocui, come quelli iper-inflazionati dei gattini (Cursed Cat nel 2025, o Half Cat nel 2020, tra gli altri), per consapevolizzare sui meccanismi di controllo e di propaganda dell’immagine virale³. In lavori come The Bots (2020), For Internet Use Only (2021) e What Has Been Seen (2022), Eva & Franco Mattes accendono un faro sul lavoro svolto dai moderatori di contenuti, incaricati di filtrare l’orrore per rendere le piattaforme per così dire abitabili: una nuova alienante catena di montaggio tra chi produce, chi pulisce e chi consuma, interrogandosi sulle attuali forme di lavoro invisibile. In definitiva, il gesto artistico di Eva & Franco Mattes, tra il cutie il détournement e lo shock, è tutto nella loro visionaria, iper-realistica, ferocemente sarcastica denuncia dei processi sottesi alla cultura digitale del condividere: né dono né empatia, ma esposizione e contrattazione, in un sistema che ci invita a condividere tutto senza mai dirci a quale prezzo – come ammoniva la docuserie Netflix The social dilemma: «Se non stai pagando per un prodotto, allora il prodotto sei tu». Neanche a dirlo, ho raggiunto Eva & Franco sulla rete – perché il web è comunque un grande strumento, purché lo si sappia usare – e ho domandato loro se l’atto volontario di rendersi totalmente visibili, e quindi condivisibili e modificabili all’infinito, avesse come scopo quello di innescare il crash definitivo di uno dei baluardi dell’arte, quello dell’autorialità come esclusività: «Abbiamo sempre guardato con sospetto al mito del genio individuale, dell’artista isolato e ispirato: basta studiare a fondo qualsiasi opera per scoprire la genesi collettiva di ogni idea, immagine o tecnica». «I nostri lavori nascono da fenomeni che a loro volta nascono in rete, spesso anonimamente – meme, virus informatici, reaction video. Cerchiamo di fermare per un attimo questi flussi, osservarli da vicino, estrarne qualcosa e poi rimetterli in circolo: un gatto con due zampe, una persona che finge di essere un algoritmo, un video misterioso che è stato distrutto». E riflettono causticamente: «È interessante osservare come l’opera si disperde nei sistemi di distribuzione – online, sui telefoni, al cinema, sulle riviste – quando si muove, viene vista, copiata, piratata, citata, fraintesa o riutilizzata, fino a perdere il proprio contesto e a separarsi dall’autore. Ultimamente, quando incontriamo versioni piratate delle nostre opere, le incorporiamo nel lavoro stesso, creando edizioni autentiche ma derivate. In questi casi la condivisione non è più una conseguenza secondaria: è l’opera stessa? Condividere significa allora accettare di non essere più al centro. Come diceva Nietzsche: In fondo, che importa di me?». E allora questo testo non chiude, perché la condivisione ha le braccia sempre aperte. E non è detto che pacifichi, perché condividere è anche terreno fertile di conflitto. Il mondo brucia perché i diritti vengono svuotati: piazze sgombrate a suon di nostalgici manganelli, strisce di terra che diventano pretesti genocidari, il dissenso ascoltato come si ascolta un brusio di sottofondo, probabilmente per la consapevolezza che la storia è chiara su un punto: i diritti sono entrati nelle costituzioni solo dopo essere passati dalle alleanze di corpi, dalle assemblee, delle piazze, dalle comunità che hanno saputo riconoscersi, prima di essere riconosciute. La condivisione precede la legge. La prepara. La chiama motivatamente a esistere. È nella festa, nell’abbraccio e nella rivoluzione. È una pratica che allena lo sguardo a pensarsi dentro, non sopra. È un atto di libertà non radicale, ma radicante. Possiede un’identità queer: eccentrica, porosa, sperimentale, indisciplinata, come l’identità fluida e prismatica dell’arte contemporanea. E come la condivisione, anche l'arte sa alternare voci, intrecciare piani, padroneggiare il glitch, rendere abitabile la complessità, e immaginabile una alternativa. Succede che, lo scorso settembre, viene presentato a Venezia La Grazia di Paolo Sorrentino, dove un cinematografico Presidente della Repubblica Italiana si interroga sul dilemma del concedere la grazia a un reo confesso, che ha tolto la vita nel sonno all’amata compagna, da anni sofferente terminale. E poi succede che alla fine dello scorso anno – al �uirinale, e non in una sceneggiatura di fantasia – Sergio Mattarella firma il decreto di grazia per Franco Cioni, reo confesso che, nel 2021, ha tolto la vita nel sonno all’amata compagna, da anni sofferente terminale, avviando così la discussione istituzionale su un tema necessario come quello del fine vita, e del diritto all’autodeterminazione terapeutica. In quel margine tra uno schermo e una firma, tra una alternativa condivisa e una decisione, l’arte e la cultura rivelano la loro natura di infrastrutture invisibili dei diritti. Non rappresentazione, ma prefigurazione. É attraverso loro che la grazia, come cura della vita, comincia a farsi pensiero condiviso. E quando un pensiero diventa condiviso, richiede incarnazione. E quando un pensiero diventa condiviso, prima o poi sarà carne. ³Vogliate permettermi una digressione, riallacciandomi al lavoro dei Mattes e alla trappola della condivisione digitale: quei video andati virali di Gaza come resort e del primo bombardamento in Iran a ritmo di Macarena, condivisi da Donald Trump, al di là dell’estetica orribile da capomafia corleonese, sono tutto fuorché condivisione. Sono pornografia colonialista in HD, con il dovuto rispetto per la pornografia. Per condividere occorre riconoscere innanzitutto l’esistenza dell’altro, e invece l’altro già martoriato lì è ulteriormente umiliato e cancellato. Resta solo il potere che si specchia nella propria crassa impunità. Mi rifiuto di usare la parola condivisione per quell’atto, anche solo dal punto di vista del campo semantico, perché quello è soltanto uno schifo. Forse è il caso di ripensare a quanto ancora possa reggere il duplice alibi del «Beh ma quella è una democrazia». E forse il punto non è blaterare di condivisione, ma salvarla dal suo stupro. «¡Seguimos aquí!» – Bad Bunny, Super Bowl LX Halftime Show, 2026

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